Archivio per Agosto 2008

UNA BALLATA BIANCA: NON C’E’ FUTURO PER IL CINEMA DI “POESIA” IN ITALIA? (e nemmeno presente…)

Agosto 25, 2008

STEFANO ODOARDI è un regista di Lanciano (CH) che per “campare” è dovuto migrare in Olanda. Già questa è una storia detta così. Ma non è una storia olandese. E’ una storia italiana. Sì, perchè, UNA BALLATA BIANCA, film che Zio Pasolini avrebbe certamente classificato tra quelli di Poesia, al cinema, nelle sale, in Olanda lo hanno potuto vedere, qui, invece, è passato di sguincio e di sghimbescio in alcune sale d’assault (citiamo il DEI PICCOLI a Villa borghese, a Roma) per tempi brevi e con date di scadenza da stracchino.

E dire che UNA BALLATA BIANCA (la storia di una coppia anzianissima, attori non professionisti, e l’accompagnamento verso l’estremo viaggio che si fanno l’un l’altro) è uno di quei pochi film che tratta una quisquilia da niente nel cinema come le IMMAGINI e un argomento da niente come la morte. E’ un film che parla per immagini e che si pone in una linea narrativa ardua, non omologata, che cerca un mondo figurativo, che prova ad innalzare il testo sino ad un’altezza poetica. Un film di immagini e di parole dunque, così esposto sembra banale ma, negli ultimi dieci vent’anni non si è cercato di lavorare dipsperatamente contro le immagini, e idem contro le parole? A parte sporadicissimi casi (Sorrentino, Crialese) il senso che una scena, una sequenza, un’inquadratura debbano da sole, per esse stesse, divenire linguaggio, comunicare e ribaltare il punto di vista convenzionale, è qualcosa che pare ignoto, addirittura deleterio in alcuni casi. L’ultimo cinema italiano che ricordiamo in questo senso è quello di PIAVOLI dopodiche gli autori hanno preferito le scuole di sce(m)eggiatura, i “corti” , le fiction in carta carbone agiobiografiche. Di un cinema diverso non c’è stata più traccia, nessuna possibilità di esistenza in nessun tipo di circuito.

Per il cinema di POESIA quindi nessun futuro? A questa domanda può rispondere solo un minimo movimento organizzato che sia in grado di garantire spazi, anche minimi, ma fissi e di costante riferimento. Da tempo KINESCRIVERE (una volta mioblog ora wordpress…) si batte per un circuito alternativo almeno in due città come Roma e Milano. La ricchezza del cinema francese rispetto al nostro, ad esempio, è proprio questa: tutelare cioè le molteplici forme di espressione artistica cinematografica, capire che un sistema vivo, produttivo, sano esiste perchè c’è un movimento che include anche tentativi noncommerciali, extracommerciali, forme d’arte “a fondo perduto”. La problematica è la stessa per il cinema indipendente e i Festival rappresentano solo una risposta fittizia e fine a se stessa così come quei coraggiosi esercenti che ospitano opere “aliene” in modo sporadico e occasionale.

Insomma UNA BALLATA BIANCA (film girato in larga parte in Abruzzo, presso Guardiagrele vicino Chieti) è un film che andrebbe visto e pure non lo si può vedere. Significa che da qualche parte c’è un corto circuito. Noi vi invitiamo a cercarlo (coi film funziona così ormai…) ma soprattutto invitiamo qualcuno in questo strano ma affascinante paese a creare forme di “ALTRAVISIONE” in  riconoscibili luoghi (leggi SALA) e tempi. Ecco! Da oggi Kinecrivere.wordpress.com si batterà per la creazione di un CIRCUITO ALTRAVISIONE. Logistica necessità per uno stabile cinema alternativo.

 

Ascirivicerci, alla prossima!

IL CINEMA NEOMETROPOLITANO DI STEFANO CALVAGNA

Agosto 8, 2008

Nell’appiattito e serrificato panorama creativo e produttivo italiano qua e là spuntano arbusti e licheni incontrollati. I giardinieri addetti alla lobotomizzazione botanica talvolta non riescono ad arrivarci così queste efflorescenze si sviluppano in maniera relativamente autonoma dando vita ad originali e bizzarre specie.

Il cinema di STEFANO CALVAGNA, regista romano, del quartiere Capannelle, nato nel 70, non appartiene alla floricoltura official e si pone al “limitare del bosco” di quella sempre difficoltosissima visibilità e accessibilità al pubblico. Non si tratta di un cinema estremo e neppure di un cinema sperimentale è, però, un cinema concretamente indipendente (abusatissimo termine) ed è un cinema, per la difficoltà di proporlo, per la sua autonomia economica, per tratti di artigianalità tra il familiare e il dilettantesco, quasi epico. Epico per la capacità di arrivare in fondo alla meta prodotto eludendo i percorsi convenzionali e inventandosene di volta in volta di nuovi.

