DIETRO I NOSTRI OCCHI di Luc Dardenne

Ottobre 23, 2009 di kinescrivere

I nostri maledetti 24 contattisti matti e disperatissimi sanno che di tanto in tanto segnaliamo dei libri che riteniamo necessari o quantomeno importanti. La casa editrice ISBN si sta segnalando per alcune uscite editoriali volte alla conoscenza del magic box degli autori, della loro scatola dei trucchi, insomma di tutto quel dietro le quinte creativo che sta dietro un opera cinematografica. In questo senso è molto interessante il libro di Kevin Conroy Scott – SCRIVERE CINEMA in cui l’autore intervista quattordici sceneggiatori tra i più importanti. Il risultato è un lungo viaggio attorno al mondo della parola scritta rivolta alle immagini ma anche a un sotterraneo pianeta di insospettabili paure, incertezze, dubbi, crisi autoriali e umane che i protagonisti a volte confessano apertamente altre lasciano intendere.

Il libro di cui però vi vogliamo parlare è DIETRO I NOSTRI OCCHI di Luc Dardenne (ISBN editore costo 16,50). Ci sono molti motivi per consigliare e suggerire la lettura di questo volume. Innanzitutto l’apparato documentale delle tre sceneggiature scelte che sono esattamente IL FIGLIO – L’ENFANT -  IL MATRIMONIO DI LORNA. La validità di questi testi viene dal fatto che non si tratta di riletture in moviola ma della sceneggiatura utilizzata in lavorazione. Già altre volte abbiamo parlato della pessima abitudine di pubblicare sceneggiature da rilettura moviolistica; si tratta di documenti privi di valore didattico e filologico. Sorvoliamo poi sull’assenza, in queste proposte editoriali, del soggetto o del trattamento, ovviamente originali anch’essi, a corredo della sceneggiatura. Del resto sul buco nero dell’editoria che si occupa di cinema riguardo al Testo del film abbiamo già abbondatemente parlato in altri post.

Le tre sceneggaiture dei Fratelli Dardenne (il libro è firmato dal solo Luc ma la presenza in citazione e in sfondo di Jean Pierre è così determinante da comporre quasi una doppia firma di fatto) stupiscono per una secchezza, per un’asciuttezza della composizione, del dialogo, del plot. Va detto che quando un’autore lavora in regia a un suo testo può indubbiamente permettersi di eliminare tutto un apparato di scelte, risoluzioni, atmosfere, che evidentemente ha già ben chiare nel milieu creativo dal quale ha estratto il lavoro di scrittura.

Come diceva Flaiano nulla è più opinabile di una sceneggiatura ed evidentemente la quantità di materia da omettere, a cui rinunciare, è uno di quei dati difficili da offrire a un lettore altro, a uno insomma che non ha il sentimento della storia. Ciò detto va rilevata la pulizia, la godibilità, la scorrevolezza delle sceneggaiture citate. E’ inoltre rilevante la costruzione dei dialoghi sempre in levare, volti a estrarre i sensi senza scoprire il meccanismo della sintesi. Dialoghi naturali e brevi. Necessari.

Ma non è solo in questo significativo aspetto di collazione che il libro di Luc Dardenne assume un importante valore. Prima delle tre sceneggaiture menzionate ci sono circa centotrenta pagine di diario. Sì, diario vero e proprio; estratti ordinati cronologicamente di eccezionale rilevanza sia per la comprensione della grande coppia registica ma anche per il valore, la ricerca, la continua e ininterrotta tensione ideale ed etica con il quale Luc Dardenne stila drammatici rendiconti o denuncia improvvisi smarrimenti.

 Sono riflessioni, stralci, spunti, confessioni, ammissioni di insufficienze, di paure, stimoli, appunti di storie viste, lette, udite, insomma un substrato in continuo fermento che è la vera ricchezza di un autore, forse la sua sola, vera, autonoma risorsa. Per i fratelli Dardenne insiste sempre un valore a monte di quello creativo, una necessità di produrre e rilevare un senso etico, “politico”, di estrarre e decantare da ogni dettaglio sparso questo rigore umanistico. L’atto creativo è una lunga maturazione di questa necessità. In tutto l’impianto diaristico che precede le tre sceneggiature viene fuori una specie di dagherrotipo di quel che dovrebbe essere un autore, a quali tensioni e a quali rischi e obblighi è volto.

Il diario di Luc Dardenne non può non far pensare ad alcune riflessioni di Pasolini riguardo il senso e la “violenza” dell’autore; quella subita, di violenza, ma anche quella che impone. E’ un bilanciamento tragico, un filo, un orlo sul quale chi cerca linguaggi, prospettive, interpretazioni, danza col rischio di cadere o di andare dall’altra parte del baratro solo per sapere che in fondo non è importato a nessuno. Che in fondo non fa alcuna differenza.

Chiudiamo con un estratto dal libro (brevissimo, l’editore ci perdonerà, siamo un blog piccolo piccolo senza una lira) che rappresenta un’ intestazione dei nostri tempi cinematografici, letterari, sociali. Leggetelo con attenzione.

 

12/09/1992

Ho l’impressione che molti film siano delle rese in immagine e musica di una meccanica drammatica sempre più triviale, piattamente evidente, senza ombra eccetto quella calcolata del funzionario-ideatore allo scopo di mantenere in allerta il consumatore. Nessuna ombra reale, nessun mistero, nessuna densità, nessuna contraddizione, nessuna domanda senza risposta e soprattutto non quella che tormenta ogni opera d’arte e che è ilnocciolo duro di ogni espressione artistica: chi rifiuta, chi resiste, lotta contro questa espressione?

Ascirivicerci, alla prossima!

 

NEWS: IL RIFF “APRE” AI SOGGETTI

Ottobre 12, 2009 di kinescrivere

News-news-News—

Il RIFF (Rome Independent Film Festival) per alcuni l’unico vero festival di cinema che si svolge a Roma, da sempre attivissimo su tutto quello che è cinema di fiction o di documentario o corto indipendente, apre ai Soggetti per lungo.

