Luglio 4, 2009 by kinescrivere

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“SENZA FRONTIERE FILMFESTIVAL”

Luglio 3, 2009 by kinescrivere

Oggi ultimo gorno del WITHOUTBORDERSFILM alla CdC. Abbiamo assistito alle programmazioni pomeridiane nella sala principale.

YOU CANNOT HIDE FROM ALLAH di Petr Lom (Pakistan 2008)  è un Docu di 12 minuti e riguarda una vicenda che, in termini puramente narrativi, potrebbe rappresentare un ottimo spunto per un soggetto: un taxista pakistano immigrato in america da ventiquattro anni vince cinquanta milioni alla lotteria e torna al suo paese  dove viene eletto subito sindaco. Munifico  benefattore o scaltro ras? sullo sfondo i piccoli interessi, gli idealismi traditi o spacciati per tali, le beghe di paese…e una main principale che di fango era e di fango è restata nonostante il sindaco americano… Insomma, che dire, simpatico ma nulla di più.

Ben diverso KASHMIR: JOURNEY TO FREDOOM (2008 Usa- israele -Docu -72′) del vulcanico regista israeliano Udi Aloni presente in sala. Il film indaga la sconosciuta realtà di un ampio movimento pacifista e nonviolento islamico in una delle zone del mondo “calde” come il Kashmir. Un Docu che si avvale di testimonianze e materiale di repertorio di grande impatto emotivo e che apre una finestra  su una vicenda ignorata dai media. Aloni ha girato questo film non senza difficoltà di varia natura soprattutto nei rapporti con le autorità. Il risultato comunque è un’opera solida, interessante, con un buon senso del montaggio e dei “tempi” narrativi. Soffre, a nostro parere, di eccessivo sbilanciamento ideologico con una visione tutta spostata verso la parte amica. Difetto tipico dei cineasti occidentali quando hanno a che fare con tutto quello che è Est o Sud del mondo. Ciò detto il lavoro è buono, teso, ricco di spunti e temi e si pone a metà tra il Docugiornalismo e l’inchiesta narrativa. Aloni, rispondendo alle domande del pubblico, ha dichiarato come questo movimento sia stato totalmente non ripreso dai media e che ciò rappresenta la prova di una certa stortura dell’informazione corrente. Inoltre lo stesso regista ha espresso la volontà di rendere disponibile sul web parte delle quasi trecento ore di girato da lui realizzate per il documentario ciò per valorizzare la realtà di un movimento islamico fondato sulla pace e sulla non violenza.

Il pezzo forte della programmazione è stato però un film del 71 addirittura! Grazie a una copia in pellicola della Cineteca Nazionale abbiamo avuto modo di vedere il semi introvabile WALKABOUT di Nicolas Roeg che in italiano fu titolato, se non andiamo errati, L’INIZIO DEL CAMMINO.

Film eccezionale, che annunciò il grande talento tecnico e visionario di un regista fondamentale degli anni settanta e che fu premiato a Cannes, WALKABOUT è un film praticamente privo di struttura che vive di un estremismo violento di macchina e di scenari. La storia ( è tratto da un romanzo di JAMES VANCE MARSHALL) vede due ragazzini di buona famiglia scampare alla follia del padre per affrontare il deserto australiano. Qui troveranno un giovane aborigeno alle prese con il suo rito di iniziazione all’età adulta e con lui proseguiranno sino a rientrare nel proprio mondo “occidentale” dopo un lungo tragitto in cui impareranno a conoscersi.

Si tratta di un “quasi” capolavoro: aggressivo, ipnotico, estremo, che mescola un dato sonoro ossessivo a un supporto musicale classico (lo stesso autore di alcuni 007) che “monta” una scenografia naturale autoptica e microcospica alternata a spazi smisurati; che passa dal “Tele” all’obiettivo da documentaristi mirmecologi. Una “non struttura” dicevamo, non per la sua assenza, ma per l’assoluta secchezza della sua presenza: puro scheletro. Un film fatto di dialoghi impossibili tra due lingue, due mondi, due “estremi” irragiungibili.

WALKABOUT fu, ed è, essenzialmente un film di fantascienza proprio per l’idea di fondo di proiettare in un luogo totalmente alieno due personaggi fragili. E’ un deserto colmo di violenza e di intensità quello che Roeg descrive, abitato da esseri primordiali, neutri, innocenti e dove l’atto davvero sanguinoso è sempre compiuto dal rappresentante “evoluto” della specie.  Fantascienza che Roeg realizzerà ancora con l’importante L’UOMO CHE CADDE SULLA TERRA con David Bowie nella parte dell’alieno e che fu tratto dal notevole romanzo di uno dei più misconosciuti autori del novecento americano: Walter Tevis.

Un’opera piena del culto dell’immagine. Un film che tuttora a quasi quarant’anni di distanza rimane intatto e fervido nella sua ricerca di cose da offrire dentro quel rettangolo luminoso che si chiama cinema. Peccato che di giovani in sala ce ne fossero pochi…

Interssante esperienza quella di questo bizzaro Festival. Uno sguardo parabolico sul mondo che è, o vorrà, o potrà essere. Cinema solidale e antimuri. Qua e là fastidioso nel suo buonismo occidentaloide ma fatto di piccole grandi lenti di profondità dentro realtà parallele che ci riguardano ma quasi mai ci raccontano. Speriamo in una prossima edizione, lo merita. www.withoutbordersfilm.org

Ascirivicerci, alla prossima!

IL “SENZA FRONTIERE FESTIVAL” ALLA CdC

Luglio 1, 2009 by kinescrivere

Nel novero  di una enorme serie di inizative festivalcinematografiche (segno di salute? mah!) stiamo assistendo alla CdC (Casa del Cinema . Roma. Villa Borghese) al Without Borders Film – www.withoutbordersfilm.org -  dal 1 al 3 Luglio. Il festival tende a riunire pellicole che narrano di superamenti di confini e barriere morali, etniche, religiose o fisiche.

In questo quadro il programma svaria tra varie cinematografie (olandese, statunitense, iraniana, pakistana, ecc) con lunghi e corti, fiction e docu  (in tutto una ventina di opere) e la presenza di autori e interpreti dei lavori presentati.