I film di Calvagna hanno dei tratti comuni: un’ aderenza anche di linguaggio a un concetto di realtà molto urbano; i soggetti spesso uncorrect; una presa di posizione ideologica rispetto al soggetto; la restituzione della città come luogo attivo della storia. Sono film popolari, intendendo con questa espressione, quella particolarità della narrazione (figlia del teatro, della sceneggiata, del teatro dei pupi) di coinvolgere quasi fisicamente lo spettatore impegnandolo in elementari conflitti, in apparenti semplici parteggiamenti rispetto alla vicenda e ai personaggi che l’animano e, in questo, risiede uno strano fascino naif, da cinematografia bollywoodiana dove alla fine una danza e un mascheramento chiariscono definitivamente i rapporti di forze.

Regista, attore, sceneggiatore, soggettista,scrittore, Calvagna ricorda quelle figure americane di cineasti in guerra col sistema, in guerra quasi con il cinema stesso, impegnati in una lotta corporale con la cosa cinema e proprio da questo inesausto conflitto trovare il carburante delle venture energie. Chi ha visto IL LUPO (film ispirato dalla vicenda di Luciano Liboni che lo stesso Calvagna incontrò involontariamente durante le riprese in esterna di un suo film nei pressi di Piazza della Repubblica) probabilmente la sua opera migliore, si sarà reso conto di quanto Calvagna sia figlio di un certo cinema poliziottesco non tanto per la scansione narrativa ma per la carateristica di avere, di possedere un senso della metropoli, della città come soggetto partecipante alla storia e quindi dei personaggi che ne sono contigui e conniventi, che molti venerati autori nemmeno sfiorano.

E’ un cinema da strada, da marciapiede, da piazza, da viale, da schiere di edifici susseguenti. E’ un cinema “romano”, cioè metropolitano, e siccome Roma si è andata traformando da città a metropoli appunto e ultimamente, negli ultimi dieci anni, da metropoli a megalopoli, con le stesse drammatiche dinamiche sociali e umane e urbanistiche e architettoniche delle altre metropoli del mondo, saper filmare Roma significa cogliere un metatesto, indipendentemente dal soggetto che si sviluppa, cha da solo ha già un compiuto e significativo senso narrativo. Calvagna raggiunge questo involontario obiettivo per la sua astrazione dal quieto solco autoriale attualmente in voga. E’, il suo, un cinema autodidatta, guadagnato a spallate, a “buffi” come si dice a Roma, impegnandosi la casa, rischiando in proprio (quasi mai, anzi forse mai i film di Calvagna hanno goduto di finanziamenti pubblici) e questo si sente nei suoi film sotto forma di una energia a volte ingenua, rozza, grezza, ma viva. Ecco, rispetto a un panorama di film discreti, quieti, interessanti, ma sostanzialmente morti, il cinema di Calvagna rivendica un rabbioso diritto, pretende dall’immagine quel dato violento che gli spetta, insiste su un corpo a corpo forzato.  La dura esperienza personale (durante una rapina nella gioielleria di famiglia fu raggiunto da un colpo d’arma da fuoco che solo per miracolo non gli recise l’arteria femorale) è  un altro elemento di questo corpo a corpo, di questa percepibile lotta.

Dentro un orizzonte denso di ottimi autori che però non hanno nulla da dire, un autore come Calvagna che è visibilmente inferiore, visibilmente assente dai corsi Script-Rai, mette in gioco una sua fame cattiva che gli indica lo scontro come forma creativa. E’ certamente scomodo, spesso  incondivisibile, non omologabile, e il silenzio in cui il ceto critico medio lo ha collocato ci ricorda quello in cui, in anni passati, fu messo un altro cineasta difficile, disturbante e disturbatore, come PASQUALE SQUITIERI. Certo, con tutta onestà, esiste tra i due una importante differenza di spessore autoriale, ma entrambi incarnano una incazzata volontà di mettere baffi alla MonnaLisa e  vedere che succede.

Il cinema NEOMETROPOLiTANO di Calvagna inquadra dati sociali che sono ignoti anche alla “megliogioventù” dei scrittori e dei registi italiani proprio perchè le regole di ingaggio del loro cinema sono mediate, indirette, preconfezionate o spesso, nonostante le apparenze , inesistenti, cioè slegate da un sentimento poetico, visivo, popolare. Se esistesse ancora una produzione di serie b ,di seconda visione ed un circuito conseguente i film di Calvagna si attaglierebbero perfettamente e sarebbe valutato per l’autore importante che è.  Ora invece vige un solo grande circolo di messia o aspiranti tali tutti tesi verso il bello e il buono ma incapaci di mettere in campo un pezzo di quartiere, un cavlcavia, uno scorcio di quella miseria urbana a cui siamo  abituati ma che avrebbe tanto da raccontare.

Per maggiori informazioni rimandiamo al sito www.stefanocalvagna.it  ricordiamo soltanto che in qualche sala è ancora possibile vedree IL PESO DELLL’ARIA un film sulla realtà dell’usura. L’ultimo lavoro GUARDANDO LE STELLE deve ancora uscire, si tratta di un film dedicato alla crescente sindrome delle crisi di panico.

Ascirivicerci, alla prossima!