Vara come tutti gli anni un concorso per sceneggiature, ma questa è cosa nota. Per quest’anno www.riff.it la novità viene da un concorso dedicato a Soggetti cinematografici per lungometraggio. Il costo è assolutamente accessibile (10 euro) e il marchio affidabile, a nostro avviso. C’è un premio di mille euro per il vincitore consistente in una sorta di buono di scrittura. Il RIFF ha sempre tentato, con alterne fortune, di seguire i progetti scelti, in questo caso parliamo di sceneggiature, anche nel percorso produttivo. Comunque sul sito sopracitato c’è un area dedicata.

Ascirivicerci, alla prossima!

ANCORA DA UMBERTO D. BREVI CONSIDERAZIONI SUL SOGGETTO

Ottobre 11, 2009 di kinescrivere

Nel leggere il Trattamento di UMBERTO D. si coglie un altro aspetto fondamentale che, nei migliori soggetti che abbiamo avuto modo di leggere, si evidenzia con quel tipo di chiarezza che fa apparire semplice ciò che invece costa una attenta disciplina. Debordare, divagare, gonfiare tratti della vicenda per lavorarne più sciattamente altri, perdere i nessi, le cause, gli effetti relativi, il bilanciamento tra la “scena” e la narrazione, cadere insomma vittime della storia che si vuol raccontare è un pericolo praticamente costante che corre dal primo all’ultimo rigo.

In Umberto D, nel Trattamento che risulta di circa ventitrè pagine, la scelta di realizzare una Terza Persona Partecipante include la volontà di inquadrare con un “occhio” umano e cinematografico allo stesso tempo ed è gia, di per sé, un limitatore del pericolo di smarrire l’obiettivo del testo che si vuole proporre. Non è una scelta casuale, non si tratta di una scelta formale, a nostro modestissimo modo di vedere ovviamente, è invece una precisa intenzione “registica” e con questo termine intendiamo che la sorgente scelta per suggerire l’evocazione è un Terzo che si pone all’altezza di uno spettatore, ma anche a quella di un soggetto che possiede, sia pure ad uno stato di inerzia, un codice metrico etico di relazione e di giudizio con il tessuto della storia stessa.  E’ un occhio scrivente insomma.

E’, in qualche maniera, una visività narrativa essenzialmente politica  ma che è tale, che è nobilmente tale, proprio perchè non muove mai un passo oltre la soglia consentita, non processa o giudica. E’ un CineOcchio severo nel taglio dei quadri e attivo sino a ciò che gli è dovuto nella complicità di spettatore.

Spesso questa scelta del “punto di osservazione” è un momento che viene risolto dal soggettista in maniera sentimentale, poco razionale, se non liquidata con “una cosa vale l’altra!” E’ evidente che la scelta del punto di vista è già narrazione, è già qualità narrrativa, è già precisa proposta di immagini ed è soprattutto, in una intenzione voluta e ragionata, una lente di precisione dentro la quale lo scrittore saprà indubbiamente collocare tutto il suo materiale testuale  in modo armonico e meno dispersivo. Definito già in origine.

 

images

 

Tutto in Umberto D. è azione. E’ dramma. I suoi spostamenti in una Roma moralmente compromessa eppure umana sono simili a quelli di Ulisse. Le sue imprese sono le stesse, prive soltanto dell’entertenaiment fisico che affascina la platea. Il tentativo di chiedere l’elemosina sormontato da un irresistibile senso della dignità è un gesto di dramma, di azione simile a quello di Ulisse nel ribellarsi alla seduzione di Circe, al suo potere di sgretolamento che infligge agli uomini. Tutti gli atti di Umberto sono epici. Rappresentano il canto di un epopea solo che l’eroe tragico è un essere di umanissima statura colto nella sua gigantezza. Questo però attiene allo spessore spirituale di uno scrittore. Ciò che secondo noi, (cioè io, mi madre e Arnaldo er benzinaro di Torpigna appassionato di formalismo russo invero i fondatori di KS, cioè il blog di cinema meno visitato nella storia del web), è più interessante  notare e rappresenta un modello di mappatura delle storie, è il “riuso” dell’epopea, del mito, dei grandi simbolismi, sminuzzati e  ricomposti riciclati con il mestiere e, nel caso del Zav, con l’arte.

La comparazione di UMBERTO D. con L’ODISSEA potrebbe dar luogo a interessanti similitudini, a collazioni sorprendenti, a usi e riusi dell’arte di affascinare con la narrazione per tramite di un viaggiatore, di uno “scalatore” di difficoltà. E’ ovviamente una nostra miserrima opinione che il buon Zav si sia avvalso di mappe precaricate per condurre dal posto A al posto B la dignità e l’umanesimo di Umberto. Se lo ha fatto, se così è stato, se così fosse stato la nostra ammirazione di molluschi quali siamo sarebbe come minimo raddoppiata! Imitare, tradurre, trasporre, reiterare, copiare, rubare! è il vero, grande, “onesto” lavoro di chi vuole scrivere storie. Più che mai tutto questo se vuole scrivere storie per immagini!

Hammett o Chandler (sì vabbè mo’ Arnaldo nun se ricorda bene, comunque era uno forte…) diceva :”Leggere e imitare. Questo è tutto ciò che serve”.umbertodd

Ecco quindi che per il soggettista forse si rende necessario il possesso di quella valigia di “precaricamenti” che  è la conoscenza dei classici, della scalettatura e della struttura nonchè dei passaggi e degli equilibri formali e di contenuto. Estrarre da questa le impalcature per trattare l’odierno rimodulando linguaggi ed espressività.