Oggi abbiamo assistito  all’interessante DUNYA AND DESIE – Olanda 2008- regia Dana Nechushtan - il candidato orange agli oscar per il film straniero 2008. Un film che mescola i toni della commedia con quelli del romanzo di formazione. L’opera tratta in modo lieve argomenti duri come le differenze culturali, etniche, religiose superate però dal senso dell’amicizia e dai valori assoluti della vita. La trama intreccia le sorti di due giovanissime amiche ( la marocchina Dunya coinvolta dagli stili di vita occidentali ma ancorata a un retaggio culturale famigliare che tende ad opprimerla e Desie, più spregiudicata ma fondamentalmente innocente) che attraversando l’Olanda e il Marocco scopriranno nel loro profondo legame  i motivi per abbattere steccati imposti da condizionamenti “adulti” di ogni genere per vivere infine pienamente le loro esistenze.

Un film che giostra toni e temi con una notevole delicatezza pur lambendo sempre argomenti durissimi  e che guarda attentamente alle concrete possibilità di reale e vivificante possibilità di integrazione degli immigrati di seconda generazione. Un argomento, questo, che il nostro cinema di “immigrazione” appunto (talmente tanti i titoli che recentemente è uscito un volume che li riunisce tutti in sede critica) ancora non ha colto bypassato dalla cronaca, spesso nera ma anche sportiva, a conferma che spesso i nostri autori, le nostre vedette, le avanguardie della società, arrivano dopo i fuochi o a vacche già scomparsissime.

DUNYA  AND DESIE è un buon lavoro, ben scritto, con forse una certa patina melensa che di tanto in tanto inceppa quei toni amari che, una storia come questa, doveva lasciar intravedere con più esattezza. E’ un film sul valore dell’amicizia e della vita a dispetto delle forze enormi che agiscono per dividere tramite le dottrine religiose o le apparenze più immediate o le tradizioni ataviche. E’ troppo eccessivamente femminile in tutto ma, nel giudizio complessivo, dobbiamo rilevare che è una pellicola che coglie il contemporaneo contraddittorio e lo rielabora con formule narrative tradizionali elaborando un impianto che si tiene in piedi in modo degnissimo.

OFF AND RUNNING – di Nicole Opper – Docu – 2009 USA, secondo film in programmazione, è invece una storia più complessa in cui si incrociano e interagiscono molteplici “diversità”. La linea principale vede la giovane ragazza di colore, Avery, entrare in un tunnel di confusa sofferenza alla ricerca delle sue origini per scoprire che in fondo erano lì nella famiglia bizzarra ma salda in cui era cresciuta.

Un Docu in digitale in realtà molto più complesso e intrigante che una evidente piattezza nel “girato” non lascerebbe supporre. La famiglia trasversale di Avery (due madri lesbiche, un fratellino coreano, un altro a cui è intimamente legata) è descritta con chiarezza e rigore e apre uno squarcio interessantissimo di “quieta veritas” sul concetto in divenire di famiglia nella società americana, su un modello sociale basato sull’unica pregiudiziale del  creare affettività e comprensione reciproca indipendentemente dai schemi gerarchico-famigliari convenzionali.

Si tratta di un film “strano” che offre molti spunti di riflessione e che, onorando appieno il motivo del festival, supera una infinità di barriere semplicemente raccontando una storia di amore perduto e ritrovato. Piccolo romanzo postmoderno di formazione in una america stelleestriscie che cambia pelle dal suo interno, che ha inquietudini e che, come ha recentemente e splendidamente detto Eastwood, affronta la sua vera sfida moderna nel “Capire”, gli altri e se stessa.

Insomma piccole cronache da un Festival davvero internazionale sia nei rappresentanti che nei temi. Ve lo racconteremo anche nei prossimi giorni magari con qualche intervista se ci riusciamo.

Ascirivicerci! alla prossima!

1 – IL SOGGETTO CINEMATOGRAFICO: considerazioni, analisi, riflessioni, comparazioni.

Giugno 19, 2009 by kinescrivere

Proliferano le scuole di cinema, esplode l’editoria di settore, si moltiplicano seminari e dibattiti, le offerte sul web sono innumerevoli; insomma su ciò che riguarda lo script cinematografico esiste una vera e propria messe di informazioni e materiali. Il risultato dovrebbe essere una scrittura ricca, consapevole, volta a esprimere una varietà di linguaggi e di stili narrativi.

Invece spesso ciò che appare è una certa piattezza nella narrazione, nel racconto, e quindi la conseguente omologazione figurativa. Parole insomma che non conducono a immagini e immagini che non traggono forza dalla loro origine descrittiva. Molto cinema italiano, per ragioni che coinvolgono solo in parte le capacità degli autori, sta soltanto ora, in qualche sporadico caso, osando qualcosa nella forma racconto e quindi a caduta nel progetto filmico.

Quello che qui vogliamo analizzare e discutere e osservare è il mattone essenziale di qualunque idea di film o di storia per immagini: Il Soggetto.

L’occasione è data anche dal provocatorio e interessante editoriale di SCRIPT in un numero monografico recente interamente dedicato a questa unità narrativa. Nell’articolo in questione si descriveva un mondo di autori (una parte di questi ovviamente, comunque non piccolissima) rinchiuso all’interno di recinti costituiti da pregiudizi, piccole paure, opportunismi, grettezze, nessuna volontà di mettersi in gioco o in discussione.

Come appassionati e semplici spettatori condividiamo abbastanza la descrizione di un panorama a tratti desolante che si riflette impietosamente sugli schermi (tutti gli schermi), un panorama, che è bene dirlo e che lo stesso pezzo sostiene, non è fatto solo di questo.

Qui, noi di KS, non vogliamo certo fare un trattato di narratologia o di semantica (non ne saremmo all’altezza). Quello che vogliamo indagare è il modo di realizzare, scrivere, organizzare, progettare un Soggetto Cinetelevisivo. Come lo si faceva, come lo si fa oggi. Questo è soltanto il primo dei post che dedicheremo a questo argomento.

Partire da qualcosa dunque. Da un testo, da un soggetto, ma, soprattutto, partire contestando alcuni assunti dati per scontato. Ad esempio che il Soggetto sia solo una concatenazione di eventi, una breve e rozza mappatura del film, le due paginette di cui avete certamente sentito parlare. Noi pensiamo che il compito di un Soggettista  sia quello di raccontare il film. Raccontare. La Sceneggiatura non fa questo: la sceneggiatura “realizza” il film. E’ un’operazione diversa. Quella del Raccontare è la caratteristica preminente, fondamentale, tanto lapalissiana quanto ignorata.

