I nostri maledetti 24 contattisti matti e disperatissimi sanno che di tanto in tanto segnaliamo dei libri che riteniamo necessari o quantomeno importanti. La casa editrice ISBN si sta segnalando per alcune uscite editoriali volte alla conoscenza del magic box degli autori, della loro scatola dei trucchi, insomma di tutto quel dietro le quinte creativo che sta dietro un opera cinematografica. In questo senso è molto interessante il libro di Kevin Conroy Scott – SCRIVERE CINEMA in cui l’autore intervista quattordici sceneggiatori tra i più importanti. Il risultato è un lungo viaggio attorno al mondo della parola scritta rivolta alle immagini ma anche a un sotterraneo pianeta di insospettabili paure, incertezze, dubbi, crisi autoriali e umane che i protagonisti a volte confessano apertamente altre lasciano intendere.
Il libro di cui però vi vogliamo parlare è DIETRO I NOSTRI OCCHI di Luc Dardenne (ISBN editore costo 16,50). Ci sono molti motivi per consigliare e suggerire la lettura di questo volume. Innanzitutto l’apparato documentale delle tre sceneggiature scelte che sono esattamente IL FIGLIO – L’ENFANT - IL MATRIMONIO DI LORNA. La validità di questi testi viene dal fatto che non si tratta di riletture in moviola ma della sceneggiatura utilizzata in lavorazione. Già altre volte abbiamo parlato della pessima abitudine di pubblicare sceneggiature da rilettura moviolistica; si tratta di documenti privi di valore didattico e filologico. Sorvoliamo poi sull’assenza, in queste proposte editoriali, del soggetto o del trattamento, ovviamente originali anch’essi, a corredo della sceneggiatura. Del resto sul buco nero dell’editoria che si occupa di cinema riguardo al Testo del film abbiamo già abbondatemente parlato in altri post.
Le tre sceneggaiture dei Fratelli Dardenne (il libro è firmato dal solo Luc ma la presenza in citazione e in sfondo di Jean Pierre è così determinante da comporre quasi una doppia firma di fatto) stupiscono per una secchezza, per un’asciuttezza della composizione, del dialogo, del plot. Va detto che quando un’autore lavora in regia a un suo testo può indubbiamente permettersi di eliminare tutto un apparato di scelte, risoluzioni, atmosfere, che evidentemente ha già ben chiare nel milieu creativo dal quale ha estratto il lavoro di scrittura.
Come diceva Flaiano nulla è più opinabile di una sceneggiatura ed evidentemente la quantità di materia da omettere, a cui rinunciare, è uno di quei dati difficili da offrire a un lettore altro, a uno insomma che non ha il sentimento della storia. Ciò detto va rilevata la pulizia, la godibilità, la scorrevolezza delle sceneggaiture citate. E’ inoltre rilevante la costruzione dei dialoghi sempre in levare, volti a estrarre i sensi senza scoprire il meccanismo della sintesi. Dialoghi naturali e brevi. Necessari.
Ma non è solo in questo significativo aspetto di collazione che il libro di Luc Dardenne assume un importante valore. Prima delle tre sceneggaiture menzionate ci sono circa centotrenta pagine di diario. Sì, diario vero e proprio; estratti ordinati cronologicamente di eccezionale rilevanza sia per la comprensione della grande coppia registica ma anche per il valore, la ricerca, la continua e ininterrotta tensione ideale ed etica con il quale Luc Dardenne stila drammatici rendiconti o denuncia improvvisi smarrimenti.
Sono riflessioni, stralci, spunti, confessioni, ammissioni di insufficienze, di paure, stimoli, appunti di storie viste, lette, udite, insomma un substrato in continuo fermento che è la vera ricchezza di un autore, forse la sua sola, vera, autonoma risorsa. Per i fratelli Dardenne insiste sempre un valore a monte di quello creativo, una necessità di produrre e rilevare un senso etico, “politico”, di estrarre e decantare da ogni dettaglio sparso questo rigore umanistico. L’atto creativo è una lunga maturazione di questa necessità. In tutto l’impianto diaristico che precede le tre sceneggiature viene fuori una specie di dagherrotipo di quel che dovrebbe essere un autore, a quali tensioni e a quali rischi e obblighi è volto.
Il diario di Luc Dardenne non può non far pensare ad alcune riflessioni di Pasolini riguardo il senso e la “violenza” dell’autore; quella subita, di violenza, ma anche quella che impone. E’ un bilanciamento tragico, un filo, un orlo sul quale chi cerca linguaggi, prospettive, interpretazioni, danza col rischio di cadere o di andare dall’altra parte del baratro solo per sapere che in fondo non è importato a nessuno. Che in fondo non fa alcuna differenza.
Chiudiamo con un estratto dal libro (brevissimo, l’editore ci perdonerà, siamo un blog piccolo piccolo senza una lira) che rappresenta un’ intestazione dei nostri tempi cinematografici, letterari, sociali. Leggetelo con attenzione.
12/09/1992
Ho l’impressione che molti film siano delle rese in immagine e musica di una meccanica drammatica sempre più triviale, piattamente evidente, senza ombra eccetto quella calcolata del funzionario-ideatore allo scopo di mantenere in allerta il consumatore. Nessuna ombra reale, nessun mistero, nessuna densità, nessuna contraddizione, nessuna domanda senza risposta e soprattutto non quella che tormenta ogni opera d’arte e che è ilnocciolo duro di ogni espressione artistica: chi rifiuta, chi resiste, lotta contro questa espressione?
Ascirivicerci, alla prossima!