Mbè mo’ mi madre ha cotto i tortellini alla panna indi per cui ce li si antiamo a pappà, però, benemeriti, disperatissimi, sesquipedali avventori di kinescrivere in numero sempre decrescente (come si fa a decrescere dallo zero? Bha…) vi diamo appuntamento a tra poco per l’analisi comparata della scaletta di UMBERTO e quella dell’ODISSEA (chiediamo perdono a quelli che studiano veramente ste cose…)

Ascirivicerci, alla Prossima!

THEAUTEURS.COM

Settembre 20, 2009 di kinescrivere

Sembra che alcune premonizioni da SF sociologica si stiano avverando. Soprattutto per ciò che riguarda i consumi e la loro ritualistica. Il cinema, probabilmente, sarà una delle prime realtà a inverare  tali precognizioni.  La Sala, questo luogo diventato un archetipo autoreferenziale, questo “non” luogo, verrebbe da dire, questo luogo altro da se’, fragile cartilagine tra il sogno e la realtà, tra lo spazio concreto e quello irreale, warmhole temporale, traslazione asincrona di corpi e dimensioni eppure provvista di una sua identità precisa, materiale, strutturale, ebbene, tutto questo, già sgretolato peraltro da una inflattiva torrenzialità di immagini e didascalie, sta tendendo alla sparizione.

Il cinema sarà, o già è, un consumo privato, clandestino(?), postale, appiattendo ancora di più la sua fascinazione, quel potere penetrante  e collettivo dell’immaginazione realizzata, così svalutata ora, mutilata dal suo senso e(ste)tico. Ciò potrebbe non essere un male; certo, la considerazione, quella cioè di un arte, il cinema perlappunto, che ha sclerotizzato la sua proposta più intima e rivoluzionaria a causa di una disturbante cultura e vellicazione dell’immagine alimentare, sessuale e mercantizia, riducendosi a icona come altra, a un enclave di devoti e fedeli tipo feticisti del piede o circolo degli scacchi, viene quantomai attuale accertata la sua sdoganazione da cattedrali che non merita più (la sala dunque) nè economicamente nè per capacità di adunare o sedurre.

Dunque i nuovi postriboli  del testo visivo sono nella reductio degli schermi, nella privatezza del consumo, possibile ovunque e a chiunque. www.theauteurs.com  rappresenta questo nuo953_ppvo tipo di cultura e di consumo. Non crediamo che sia un male, come abbiamo già detto, è soltanto un percorso obbligato. Niente di più in fondo.

theauteurs.com è un sito che offre in streaming miriadi di titoli. Il concetto del sito è più o meno quello di preservare e diffondere o quantomeno rendere disponibile una moltitudine di film che per varie ragioni sparirebbero fisicamente. Sostenuto da Martin Scorsese con la sua World Cinema Foundation sostenuto addiritura dal Programma MEDIA UE ,theauteurs è sostanzialmente una cineteca virtuale che privilegia, il dimenticato, il non visto, lo sconosciuto. Generalmente la visione di un film, previa iscrizione, costa sui 5 euro ma spesso, sia pure per periodi limitati, sono disponibili titoli in completa gratutità.  E’ notevole la qualità dello streaming e questo è indubbiamente uno dei punti di forza del sito.

La sterminata library mondiale di film esistenti assomiglia  oramai alla borgesiana biblioteca di babele e il sito coglie nel recupero di una memoria cinematografica, icononauta, sia pure frammentizia e desordre, il suo senso più nobile. Non è, come qualcuno, equivocando, ha scritto, un luogo per cineasti mancati, per cortometraggisti ramenghi, per indipendentari rancorosi transnazionali bensì si tratta di un deposito, di un magazzino d’oggetti sommersi la cui rinascita è affidata all’utenza, a coloro che cercano nel cinema quel bisogno di comprensione, di empatia, di prospettiva altra necessaria per intraprendere la contemporaneità.

Del resto, a ben guardare, un sito come questo non fa che interpretare la funzione dei cineclub, dei cineforum, ora come allora per scoprire una cinematografia sepolta ingiustamente, censurata (dal punto di vista del mercato intendiamo), invisibile. E’ quindi tutta la cinematografia mondiale, dalla turca alla giapponese, dall’indiana all’africana, a essere chiamata e resurrezione. Come se il cinema viaggiasse in un futuro retroattivo. Questo ritroso davanti a noi è il cuore pulsante di un’operazione simile ed è forse la stessa sfida ardua che gli autori debbono intraprendere.

La memoria dell’immagine e della parola, ma anche la sua riproiezione poichè queste due istanze non restano inerti: lontanamente, da luoghi e spazi e tempi sconnessi cercano una prossimità; immagini che si reiterano, parole e personaggi che compiono il loro ciclo per reincarnarsi. Tutta l’immagine e l’immaginazione sepolta che torna (a volte) per dirci che sono esistiti film turchi, filippini, cileni, uomini (e no) persone e personaggi ai quali non ci possiamo sottrarre né come autori né come spettatori.

Dunque la Sala, la Sala Cinematografica, non è un luogo destinato alla sparizione ma alla mutazione e, probabilmente, il quesito vero non sta nelle storie, nel sense of wonder, nell’immaginario collettivo, per il cinema, per la narrazione in generale, si tratta di ridiscutere gli spazi, gli spazi fisici, i confini cartacei e mentali insieme. Di ridiscutere l’indiscusso, l’indiscutibile forse. Niente paura però, nel difficile compito, ci sorreggeranno i morti, le storie inascoltate o che non ci hanno detto. Allora viva i dimenticati.

www.theauteurs.com

Ascirivicerci, alla prossima!