Ora, nell’ambito del raccontare, tutto è possibile, si può raccontare una barzelletta (che può essere una storia, quindi anche un soggetto eventualmente) oppure il Paradiso Perduto di Milton. Entrambi sono un racconto. Su questo, sul dato cioè del racconto, torneremo più avanti. Adesso quello che ci preme è la percezione dell’Unità soggetto. Capita spesso di sentire molta critica che, nel giudicare una pellicola, rileva buchi o incongruenze o superficialità di sceneggiatura. Nella gran parte dei casi ciò non dipende mai (almeno secondo la nostra esperienza di spettatori e appassionati) dalla sceneggiatura in sè bensì da un soggetto che non ha saputo precisare, indagare, approfondire, sia il Tema che l’Argomento. E’ qui già potremmo tornare al Racconto, al raccontare, perchè chiunque abbia provato a scriverne uno di racconto sa bene che una pagina o quaranta richiedono lo stesso rigore. un rigore solo in parte tecnico altresì lo potremmo definire deontologico rispetto al mestiere, o al bisogno, del narrare.

In altre parole Taxi Driver cos’è? Non è un racconto moderno, per moderno intendiamo che sfrutta “oggetti” e contesti narrativi attuali, sulla solitudine. Allora immaginiamo che la “Necessità” da parte degli scrittori che si sono avvicendati sia stata quella del tema, della solitudine appunto. Questo ci porta a un ritroso evidente anch’esso ma così spesso disatteso: quello cioè della totale importanza del TEMA.  E il Tema viene prima del soggetto. Il tema è fondamentalmente una necessità e un sentimento ed è, sempre a nostro modesto avviso, anche uno spartiacque etico, un frangente di responsabilità per colui che si appresta a stendere un soggetto.

Allora neppure dal soggetto partirebbero quelle stroncature di cui sopra, ma, meglio, da un’ assenza di Tema, o da una sua rozzezza, o peggio da una sua ideologica o pregiudiziale distortura. E’ quindi il tema, questa necessaria singolarità primaria del divenire forma narrativa, la vera falla che poi, come un virus verrà trasportata al soggetto e quindi, infine, alla sceneggiatura? Forse, ma allora tutto sarebbe risolvibile individuando una quantità di temi oggettivamente universali (la solitudine; il Tradimento; la  Paura; L’odio per la guerra, ecc) e applicarvi, tenendo sempre ben saldo il motivo del tema, una vicenda rispondente al tema scelto appunto. E’ un po’ l’operazione di script delle soap e, come nelle soap, il senso di posticcio, di copia e incolla, a uno sguardo neutro, apparirebbe, come appare del resto, un “movimento” di mestiere, di riciclo e nulla più. Molti “finti autori” che sciorinano non eticità, ma moralismo, quando va bene, compiono esattamente questa posposizione  scaltra spacciandola per autorialità alta.

Ecco dunque che riappare il racconto, con la sua necessaria richiesta prospettica (di punto di vista, di neutralità e appartanenza alla vicenda ecc) ed ecco dunque che il soggetto interviene affinchè il racconto possa rispondere a dei canoni cronologici, narratologici, di progressivo disvelamento. Non chiede nulla, il Soggetto, che il Racconto non sappia. Ma su entrambi aleggia lo spettro del tema, una sorta di guardiano eccezionale che è già componimento filmico primario e non monade destinata a “essere” per successive agglutinazioni di senso. Il tema richiede una scaturigine pura ed è la più decisiva delle precisazioni.

Cesare Zavattini con il Sogg. UMBERTO D ci offrirà nel prossimo post uno straordinario spunto analitico per indagare il rapporto tra tema e soggetto.

Ascirivicerci, alla prossima.

PINO BORSELLI INTERVISTA

Maggio 19, 2009 by kinescrivere

Alla sala 3 del NUOVO CINEMA AQUILA, spazio ormai quasi istituzionalmente dedicato al cinema sommerso, abbiamo assistito alcuni giorni fa a  SOLITUDO opera prima di PINO BORSELLI. Con la solita faccia tosta che ci contraddistingue KS, ovvero il blog meno frequentato nella storia del web, è andato a rompere le scatole al regista per scambiare quattro chiacchiere sul film.

SOLITUDO è un’ opera girata  in un curatissimo digitale, in B/N, e si tratta di un lavoro composito e articolato per tentativi di linguaggio di espressività e visività. Certo un film non pensato commercialmente ma realizzato con l’intenzione di sviluppare il tema dell’immagine e dell’aspetto visivo. Completamente girato al Pigneto (quartiere romano estremamente vitale e contradditorio diventato attualmente una sorta di set a cielo aperto: guardare il post dedicato a QUESTIONI DI CUORE) SOLITUDO lavora anche all’interno del quadro fisso, dei campi, nei movimenti, cercando di rendere gli scorci e i luoghi del quartiere parti attive del contesto narrativo. La Storia vede uno strano e silenzioso personaggio attraversare una foresta umana di sofferenze metropolitane ascoltandone le confessioni, le amarezze, le violenze e le loro fragili umanità.

Regista di premiati corti, oramai romano adottivo, illustratore, fumettista, (ha lavorato anche con ANDREA PAZIENZA e in testate storiche come FRIGIDAIRE) BORSELLI per questo film si è avvalso di una factory collaborativa ormai collaudata negli anni cosa che, come sentiremo, gli ha consentito di ottimizzare costi e tempi.

Il film è anche cosparso di alcuni simbolismi e riferimenti abbastanza alti disposti comunque non in modo snobistico ma funzionale alla vicenda. Forse le critiche maggiori sono riferibili a una sceneggiatura incerta sul cosa voler dire, poco equilibrata con la ricerca visiva che è senz’altro il tentativo, la parte più nobile dell’intero progetto. BORSELLI è anche lo sceneggiatore e, probabilmente, il mix delle due espressioni, registica e di scrittura, non ha raggiunto un livello di compatibilità chiaramente definito.

Ciò detto si tratta di un film che merita di essere visto proprio per questa sua vocazione al valore dell’immagine in quanto tale, un cinema che vuole essere altro dall’omologazione ufficiale del fotogramma, del quadro, della sequenza attualmente propinato al pubblico cinematografico e televisivo.

KS – Grazie Pino per il tempo che ci concedi. Per cominciare dicci qualcosa (a noi e ai nostri 24 contattisti maledetti…) a proposito del film, della sua genesi-

BORSELLI – In realtà questo film era stato fatto per andare ai festival. Poi l’anno scorso, in occasione dell’apertura del Nuovo Cinema Aquila e di alcune iniziative legate al territorio del quartiere, ebbi modo di farlo vedere ai gestori e piacque molto. Dovevamo ancora ultimare delle questioni burocratiche per cui il film poi è stato proiettato in sala solo recentemente. Ma come ti ho detto in origine non era stato pensato per una immediata programmazione  ma per la partecipazione ai festival.