(NON CI SIAMO DIMENTICATI! PROSSIMI POST SUL SOGGETTO CINEMATOGRAFICO.  PROSEGUIREMO CON CONSIDERAZIONI E NOTE GIA’ AVVIATE NEI POST PRECEDENTI)

NEWS CONCORSI

Settembre 9, 2009 di kinescrivere

SACT_-_logo_2Salve! Le vacanza so’ finite (invero non sono mai cominciate…) I soldi so’ finiti (idem come parente precedente) a Venezia la Canalis si è fidanzata con Clooney… ci aspetta la H51n1, insomma quella roba lì, e per la crisi dice che passa il prossimo autunno…bha! Comunque, se qualche pazzoide volesse cercare uno spiraglio tra il nepotismo ceauceschiano imperante, segnaliamo qualche concorsino, hai visto mai!

La ZOETROPE ALL STORY, marchio del buon Coppola, indice un contest per racconti entro le 5000 parole. Dovete registrarvi al sito – invio via file- Quindici dollari per partecipare. Inviare entro il primo ottobre. Graditi invii dall’estero ma ovviamente in lingua inglese!  Per altre informazioni andate sul sito oppure inviate una mail a contests@all-story.com (i costi di traduzione sono alti, per cui sequestrate qualcuno che sappia l’inglese USA!)

Sulla Zoetrope torneremo nei prossimi post a proposito del loro lavoro nella ricerca d’una faglia di confine tra la narrativa e la scrittura per immagini; tra la short story e il soggetto. Alcuni anni fa la Mondadori, nella collana Piccola Biblioteca, pubblicò il meglio della produzione di questa sorta di Factory dedicata alla scrittura: Zoetrope: All Story (il meglio della short story americana contemporanea) circa undici testi a cavallo tra il racconto e il soggetto con una stupenda e poetica introduzione del buon vecchio Francis! Ne riparleremo.

C’è poi il Premio Italo Calvino Edizione XXII almeno trenta cartelle -accettate anche raccolte di racconti- costo 60 euri (dico euri!) tema libero ma non dovete essere stati pubblicati da altre parti. www.premiocalvino.it

L’attivissimo Solinas ormai spazia tra tutti i generi dal documentario alla fiction! Infatti il concorso indetto dal PremioSolinas con la collaborazione della SACT verte proprio sulla fiction. Si cercano idee nuove per progetti originali. Sceneggiature puntata pilota per serie 50 min. Troverete anche il formato Master che dovrete usare per scriverla. www.premiosolinas.org  – www.pilotiperserie.tv  costo 120 euro – scade il 30 novembre 2009.

Questo spazio delle news sarà una delle novità di KS per questa nuova fantasmagorica stagione! KS: il sito di cinema meno visitato nella storia del web!!

Ascirivicerci, alla prossima!

 

 

 

 

2 -SUL SOGGETTO CINETELEVISIVO – A RITROSO: IL TEMA PRIMA DEL SOGGETTO

Agosto 8, 2009 di kinescrivere

Sul numero 1 di questa mini inchiesta sul Soggetto cinematografico ci eravamo lasciati con il dubbio che la cosidetta “Sceneggiatura zoppicante o mancante o debole o incompiuta o qualunque cosa d’altro” è, in realtà, un testo che si porta dietro le falle del suo predecessore: proprio lui, il soggetto

Un testo scarno, scarso, convenzionale, povero, avrà inesorabili ricadute sulla scrittura di servizio per eccellenza qual’è la Sceneggiatura. Altresì avevamo teorizzato che un soggetto debole nasca da un Tema debole anch’esso o non correttamente valutato o maturato.

Il TEMA dunque. Il tema è il motore (a nostro avviso il tema più che il conflitto) di una narrazione. A questo proposito ci rifaremo a quel caposaldo di qualunque scrittore per immagini che rappresenta il testo, recentemente ristampato: DAL SOGGETTO ALLA SCENEGGIATURA – COME SI SCRIVE UN CAPOLAVORO: UMBERTO D. (Ed MUP Eu 15)

Spesso mi sono chiesto quale fosse il tema di UMBERTO D: forse la dignità? forse il “Dovere di vivere”?, forse la solitudine? Ecco, ripensandoci, ci rendiamo conto che non c’è un tema preciso ma un incontro di questi e che quindi IL TEMA non è un’intestazione anteriore a tutto il cascame di scrittura a venire ma il fondamento “sentimentale” del testo. Questa primissima fase di nettezza, di pulitura, di identificazione del dramma (inteso anche come azione) è un’ altro, per come la vediamo noi, punto dolens di molta cinescrittura nostrana. Invero è una fase embrionale sommamente controversa che tende a sfuggire e a rivelarsi, a mo’ di sberleffo, soprattutto dopo, quando non serve più, che prima, dove invece indicherebbe quantomeno tutto ciò da scartare che svia o devia da ciò che vorremmo dire. La vera sinossi, per chi scrive non per chi legge, è proprio nell’esatta identificazione del tema che vogliamo trattare. Spesso, poi, tra tema e argomento si produce una strana commistione di sensi e di ruoli. Se il Tema  di Umberto D è la Dignità, L’Argomento è la quasi impossibile sussistenza economica di chi dopo una vita di lavoro va in pensione. Se uno ci riflette bene l’Argomento è quasi un tema, eppure la separazione di queste due istanze è, sempre a nostro modesto avviso di semplici appassionati e spettatori, una delle primissime operazioni chirurgiche che il Soggettista deve compiere

Il libro sopracitato è uno dei rari casi editoriali (nei prossimi post riporteremo titoli di raccolte di soggetti) in cui vengono riprodotti tutti i passaggi canonici dell’elaborato testuale di un film IDEA-SOGGETTO-TRATTAMENTO-SCALETTA-SCENEGGIATURA. Non ci lagneremo mai abbastanza della pochezza editoriale inerente il Soggetto Cinetelevisivo è l’assenza di uno specializzato studio e compendio dei soggetti realizzati, categoria letteraria totalmente ignorata e bistrattata in particolare e sembra assurdo dirlo, dagli specialisti del settore. Proprio per questa ragione un testo che consente, anche grazie ad altri documenti, una sorta di collazione progressiva dei passaggi testuali di un opera, è una sosta fondamentale per chi intraprende il viaggio della scrittura per immagini.

6 pagine  (35 righepagina)per il Sogg – 23 per il trattamento – 27 punti di scaletta- 120 pagine sceneggiatura. Questi i freddi dati numerici di un capolavoro. Il SOGGETTO è di sei pagine ed inizia con l’antipoetico ma ormai famosissimo “Che cos’è un vecchio? I vecchi puzzano, disse una volta un ragazzo.”

Il soggetto è scritto in terza persona e questa era una tendenza comune nella stesura sino direi agli anni ottanta dove, invece, è iniziata a comparire con più frequenza la prima persona. Fatto questo che a nostro parere è avvenuto per una sorta di commistione tra il racconto e il soggetto, comunque, per tornare a  UMBERTO D, la prima immagine è quella di un corteo, un corteo di protesta di anziani pensionati per un utopico aumento.

E’ l’immagine immediata resa in scrittura; quindi parte una lunga descrizione di Umberto, dei suoi ambienti, delle sue “circostanze”, dei suoi problemi individuali. E’ interessante questo passaggio poichè non c’è un movimento narrativo in avanti per via di azioni ma si precisano e si inquadrano drammaturgicamente in premessa e in divenire le motivazioni e le esigenze, materiali e morali del personaggio, il suo rapporto e conflitto etico con gli altri personaggi, lo sfondo sociale e urbano che guata alle spalle del protagonista sino a ricercare una sua forma autonoma di identità narrativa. Dopo questa descrizione “attiva” siamo pronti a ricevere “dramma”, azione, con un bagaglio di nozioni già profonde rispetto al personaggio centrale della vicenda e a molti altri di primo o secondo piano.

L’effettivo e successivo passaggio, movimento per meglio dire, inizia con il malore di UMBERTO D. Siamo alla terza pagina del Soggetto e l’episodio dell’ospedale è simile a quello iniziale: una disperazione privata che diventa una rivolta collettiva senza esito. Umberto esce dall’ospedale dove avrebbe voluto restare ancora per la mera sopravvivenza e qui appare un elemento fondamentale: il suo cane. Il cane che aveva dato in affidamento e che per caso vede rinchiuso dentro a un sacco destinato a una terribile fine. In realtà il cane è già stato presentato nella descrizione attiva di cui sopra ma l’episodio della sua tentata soppressione gli aggiunge materia drammatica nel rapporto contestuale con il resto degli eventi.

Da questo episodio Umberto prende forza (il soggetto prende forza) e il conflitto con la pensionante e il resto del mondo diventa frontale. Il cane assume quella potenza narrativa che si giustificherà meglio in seguito. Se mai esiste un sottoelemento che subisce, nel corso di un arco narrativo, un caricamento drammaturgico semplicemente perfetto questo è il cane Flaik nel soggetto di Zavattini! Questa è, nella narrazione in genere, una delle qualità segrete che fanno la differenza in un testo (sempre secondo la nostra modestissima opinione naturalmente). Un esempio straordinario, direi quasi “spettacolare” di questa disvelazione della stessa prospettiva etica, arriveremo a dire quasi escatologica, di ciò che si vuol narrare è in tutta la produzione di Flannery O’Connor.

Racconti come La Schiena di Parker esprimono con nettezza la necessaria capacità di nascondere e rivelare successivamente il vero protagonista del fatto, della cosa, il concreto obiettivo dell’esigenza testuale e, nel caso del nostro soggetto, tutta l’energia drammatica non verte su UMBERTO, ma sul cane! Di ciò ovviamente sapremo rendercene conto solo alla fine!

Il soggetto prosegue nel pedinamento di questa coppia umana alle prese con la necessità di sopravvivere, in tutti i sensi possibili, per giungere finalmente a vivere con la corsa finale nel parco tra il pensionato e Flaik. Corsa che, peraltro, è stata ed è tuttora interpretata in varia maniera.

Insomma nel soggetto di UMBERTO D si dispiega un’ampiezza e un equilibrio di scrittura  dove tutto il materiale descrittivo collabora attivamente all’azione che può, quindi, materializzarsi con cadenze “elementari” e passaggi successivi chiaramente demarcati. Questa della Descrizione Attiva è una carattersitica dei soggetti migliori che abbiamo letto. La capacità di fondere l’ambiente con le azioni e di non dover ripassare sopra i personaggi per sostenerne la veridicità, la tridimensione dei stessi. 

L’Effetto Michelin di cui, giustamente, Vincenzo Cerami parla nel suo Consigli a Un Giovane Scrittore, è proprio, secondo noi, questa assenza di “intonaco” di “base” che è espressa appunto dalla descrizione attiva degli ambienti, dei caratteri che lo abitano, dei codici e tipi umani che la compongono affinchè si raggiunga la dialettica necessaria tra il personaggio, le cose e le azioni, sempre in relazione al Tema che si è stabilito. Il Michelin sarebbe quel disquilibrio, quella disomogeneità, tra i vari corpi caldi del testo tanto da favorirne alcuni (personaggio, intreccio, descrittività ecc) a dispetto di altri. Generalmente quegli elementi dove l’autore si sente più forte o più ispirato.

Due, tre pagine iniziali di descrizione attiva, di inquadramento socio-ambientale-caratteriale rappresentano un investimento tecnico per tutta la narrazione a seguire. Certo, qui è messa al bando la sciattezza da opuscolo o la sintesi da spot. Va colta tutta la cifra  di voci e dettagli  e di assiemi che saranno funzionali allo sviluppo della vicenda  e del conflitto.