KS – LA “SOLITA VITA” DEI FILM INDIPENDENTI INSOMMA?

BORSELLI – Esatto. Solo che sinora questa “vita” ancora non c’è stata. Abbiamo collezionato un piccolo record negativo: su circa venti festival a cui l’abbiamo proposto abbiamo ricevuto molti complimenti ma anche venti rifiuti. E’ ovvio che per un creativo, per me e tutta la mia squadra, non riuscire a rendersi visibili dopo essersi fatti un mazzo non indifferente è cosa non gradevole. Ciò detto c’è anche un motivo di orgoglio perchè probabilmente il nostro lavoro era talmente fuori dall’ordinario e con qualche originalità tale da spiazzare i selezionatori! Abbiamo certamente realizzato un’opera non modaiola o di tendenza ma completamente dedita al cinema, a quel cinema che ci piace fare.

KS –   COME NASCE SOLITUDO?

BORSELLI – Io è da venti anni che cerco di fare un film! Ho girato diversi cortometraggi alcuni dei quali hanno raccolto premi e consensi. Ho “rischiato” di fare un lungo ma sul più bello sono stato “accannato”, come si dice qui a Roma . Poi abbiamo cercato di realizzare un film con i contributi ministeriali. Ora per spiegarti questo stranissimo mondo servirebbe non un’intervista ma un volume a parte, lasciamo perdere per carità di patria. Insomma i fondi non ci sono stati concessi e allora abbiamo deciso di girare comunque, non lo stesso film, quasi come reazione all’inaccessabilità creativa a cui vieni relegato dalle istituzioni ufficiali. Questo anche grazie alla piccola Crew che ho realizzato e con cui lavoro da tempo: dal direttore della fotografia all’executive producer, insomma una “squadra” affiatata e affamata di cinema. Volevamo fare qualcosa che rappresentasse il percorso che stavamo facendo. Anche per questo abbiamo fondato una piccolissima casa di produzione (Outsiders MOVIE)

KS –   La sensazione, guardando il tuo film è che, dall’ottica testuale, si tratti più di un lavoro di Storyboard che di Soggetto-trattamento-scaletta-sceneggiatura, insomma il lavoro classico di scrittura.

BORSELLI – Indubbiamente abbiamo puntato molto ad un ambito estetico visivo ma anche con una forte connotazione narrativa. E’ vero che in alcuni casi la parola, l’uso della parola, è stata un’aggiunta a un dato visivo che, per ragioni economiche, in taluni casi non siamo riusciti ad ottenere. Alcuni dialoghi hanno ricoperto questo compito. L’intenzione iniziale era quella di sviluppare un progetto quasi totalmente cinematografico ma abbiamo dovuto raggiungere un compromesso per quei motivi logistici di cui ti ho parlato. Ciò detto l’impianto della vicenda diviso in quattro “movimenti”   era assolutamente narrativo.   Il film è stato pensato anche come una mescolanza di linguaggi cinematografici anche se il plot di base era sostanzialmente molto semplice. Ho mescolato un po’ le carte perchè mi piaceva inserire tutto quello che era forma – linguaggio.

KS –   Una sceneggiatura aperta quindi, insomma pronta ad accogliere idee diverse.

BORSELLI – In questo senso sì, se però intendi con “aperta” quella di modificarsi in corso di riprese assolutamente no! In un film indipendente, piccolo come il nostro, ogni secondo ed ogni euro deve essere messo a bersaglio! La sceneggiatura era blindatissima! Il film è stato girato in diciassette giorni!

KS – Nel film mi hanno molto colpito i due monologhi: quello di Pulcinella e quello del clochard. Notevoli dal punto di vista della scrittura ed eccezionali per ciò che riguarda le interpretazioni!

BORSELLI – Sì, hai detto bene, sono state veramente grandi le interpretazioni. Ciro Damiano ha già avuto altre esperienze cinematografiche e a proposito del personaggio del clochard si tratta di uno tra i migliori attori di teatro in Italia. 

KS – Si tratta di due parti “parlate” molto classiche ma di grande intensità.

BORSELLI – Lì c’era un intenzione precisa. Come avrai visto ci sono quattro pezzi singoli. Il nano che apre il film, Ciro, Sebastiano il clochard e poi il tenore alla fine del film, ebbene, almeno nelle intenzioni, ognuno rappresentava un modello storico espressivo di recitazione: il primo è l’attore di strada; il secondo la commedia dell’arte; il terzo l’ambito attoriale espressivo classico e il quarto la cantata. Insomma, tra le righe, ho cercato anche queso tipo di rimandi e di citazioni. Tutto ciò sempre per riprendere il discorso sulla mescolanza degli stili. E’ una metodologia che cerco di adottare spesso nei lavori che eseguo, questo anche per avere uno sguardo diverso.

KS – Hai fatto benissimo a sottolinearlo. Ripensandoci ora questa diversa prospettiva di linguaggi si avvertiva nel totale del film e questi particolari confermano l’interessante  lavoro preparatorio. A proposito, quanto è costato SOLITUDO

BORSELLI – Diciassette giorni di riprese e circa seimila euro. Tutti hanno sposato il progetto in gratuità. Poi con l’Executive che lavora da sempre con me abbiamo fatto un calcolo e se avessimo dovuto pagare tutti, ovviamente al minimo, rispettare qualsiasi spesa canonica, il film sarebbe venuto a costare tra gli ottantamila e i novantamila euro. Ti dico questo a dimostrazione del fatto che c’è una generazione di tecnici e di autori che, pur non essendo assolutamente contemplati o sostenuti dalle istituzioni ufficiali,  sanno lavorare in modo straordinariamente efficace e che sono in grado di ottenere prodotti, indipendentemente dal valore intrinseco dei film, di notevole livello e professionalità. Persone che riescono a realizzare contenuti con importanti possibilità, anche commerciali se vuoi, contenendo costi, trovando soluzioni sul campo, impegnando energie atte a risolvere problemi tecnici quasi insormontabili, sviluppando linguaggi e cercando, nei limiti del possibile, innovazioni. Non sto parlando del mio film, Ti sto illustrando un panorama sommerso  e straordinariamente vitale di una generazioni di cineasti e tecnici che  stanno costruendo una “cultura”  tecnica ed espressiva nuova! Se tu pensi che un film “ministeriale” costa mediamente dal milione e mezzo ai tre milioni e si tratta di pellicole che spesso spariscono dalle sale dopo una settimana… Perchè non utilizzare parte di queste risorse per dare una reale scossa finanziando una quantità di proposte che potrebbero andare dallo sperimentale al film di genere. Proprio attingendo a questo patrimonio di competenze di cui ti ho fatto menzione.

KS – Sì, con noi di KS sfondi la classica porta aperta. Ormai il problema non è più produttivo in se stesso ma sta tutto nel circuito, nei canali della visibilità. Eppure le potenzialità di questo cinema, anche a livello puramente economico, potrebbero essere enormi.

BORSELLI – Certo però allo stato sono tutte iniziative singole che se non trovano un qualche tipo di sponda istituzionale sono destinate all’anonimato, all’inconoscibilità. Pensa soltanto al fatto, ad esempio, che al Festival di Venezia, ovvero il nostro avvenimento cinematografico più importante dell’anno, non esiste una sezione dedicata al cinema indipendente. Oppure il Donatello: hai mai sentito di un premio alla miglior opera indipendente? Questo per ribadire il quasi totale deserto istituzionale rispetto a questo mondo creativo.

KS – Una colpa che però imputiamo agli autori è quella di isolarsi, di non cercare collaborazioni, scambi, confronti…

BORSELLI – E’ perchè sei costretto. Produttivamente parlando sei costretto. Sono d’accordo con te  invece sul fatto che non ci si incontra. Manca quasi totalmente quell’atmosfera di vita creativa che caratterizzava il cinema e la vita culturale in genere del nostro paese negli anni sessanta o settanta. Io faccio parte dei CENTOAUTORI giovani e debbo dirti che tra di noi si sta facendo sempre più largo questo concetto di “comunità creativa”, anche, tanto per dirne una, nei rapporti con il ministero ad esempio: un conto è andare da solo, un conto è proporre un gruppo di autori e di creativi in grado di proporre progetti con una prospettiva comune. 

KS – Per tornare al tuo film ci ha colpito l’idea del B/N

BORSELLI – Be’, su questo debbo dirti che siamo abbastanza orgogliosi. La resa del bianco e nero in digitale è sempre molto problematica, si rischia una pasta anonima e inespressiva. Con i miei collaboratori, la crew con cui lavoro da tempo di cui ti ho già parlato, abbiamo ingaggiato una vera e propria scommessa. Il risultato, a nostro modo di vedere, è stato buono e  frutto di molti esperimenti e tentativi.

KS – Forse la parte   che più si espone alla critiche, nel tuo film, è quella che riguarda la sceneggiatura…

BORSELLI – Vedi, io non sono uno scrittore. Lo faccio per necessità ma riconosco di non essere uno sceneggiatore con un solido mestiere e un reale talento per questo settore. Tant’è che attualmente per un prossimo progetto sto inserendo dei giovani sceneggiatori. Questa è la mia settima sceneggiatura. Devi poi sapere che, come ti ho già accennato, in alcuni casi la parola ha dovuto sostituire le immagini che non potevamo realizzare. Mi rendo conto comunque che questa tua obiezione ha un fondamento. Comunque su tutto: sceneggiatura, fotografia, regia ecc, abbiamo messo una passione feroce, la passione di chi vuole fare cinema cercando qualcosa da dire. Anche perchè io credo che Cinema Indipendente voglia dire cercare linguaggi e visioni e non scimmiottare le storie ad alto budget come invece, talvolta, purtroppo ho visto fare -

Grazie Pino e auguri per i tuoi prossimi lavori (c’è un progetto interessante ma non possiamo parlarne).  SOLITUDO non è certo un film privo di difetti o di incertezze ma è qui, da queste intenzioni e da queste realizzazioni, con tutti i dubbi e i passi falsi, che ci aspettiamo una nuova lettura dei nostri tempi. Sganciata, per quanto possibile, da quel cumulo di compromissioni e di opportunismi  che livellano i linguaggi e le narrazioni a una medietà inquietante.  

SOLITUDO – Regia: Pino Borseli; fotografia; Daniele Poli; montaggio: Gianluca Quarto; scenografia: Andrea Bianchi

INTERPRETI – Pino Borselli (Grande Capo), Linda Manganelli (Little Baby), Raffaele Castria, Alberto Caneva, Patrizio Cigliano, Mimmo La Rana, Bruno Conti, Giancarlo Martini, Ciro Damiano, Luca Battagello, Sebastiano Tringali. Prodotto da Daniela Di Castro- OUTSIDERS MOVIE-

Ascirivicerci!! Alla prossima (maledetti 24 contattisti …)                                                                                                          

QUESTIONI DI CUORE: CONSIDERAZIONI SU UN FILM SCRITTO BENE

Maggio 4, 2009 by kinescrivere

Anche se un po’ simile a UNO SU DUE (Sceneggiatura di Francesco Cenni, Michele Pellegrini nonchè della coppia Cappuccio, regista, e Gaudioso) il film di Francesca Archibugi è un esempio di film “piccolo” compatto, curato nella scrittura, con un soggetto forte alla base. La Archibugi si era specializzata nella narrazione di un certo cinema di atmosfere, di rapporti, di crescite, molto attento ai personaggi ai loro mezzi toni, ad un certo perpetuo essere al limite senza strepiti. Fummo invero molto delusi da LEZIONI DI VOLO, l’ultimo suo lavoro, pretenzioso, retorico come sempre  o quasi sempre è il nostro cinema quando se la vuole fare con l’India, l’Africa, terzimondismi afflitti da striscianti ipocrisie risolte con autoflagellazioni apocrife.

Qui torna all’ovile (più che mai visto che il film è ambientato addirittura al Pigneto, noto quartiere romano ricco di fermenti e contraddizioni) parlando di uomini e cose più conosciute che manovra tramite anche il bel romanzo di UMBERTO CONTARELLO (famoso sceneggiatore) da cui la pellicola prende importanti spunti. Non che manchino le arditezze, le volontà di inserire frame onirici o autoironici (i cinematografari che interpretano loro stessi: Verdone, Sorrentino, Virzì e altri in un piccolo cameo) forse di eccessi anche e soprattuto nel personaggio interpretato da Antonio Albanese, uno sceneggiatore in crisi, però è notevole la compatezza del testo nel raccogliere un assieme sociale e individuale fornendo un linguaggio svariato ma credibile.

E’ un film con il quale è facile aderire emozionalmente, in cui il conflitto dei personaggi è naturale e non forzato e il loro bisogno di comprendersi risulta verace, concreto, quasi necessario. Lo sfondo di un quartiere popolare come il Pigneto, notevolmente fotografato in una pasta caleidoscopica non eccesivamente satura, quasi virata in un costante crepuscolo rosato, non è un orpello intellettual- pasoliniano ma configura una quinta in cui i due personaggi principali (Albanese di cui abbiamo già parlato e Kim Rossi Stuart che interpreta un meccanico fatalista, entrambi uniti dalla malattia ma con destini diversi) trovano un senso più profondo.