Per ora ci fermiamo qui; nei prossimi post parleremo ancora molto di UMBERTO D soprattuto su ciò che riguarda il Trattamento del soggetto e quindi la sua dilatazione letteraria e d’immagini. Qualche studioso di lettere moderne indagherà sui nessi tra Zavattini e Flannery O’ connor. Tra il soggetto e il racconto. Alcuni, come la ZOETROPE – ALL STORY di F.F. COPPOLA pensano che il confine sia limitativo, sia inesistente a prescindere, e che la narrazione debba tentare tutte le vie per arrivare a qualcuna. Qui, da noi, in Italia, tra ristrettezze di un mercato asfittico, nepotismi e quant’altro che è inutile ripetere, sperimentazioni e possibilità sembrano precluse. Eppure la nostra gigantesca tradizione ci chiama, ci impone, a una autonomia creativa, a una identità culturale, a una costante ricerca. Dati che, purtroppo, almeno ad oggi, solo parzialmente vediamo esplorati e soltanto da pochi e coraggiosi incursori che non si rassegnano alla piattezza della visività e dell’immaginazione offertaci. 

Nei venturi post dedicati al soggetto commenteremo anche alcuni tra i migliori lavori pubblicati da CinemaZero nella raccolta dedicata al Premio Sacher dei primi anni duemila.

Ascirivicerci! alla prossima!

 

Luglio 4, 2009 di kinescrivere

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“SENZA FRONTIERE FILMFESTIVAL”

Luglio 3, 2009 di kinescrivere

Oggi ultimo gorno del WITHOUTBORDERSFILM alla CdC. Abbiamo assistito alle programmazioni pomeridiane nella sala principale.

YOU CANNOT HIDE FROM ALLAH di Petr Lom (Pakistan 2008)  è un Docu di 12 minuti e riguarda una vicenda che, in termini puramente narrativi, potrebbe rappresentare un ottimo spunto per un soggetto: un taxista pakistano immigrato in america da ventiquattro anni vince cinquanta milioni alla lotteria e torna al suo paese  dove viene eletto subito sindaco. Munifico  benefattore o scaltro ras? sullo sfondo i piccoli interessi, gli idealismi traditi o spacciati per tali, le beghe di paese…e una main principale che di fango era e di fango è restata nonostante il sindaco americano… Insomma, che dire, simpatico ma nulla di più.

Ben diverso KASHMIR: JOURNEY TO FREDOOM (2008 Usa- israele -Docu -72′) del vulcanico regista israeliano Udi Aloni presente in sala. Il film indaga la sconosciuta realtà di un ampio movimento pacifista e nonviolento islamico in una delle zone del mondo “calde” come il Kashmir. Un Docu che si avvale di testimonianze e materiale di repertorio di grande impatto emotivo e che apre una finestra  su una vicenda ignorata dai media. Aloni ha girato questo film non senza difficoltà di varia natura soprattutto nei rapporti con le autorità. Il risultato comunque è un’opera solida, interessante, con un buon senso del montaggio e dei “tempi” narrativi. Soffre, a nostro parere, di eccessivo sbilanciamento ideologico con una visione tutta spostata verso la parte amica. Difetto tipico dei cineasti occidentali quando hanno a che fare con tutto quello che è Est o Sud del mondo. Ciò detto il lavoro è buono, teso, ricco di spunti e temi e si pone a metà tra il Docugiornalismo e l’inchiesta narrativa. Aloni, rispondendo alle domande del pubblico, ha dichiarato come questo movimento sia stato totalmente non ripreso dai media e che ciò rappresenta la prova di una certa stortura dell’informazione corrente. Inoltre lo stesso regista ha espresso la volontà di rendere disponibile sul web parte delle quasi trecento ore di girato da lui realizzate per il documentario ciò per valorizzare la realtà di un movimento islamico fondato sulla pace e sulla non violenza.

Il pezzo forte della programmazione è stato però un film del 71 addirittura! Grazie a una copia in pellicola della Cineteca Nazionale abbiamo avuto modo di vedere il semi introvabile WALKABOUT di Nicolas Roeg che in italiano fu titolato, se non andiamo errati, L’INIZIO DEL CAMMINO.

Film eccezionale, che annunciò il grande talento tecnico e visionario di un regista fondamentale degli anni settanta e che fu premiato a Cannes, WALKABOUT è un film praticamente privo di struttura che vive di un estremismo violento di macchina e di scenari. La storia ( è tratto da un romanzo di JAMES VANCE MARSHALL) vede due ragazzini di buona famiglia scampare alla follia del padre per affrontare il deserto australiano. Qui troveranno un giovane aborigeno alle prese con il suo rito di iniziazione all’età adulta e con lui proseguiranno sino a rientrare nel proprio mondo “occidentale” dopo un lungo tragitto in cui impareranno a conoscersi.

Si tratta di un “quasi” capolavoro: aggressivo, ipnotico, estremo, che mescola un dato sonoro ossessivo a un supporto musicale classico (lo stesso autore di alcuni 007) che “monta” una scenografia naturale autoptica e microcospica alternata a spazi smisurati; che passa dal “Tele” all’obiettivo da documentaristi mirmecologi. Una “non struttura” dicevamo, non per la sua assenza, ma per l’assoluta secchezza della sua presenza: puro scheletro. Un film fatto di dialoghi impossibili tra due lingue, due mondi, due “estremi” irragiungibili.

WALKABOUT fu, ed è, essenzialmente un film di fantascienza proprio per l’idea di fondo di proiettare in un luogo totalmente alieno due personaggi fragili. E’ un deserto colmo di violenza e di intensità quello che Roeg descrive, abitato da esseri primordiali, neutri, innocenti e dove l’atto davvero sanguinoso è sempre compiuto dal rappresentante “evoluto” della specie.  Fantascienza che Roeg realizzerà ancora con l’importante L’UOMO CHE CADDE SULLA TERRA con David Bowie nella parte dell’alieno e che fu tratto dal notevole romanzo di uno dei più misconosciuti autori del novecento americano: Walter Tevis.