Un film di dettagli popolari  come capitava al miglior cinema italiano. Sinora, in questo duemilanove, è la cosa migliore che abbiamo visto. Con ciò esponiamo anche delle perplessità. La principale riguarda la contaminazione che si propagano i due personaggi. Alla fine resta uno strano senso di “non sufficiente contagio”, la non capacità a livello di scritura di usare tutte le ottime premesse drammaturgiche in una soluzione morale (non moralistica o moraleggiante!) convincente. Permane un fastidioso senso di inerzia rispetto al potenziale di contrasto tra le due vicende.

Inoltre il rapporto tra i due viaggia in un clima di idillio semicostante. Non c’è insomma quella montagna russa di attese e disattese, di comprensioni e incomprensioni che avrebbero teso ancora di più le prospettive, le visioni, le condizioni profonde dei personaggi principali e il loro rapporto dialettico con le proprie realtà di appartenenza e su quelle prossime. C’è quel continuo, disturbante, fastidioso, clima di buonismo corretto e virtuoso che rappresenta uno dei mali endemici della nostra scrittura.

Ciò detto lo sguardo testuale e visivo ci restituisce un cinema importante versato alla scansione di un mondo urbano e privato in continuo movimento eppure uguale da sempre. Lo sguardo terribile di Kim Rossi Stuart che osserva la morte da un balconcino popolare affacciato su una piazza abitata  da adolescenti figli esatti dell’odierno è un momento di cinema e di espressività artistica importante. Un momento semplice, chiaro, inquadrato seccamente nel suo contesto complessivo.

Di questi tempi sarebbe già bastevole ma nel film c’è dell’altro, e molto buono anche. Infine vorremmo segnalare le interpretazioni, a nostro modestissimo avviso notevolissime, di Rossi Stuart e di Micaela Ramazzotti capaci di rendere il quotidiano d’ una semplice coppia di periferia alle prese con qualcosa di più grande di loro.

ascirivicerci alla prossima !!

PRESTO SU KS UN LUNGHISSIMO POST DEDICATO COMPLETAMENTE AL SOGGETTO!!

VINCENZONI E GASTALDI: DUE AUTOBIOGRAFIE STRAORDINARIE

Aprile 17, 2009 by kinescrivere

LUCIANO VINCENZONI ed ERNESTO GASTALDI sono due signori più o meno della stessa età (Vincenzoni è del 26) che hanno segnato l’immaginario collettivo del nostro paese dal dopoguerra sino a quasi i giorni attuali. Per un blog come il nostro che privilegia e scruta il mondo della scrittura per immagini si tratta di due icone imprescindibili. Non staremo qui ad elaborare esegesi sui copioni dei due. In rete (almeno lì) troverete filmografie a bizzeffe (nel caso di Gastaldi anche una corposa bibliografia in quanto il nostro è stato scrittore di fantascienza e gialli con vari pseudonimi americaneggianti come Julian Berry, ad esempio) qui vogliamo solo parlare brevemente di due opere indispensabili per chiunque voglia conoscere di più sulla storia del cinema e del costume italiano.

PANE E CINEMA - Gremese Editore di Luciano Vincenzoni e VOGLIO ENTRARE NEL CINEMA!Storia di uno che ce l’ha fatta- di Ernesto Gastaldi - Mondadori, collana BUM- fuori catalogo, sono due autobiografie che attraversano con giocosità tragica da commedia dell’arte cinquant’anni di storia nazionale vista sotto la lente ipertrofica del mondo di celluloide. In comune i due hanno una leggerezza straordinaria di racconto, una infinità di dettagli che disegnano scenari intimi e sociali e la caratteristica di essere  “emigranti” (Vincenzoni di Treviso; Gastaldi di Belluno… se non ricordiamo male) arrivati nella tentacolare e mafiosissima Roma cinematografara dell’immediato dopoguerra o giù di lì da assoluti spiantati e non raccomandati. E’ un mondo picaresco e avventuroso quello che raccontano  dove però la determinazione dell’atto creativo, dell’interpretazione dei propri tempi attraverso la parola scritta, sono i capisaldi di riferimento. Vincenzoni è stato preminentemente un Soggettista, termine questo che il cinema e la televisione attuale hanno cancellato causando danni incalcolabili sul livello medio della narrazione offerta, un facitore cioè di racconti per immagini, un realizzatore di quel mattone basilare, essenziale, che sta alla base di ogni progetto filmico: la storia in sè esposta in forma narrativa. Gastaldi invece si formò alla palestra di quella editoria cosidetta d’evasione che lo ha condotto ad una scrittura più di genere forse ma di uguale impatto figurativo e  cura artigianale verso il meccanismo dell’intreccio.

Dalle due autobiografie traspare una nazione, un cinema e forse uno spirito sociale di comunità che non esiste più. Considerare però queste due notevoli opere (non foss’altro che per la grazia “popolare” di una prosa semplice, diretta, immediata ma non banale o rapida) come reperti di archeologia storica cinematografica sarebbe una svista colossale. Nei due libri ci sono in chiaro e opportunamente criptati, visioni, prefigurazioni, osservazioni sui nostri tempi e sul ruolo della scrittura e sulla determinazione che quest’ultima richiede per centrare temi e riscuotere attenzione.

Entrambi narrano di un mondo vitale, mobile, pieno di energie e di truffatori, di opportunità e di pataccari ma comunque caldo, vivo, generatore di eventi e forze.  Il confronto con lo stagno di gesso attuale è sconfortante. Nonostante la moltitudine (finta il più delle volte) di piattaforme, di soggetti attivi nel mondo del’audiovisivo. Forse anche l’atteggiamento degli autori, di coloro che hanno scritto cinema dal dopoguerra sino ai tremendi anni ottanta, constava di una deontologia magari non percepita come tale ma naturale nel concetto stesso di creatività.

Insomma sono due viaggi avventurosi e straordinari dentro noi stessi. All’interno di quei film che abbiamo amato e che speriamo amino anche le prossime generazioni. Verso quelle battute che sono entrate e tuttora restano nel parlato comune. Vincenzoni e Gastaldi ci portano indietro per indicarci un futuro possibile. Nell’oceano di aneddoti, di storie, di vicende, di incontri, di donne, di uomini, di film fatti e di altri (i più) sfumati, v’è sempre un pudico riferimento al potere della storia scritta, o da scrivere, alla sua miracolosa intenzione di riferire una sintesi rivelatrice.

Leggeteli (quello di Vincenzoni è uscito da un paio di anni ed è in catalogo ancora mentre reperire il titolo di Gastaldi è un po’ più difficile) come se fossero due sceneggiature. Perché è questo che sono: due straordinari film sull’Italia e sugli italiani, dietro e davanti lo schermo. Entrambi hanno finali malinconici, struggenti quasi, come a testiminiare di un mondo che non esiste più. Recuperarlo e reinventarlo sarebbe il compito di chi si accinge a riempire un A4 bianco. Tutto il resto è grande fratello.

Ascirivicerci, alla prossima.

MALA TEMPORA: BREVI CONSIDERAZIONI SUL CININD ITALIANO

Aprile 1, 2009 by kinescrivere

Abbiamo assistito al NuovoColosseo (spazio romano interessante di cui abbiamo già parlato) a MALATEMPORA di STEFANO AMADIO che, in alcuni post precedenti, avevamo intervistato non sul film ma sullo stato degli “Indipendentari” in Italia.

La pellicola è una operazione abbastanza coraggiosa che si dedica ad un periodo storico oscuro sfruttando scenari naturali come quelli abruzzesi inspiegabilmente trascurati dal cinema italiano. La storia vede, sintetizzandola in una estremissima sinossi, un monaco templare alla ricerca di un “graal” che si rivelerà simbolico.

L’idea coraggiosa, l’intuizione di usare i fantastici scenari abruzzesi, un certo sforzo di ricerca storica che ci pare di aver ravvisato purtroppo non nascondono profondi limiti narrativo-visivi e una totale mancanza di rischio nelle scelte registiche e di sceneggiatura. Purtroppo, anche questo film, si ascrive a quel CinemaParabrezza, quel cinema cioè bidimensionale, a una sola quota, che si muove piattamente, che si sposta da destra a sinistra come quei videogiochi preistorici… Anche nei dialoghi, nelle battute, l’intenzione non sfiora neppure una sufficiente, autonoma, capacità espressiva. Si ferma il tutto, insomma, ad uno stadio intermedio tra il dilettantismo e il personalismo.

Non facciamo queste considerazioni per stroncare un’opera prima girata con pochissimi soldi, con tanti sforzi, tra molte difficoltà. Sarebbe un modo di guardare alla creatività e a chi, comunque, rischia e prova, assolutamente vigliacco. I rilievi che muoviamo a questo lavoro non sono, o almeno sono soltanto in parte, imputabili agli autori. Questo perchè, in Italia, ora, le forze creative che vengono dal basso (in questo caso parliamo di cinematografia) sono, a nostro avviso, respinte, oppresse, represse, o soppresse. Ciò non per chissà quali piani mefistefolici di eminenze più o meno grigie ma per un sistema di fatto che non le ritiene utili, significative, necessarie per la cifra culturale di un paese.

Che questo sia una immensa dimostrazione di cecità lo possiamo avvertire dal senso di profonda stagnazione (di autori, produttori, attori, scrittori) in cui si muove il cinema italiano. I soliti nomi che si alternano, si ringraziano, si citano, si riciclano in una giostra autoreferenziale a circuito chiuso.

Sinora il cinema indipendente,  quindi quella forza creativa dal basso di cui abbiamo già fatto cenno, non solo non può minimamente pensare a concretizzarsi in sistema, sia pure minimo, di mercato, ma è anche totalmente abbandonata, affidata a slanci solitari, da un inesistente sostrato culturale e di settore.

Insomma se un film come MALATEMPORA è, purtroppo, un film quasi totalmente mancato (e come lui molti altri) ciò accade perchè sin dalle prime fasi, dall’ideazione, dalla scrittura e poi ancora nella produzione e postproduzione, insomma in tutto l’apparato realizzativo in quanto tale, l’autore ( o gli autori) è sostanzialmente relegato nel recinto di una “disperante solitudine” dove, al di là del proprio background e di quello dei suoi collaboratori, non usufruisce di nessun riferimento, di nessun sistema di comparazione, nell’esecuzione della sua opera.

Che esista un deserto istituzionale di settore (esclusi i supporti lodevoli ma più che altro logistici delle filmcommission) adeguati a sostenere un cinema che già dalle premesse, per sua naturale vocazione, nasce fragile, è cosa di una evidenza disarmante. L’autore, l’opera prima o seconda, chi si affaccia alla possibilità produttiva di una certa soglia minima professionale, dovrebbe poter appoggiarsi a qualcosa, anche se fosse soltanto un altro punto di vista, in grado di sostenerlo nelle scelte, nelle svolta prettamente artistiche. Insomma prima di fare sistema economico il CinInd deve fare sistema di merito, cioè realizzare una piattaforma sinergica di aiuto reciproco nelle fasi di pura creazione.

Questo è un punto, a nostro modestissimo avviso, irrinunciabile. Buone idee, sensibilità, innovazioni, stili, linguaggi, sperimentazioni, tutto si perde se resta dentro un baccello microcosmico e personale. Si altera, fallisce, e disperde anche la quantità di “buono” che aveva in chiaro o in prospettiva. Osservando il film di Amadio riflettevamo sul fatto che il cinema, che la macchina del cinema, ha bisogno non di geni o di artisti ma di tante solide professionalità in contatto ininterrotto e fertile. Altresì il rischio è questo senso di solitudine, di abbandono alle proprie intenzioni, ai propri dubbi, all’isolamento dialettico che distrugge talenti e creatività. Un’isolamento di cui hanno responsabilità tutti coloro che si occupano di cinema e che di fatto collude a un sistema bloccato e affidato a un nucleo di privilegiati.

Ascirivicerci!! alla prossima!!

GIULIA NON ESCE… IL CINEMA “FRANCESE” DI GIUSEPPE PICCIONI

Marzo 5, 2009 by kinescrivere

Esistono ormai sempre meno registi o autori riconoscibili nel cinema italiano. Registi o autori in grado di applicare un loro marchio alle opere che propongono. Stile, temi, approccio visivo, atmosfere, tutto il compendio che realizza l’identità di un narratore.  Un senso di “fossa comune” è quello che caratterizza il sentiment della maggior parte delle opere nostrane che passano sugli schermi.

Giuseppe Piccioni (Ascoli piceno, 1953)  rappresenta uno dei rari casi, nell’attuale panorama  italiano, in cui è possibile risalire a un autore per tramite del suo lavoro. Cineasta più originale di quanto venga considerato, Piccioni, persegue un suo cinema necessario; un cinema apparentemente classico, che parte da una idea forte di storia ma che poi si inoltra all’interno di un personale sentire composto da mezzi toni, da attese piane, da esitation che insistono in un rallentamento del divenire narrativo che per sottesa malinconia ricordano lontanamente alcune ellissi Scoliane o certi abbandoni alla Rhomer.