Un’opera piena del culto dell’immagine. Un film che tuttora a quasi quarant’anni di distanza rimane intatto e fervido nella sua ricerca di cose da offrire dentro quel rettangolo luminoso che si chiama cinema. Peccato che di giovani in sala ce ne fossero pochi…

Interssante esperienza quella di questo bizzaro Festival. Uno sguardo parabolico sul mondo che è, o vorrà, o potrà essere. Cinema solidale e antimuri. Qua e là fastidioso nel suo buonismo occidentaloide ma fatto di piccole grandi lenti di profondità dentro realtà parallele che ci riguardano ma quasi mai ci raccontano. Speriamo in una prossima edizione, lo merita. www.withoutbordersfilm.org

Ascirivicerci, alla prossima!

IL “SENZA FRONTIERE FESTIVAL” ALLA CdC

Luglio 1, 2009 di kinescrivere

Nel novero  di una enorme serie di inizative festivalcinematografiche (segno di salute? mah!) stiamo assistendo alla CdC (Casa del Cinema . Roma. Villa Borghese) al Without Borders Film – www.withoutbordersfilm.org -  dal 1 al 3 Luglio. Il festival tende a riunire pellicole che narrano di superamenti di confini e barriere morali, etniche, religiose o fisiche.

In questo quadro il programma svaria tra varie cinematografie (olandese, statunitense, iraniana, pakistana, ecc) con lunghi e corti, fiction e docu  (in tutto una ventina di opere) e la presenza di autori e interpreti dei lavori presentati.

Oggi abbiamo assistito  all’interessante DUNYA AND DESIE – Olanda 2008- regia Dana Nechushtan - il candidato orange agli oscar per il film straniero 2008. Un film che mescola i toni della commedia con quelli del romanzo di formazione. L’opera tratta in modo lieve argomenti duri come le differenze culturali, etniche, religiose superate però dal senso dell’amicizia e dai valori assoluti della vita. La trama intreccia le sorti di due giovanissime amiche ( la marocchina Dunya coinvolta dagli stili di vita occidentali ma ancorata a un retaggio culturale famigliare che tende ad opprimerla e Desie, più spregiudicata ma fondamentalmente innocente) che attraversando l’Olanda e il Marocco scopriranno nel loro profondo legame  i motivi per abbattere steccati imposti da condizionamenti “adulti” di ogni genere per vivere infine pienamente le loro esistenze.

Un film che giostra toni e temi con una notevole delicatezza pur lambendo sempre argomenti durissimi  e che guarda attentamente alle concrete possibilità di reale e vivificante possibilità di integrazione degli immigrati di seconda generazione. Un argomento, questo, che il nostro cinema di “immigrazione” appunto (talmente tanti i titoli che recentemente è uscito un volume che li riunisce tutti in sede critica) ancora non ha colto bypassato dalla cronaca, spesso nera ma anche sportiva, a conferma che spesso i nostri autori, le nostre vedette, le avanguardie della società, arrivano dopo i fuochi o a vacche già scomparsissime.

DUNYA  AND DESIE è un buon lavoro, ben scritto, con forse una certa patina melensa che di tanto in tanto inceppa quei toni amari che, una storia come questa, doveva lasciar intravedere con più esattezza. E’ un film sul valore dell’amicizia e della vita a dispetto delle forze enormi che agiscono per dividere tramite le dottrine religiose o le apparenze più immediate o le tradizioni ataviche. E’ troppo eccessivamente femminile in tutto ma, nel giudizio complessivo, dobbiamo rilevare che è una pellicola che coglie il contemporaneo contraddittorio e lo rielabora con formule narrative tradizionali elaborando un impianto che si tiene in piedi in modo degnissimo.

OFF AND RUNNING – di Nicole Opper – Docu – 2009 USA, secondo film in programmazione, è invece una storia più complessa in cui si incrociano e interagiscono molteplici “diversità”. La linea principale vede la giovane ragazza di colore, Avery, entrare in un tunnel di confusa sofferenza alla ricerca delle sue origini per scoprire che in fondo erano lì nella famiglia bizzarra ma salda in cui era cresciuta.

Un Docu in digitale in realtà molto più complesso e intrigante che una evidente piattezza nel “girato” non lascerebbe supporre. La famiglia trasversale di Avery (due madri lesbiche, un fratellino coreano, un altro a cui è intimamente legata) è descritta con chiarezza e rigore e apre uno squarcio interessantissimo di “quieta veritas” sul concetto in divenire di famiglia nella società americana, su un modello sociale basato sull’unica pregiudiziale del  creare affettività e comprensione reciproca indipendentemente dai schemi gerarchico-famigliari convenzionali.

Si tratta di un film “strano” che offre molti spunti di riflessione e che, onorando appieno il motivo del festival, supera una infinità di barriere semplicemente raccontando una storia di amore perduto e ritrovato. Piccolo romanzo postmoderno di formazione in una america stelleestriscie che cambia pelle dal suo interno, che ha inquietudini e che, come ha recentemente e splendidamente detto Eastwood, affronta la sua vera sfida moderna nel “Capire”, gli altri e se stessa.

Insomma piccole cronache da un Festival davvero internazionale sia nei rappresentanti che nei temi. Ve lo racconteremo anche nei prossimi giorni magari con qualche intervista se ci riusciamo.

Ascirivicerci! alla prossima!

1 – IL SOGGETTO CINEMATOGRAFICO: considerazioni, analisi, riflessioni, comparazioni.

Giugno 19, 2009 di kinescrivere

Proliferano le scuole di cinema, esplode l’editoria di settore, si moltiplicano seminari e dibattiti, le offerte sul web sono innumerevoli; insomma su ciò che riguarda lo script cinematografico esiste una vera e propria messe di informazioni e materiali. Il risultato dovrebbe essere una scrittura ricca, consapevole, volta a esprimere una varietà di linguaggi e di stili narrativi.