E’ un cinema lontano per stile narrativo e (pre)figurativo dalla corrente monolineare degli script realizzati in Italia, figli indiretti della destruente macchina televisiva, ad esempio in LUCE DEI MIEI OCCHI, film che fu stroncato proprio perchè la maggior parte della critica è incapace di decifrare uno schema di narrazione testuale visivo che si allontani dalla piattezza in corso, questo taglio prospettico di storie e tempi in apparente conflitto era spinto quasi al massimo tanto da farlo sembrare, a una disattenta esegesi, privo dei cardini canonici utili per lo scorrimento corretto di una sceneggiatura.

Anche in GIULIA… questo tema dei tempi interni che confliggono, delle storie che si insertano, dei personaggi che raggiungono un personale straniamento rappresenta la nota a margine del cinema di Piccioni. Pare che il fuoco della vicenda si spenga, o si sposti, o si immerga in una complessa foschia. In realtà ci pare che tra le cifre del suo stile, preminente, s’affermi quella di una ricerca complessiva di “smarrimento” di “storia aperta”. Non si tratta di sperimentalismo ovviamente ma di un “core” testuale a cui, che lo voglia o no, va a sbattere continuamente.

Il limite del suo cinema, e della sua narrazione, forse, è proprio in questa faglia, in questa cesura tra l’impianto classico e questo sbando personalissimo, questa attrazione per la sconfortante e fascinosa multidirezionalità possibile delle storie; come se l’audacia stilistica si arresti improvvisamente per paura di spingerla oltre e, in questo stare a metà del guado, i personaggi e le circostanze perdano energia, fiducia nella sconfinatezza alla quale incoscientemente aspirano e non assurgono mai a quel mondo altro restandone sulla soglia. E’ per questo che aleggia un costante senso di vagabondaggio, di improvviso confondersi, nei suoi lavori, nei personaggi che tratteggia, nelle scelte di sceneggiatura.

Spesso accompagnato da sceneggiatrici donne, ricordiamo Linda Ferri una delle grandi Lady italiane della scrittura per immagini, anche in questo caso Piccioni si è avvalso del contributo delle “quoterosa”: FEDERICA PONTREMOLI. Scoperta e lanciata, da Nanni Moretti, tipica scrittrice prettamente cinematografica, regista anch’essa di un film da lei scritto anni fa intitolato QUORE.

Sarebbe interessante sapere come hanno, gli autori, deciso di dividersi il lavoro o che tipo di gestione collaborativa hanno scelto. Il film resta un tipico film di Piccioni. Riconoscibilie è anche l’amministrzione di uno sfondo urbano che anch’esso resta sul limite d’un dato angoscioso e  la quinta scenica mai troppo blanda da essere considerata sfondo o troppo esorbitante da trasformarsi in luogo fondamentale per la narrazione.

Piccioni ci ricorda, per una sua ricerca di stile, per il bisogno di un’espressione necessaria, per la determinazione con la quale pedina il personaggio che lo più lo interessa (magari tralasciando gli altri…) un altro cineasta forse più intrinsecamente “politico” ma sulla stessa linea di tensione: Gianni Amelio.

Ora in GIULIA… vi sono molte perplessità, molti irrisolti quesiti (è per questo che sarebbe utile conoscere la collazione, per così dire, dei modi e toni tra i due sceneggiatori) alcune incertezze alternate a idee forti, che si reggono, quest’ultime, da sole e che sostengono anche i lati deboli della struttura.

E’ indiscutibile che il personaggio di Giulia (interpretata da una Valeria Golino intensa) sia l’architrave di tutto il progetto di narrazione. E’ nel personaggio dello scrittore (interpretato da un monocorde Mastandrea) che abbiamo ravvisato le falle più profonde. Il personaggio non cresce, non matura, non sfrutta la potenza del personaggio Giulia per virare la sua vicenda e la storia in generale. C’è un evidente squilibrio tra questi due motori narrativi. A volte fastidiosa c’è sembrata la linea-storia della figlia e del suo fidanzatino e poco sfruttata quella della moglie con la sua estraneità alla vita del marito, dello scrittore.

Sbilanciamenti insomma, disquilibri, difficoltà a congiungere gli elementi in un complessivo rapporto tra tema e metafora. Ma, ciò detto, resta una “inspiegabile” piacevolezza nell’assistere ad un film di Piccioni ed è, a nostro modestissimo avviso, cioè mio, de mì madre e de Arnaldo il benzinaro de Torpignattara appassionato di cinema, gli autori di questo blog (il meno visitato della storia del web), il piacere di condividere un autore. Di sapere che,  se a volte la direzione non sarà sempre precisa, il viaggio sarà sicuro perchè c’è una guida che, in un modo o nell’altro, sa arrivare alla meta.

Ogni autore ha un suo limite e una sua grandezza, ma se è tale, se è autore appunto, la sua riconoscibilità sarà sempre evidente. Noi in Piccioni vediamo questo, forse anche perchè in molti altri questa “identificazione” è sempre più rara o posticcia.

Ascirivicerci, alla prossima!

CLOSE UP – STORIE DELLA VISIONE

Febbraio 27, 2009 by kinescrivere

Riceviamo da parte dell’interessante rivista quadrimestrale fondata da Giovanni Spagnoletti una mail in cui si delinea la possibilità di una chiusura per motivi strettamente economici. CLOSE UP – STORIE DELLA VISIONE (edizioni Kaplan) è una pubblicazione che potremmo definire appartenente a quel filone di neocritica che per ragioni lunghe ora da discutere non è mai riuscita a innalzarsi a un livello tale da rappresentare una controparte, un riferimento di cui il cinema italiano dovesse tenere conto.

La rivista però è di qualità e per un blog come il nostro che privilegia il versante scrittura ne ricordiamo, ad esempio, il numero 20 “Il cinema che scrive. Nuove modalità dello sguardo cinematografico”.

Insomma  se dovesse sparire questa voce ci roderebbe un poquito il chiccherone (come notoriamente dicono a Bolzano) quindi KS (e siamo certi anche i nostri famigerati 24 contattisti bastardissimi) invita a consultare il sito Kaplan (linkato alla vostra destra) per saperne di più sulla rivista ed eventualmente sostenerla.

Come dice un proverbio tibetano famosissimo “Meno voci, meno opinioni, più EX e cinepanettoni!”.

Ascirivicerci, alla prossima!