Invece spesso ciò che appare è una certa piattezza nella narrazione, nel racconto, e quindi la conseguente omologazione figurativa. Parole insomma che non conducono a immagini e immagini che non traggono forza dalla loro origine descrittiva. Molto cinema italiano, per ragioni che coinvolgono solo in parte le capacità degli autori, sta soltanto ora, in qualche sporadico caso, osando qualcosa nella forma racconto e quindi a caduta nel progetto filmico.

Quello che qui vogliamo analizzare e discutere e osservare è il mattone essenziale di qualunque idea di film o di storia per immagini: Il Soggetto.

L’occasione è data anche dal provocatorio e interessante editoriale di SCRIPT in un numero monografico recente interamente dedicato a questa unità narrativa. Nell’articolo in questione si descriveva un mondo di autori (una parte di questi ovviamente, comunque non piccolissima) rinchiuso all’interno di recinti costituiti da pregiudizi, piccole paure, opportunismi, grettezze, nessuna volontà di mettersi in gioco o in discussione.

Come appassionati e semplici spettatori condividiamo abbastanza la descrizione di un panorama a tratti desolante che si riflette impietosamente sugli schermi (tutti gli schermi), un panorama, che è bene dirlo e che lo stesso pezzo sostiene, non è fatto solo di questo.

Qui, noi di KS, non vogliamo certo fare un trattato di narratologia o di semantica (non ne saremmo all’altezza). Quello che vogliamo indagare è il modo di realizzare, scrivere, organizzare, progettare un Soggetto Cinetelevisivo. Come lo si faceva, come lo si fa oggi. Questo è soltanto il primo dei post che dedicheremo a questo argomento.

Partire da qualcosa dunque. Da un testo, da un soggetto, ma, soprattutto, partire contestando alcuni assunti dati per scontato. Ad esempio che il Soggetto sia solo una concatenazione di eventi, una breve e rozza mappatura del film, le due paginette di cui avete certamente sentito parlare. Noi pensiamo che il compito di un Soggettista  sia quello di raccontare il film. Raccontare. La Sceneggiatura non fa questo: la sceneggiatura “realizza” il film. E’ un’operazione diversa. Quella del Raccontare è la caratteristica preminente, fondamentale, tanto lapalissiana quanto ignorata.

Ora, nell’ambito del raccontare, tutto è possibile, si può raccontare una barzelletta (che può essere una storia, quindi anche un soggetto eventualmente) oppure il Paradiso Perduto di Milton. Entrambi sono un racconto. Su questo, sul dato cioè del racconto, torneremo più avanti. Adesso quello che ci preme è la percezione dell’Unità soggetto. Capita spesso di sentire molta critica che, nel giudicare una pellicola, rileva buchi o incongruenze o superficialità di sceneggiatura. Nella gran parte dei casi ciò non dipende mai (almeno secondo la nostra esperienza di spettatori e appassionati) dalla sceneggiatura in sè bensì da un soggetto che non ha saputo precisare, indagare, approfondire, sia il Tema che l’Argomento. E’ qui già potremmo tornare al Racconto, al raccontare, perchè chiunque abbia provato a scriverne uno di racconto sa bene che una pagina o quaranta richiedono lo stesso rigore. un rigore solo in parte tecnico altresì lo potremmo definire deontologico rispetto al mestiere, o al bisogno, del narrare.

In altre parole Taxi Driver cos’è? Non è un racconto moderno, per moderno intendiamo che sfrutta “oggetti” e contesti narrativi attuali, sulla solitudine. Allora immaginiamo che la “Necessità” da parte degli scrittori che si sono avvicendati sia stata quella del tema, della solitudine appunto. Questo ci porta a un ritroso evidente anch’esso ma così spesso disatteso: quello cioè della totale importanza del TEMA.  E il Tema viene prima del soggetto. Il tema è fondamentalmente una necessità e un sentimento ed è, sempre a nostro modesto avviso, anche uno spartiacque etico, un frangente di responsabilità per colui che si appresta a stendere un soggetto.

Allora neppure dal soggetto partirebbero quelle stroncature di cui sopra, ma, meglio, da un’ assenza di Tema, o da una sua rozzezza, o peggio da una sua ideologica o pregiudiziale distortura. E’ quindi il tema, questa necessaria singolarità primaria del divenire forma narrativa, la vera falla che poi, come un virus verrà trasportata al soggetto e quindi, infine, alla sceneggiatura? Forse, ma allora tutto sarebbe risolvibile individuando una quantità di temi oggettivamente universali (la solitudine; il Tradimento; la  Paura; L’odio per la guerra, ecc) e applicarvi, tenendo sempre ben saldo il motivo del tema, una vicenda rispondente al tema scelto appunto. E’ un po’ l’operazione di script delle soap e, come nelle soap, il senso di posticcio, di copia e incolla, a uno sguardo neutro, apparirebbe, come appare del resto, un “movimento” di mestiere, di riciclo e nulla più. Molti “finti autori” che sciorinano non eticità, ma moralismo, quando va bene, compiono esattamente questa posposizione  scaltra spacciandola per autorialità alta.

Ecco dunque che riappare il racconto, con la sua necessaria richiesta prospettica (di punto di vista, di neutralità e appartanenza alla vicenda ecc) ed ecco dunque che il soggetto interviene affinchè il racconto possa rispondere a dei canoni cronologici, narratologici, di progressivo disvelamento. Non chiede nulla, il Soggetto, che il Racconto non sappia. Ma su entrambi aleggia lo spettro del tema, una sorta di guardiano eccezionale che è già componimento filmico primario e non monade destinata a “essere” per successive agglutinazioni di senso. Il tema richiede una scaturigine pura ed è la più decisiva delle precisazioni.

Cesare Zavattini con il Sogg. UMBERTO D ci offrirà nel prossimo post uno straordinario spunto analitico per indagare il rapporto tra tema e soggetto.

Ascirivicerci, alla prossima.