Per chi scrive cinema quelli dei fratelli Dardenne sono film sempre da vedere a prescindere. Testo paranarrativo, sussidiario allo script, ridotto al minimo: regia secca priva di virtuosismi sempre addosso ai personaggi e alle loro azioni; niente musica; montaggio essenziale. Testo che aderisce all’immagine ma non certo cinema-teatro. C’è sempre la coscienza, il dramma della coscienza, la sua insopprimibile energia salvifica e redentiva e il dramma a cui è sempre legata, nel cinema dei Dardenne.
Anche in questo è un cinema fortemente “testuale”, proprio perché nasce da un’esigenza, da una domanda, da un’osservazione. C’è una lunga premessa pretestuale. Si potrebbe definirla ideologica, ma con più attenzione questo termine si rivela inesatto. In realtà si tratta di drammi classicamente greci per la ragione che in gioco, apparentemente usando proposizioni riconoscibili nel nostro tempo e nella nostra società, ci sono temi assoluti che in maniera assoluta sono trattati sino alla soluzione del dramma.
Forse, in questo, in questo modo cioè di mascherare la narrazione applicando stilemi e adesivi di una contemporaneità spiazzante, sta una certa falsificazione nei confronti dello spettatore. Intendiamoci, una falsificazione profonda, fiabesca, allegorica quindi in realtà capacità di affabulare lo spettatore confondendolo nelle premesse ma portandolo di colpo all’interno di un territorio profondo. La stessa tecnica delle favole, insomma.
Qui, nel Matrimonio di Lorna, c’è anche un lavoro di plot simile, per certi versi, a una costruzione gialla o noir (il giro dei matrimoni per interesse, il tentativo di Lorna di salvare il suo marito fittizio ecc) ma, a colpire, dal punto di vista della sceneggiatura, è una terribile ellissi che cade a metà della pellicola.
Clody, il marito di Lorna, è quasi uscito dalla schiavitù della tossicodipendenza anche grazie allo strano amore di lei. Vediamo che lui se ne va in bicicletta e lei lo saluta. Il fotogramma successivo Lorna raccoglie dei vestiti da un armadio- La vediamo in ospedale chiedere ad uno sportello se può vedere il cadavere del marito!
Sono queste quel tipo di cose che, in sede di script, chiunque si trovi davanti a una macchina da scrivere teme, ricerca, diffida o aspira con lo stesso imbarazzo e costante dubbio: non sarà troppo! Può funzionare; non bisognerebbe mettere una qualche scena di raccordo; oppure scrivere la scena della morte di ClodY?
Abbiamo visto il film in sala e l’ellissi ha fatto fare un brontolìo sordo e sospetto al pubblico. In realtà, con un abile rimonta (il film è notevole anche per mere combinazioni tecniche quasi didattiche) i Dardenne spiegano allo spettatore, anche in modo convincente, ciò che è accaduto. Rimane, comunque, l’uso spregiudicatissimo di questa tecnica che, per chi scrive, basterebbe ad aprire un dibattito infinito.
La pulizia dello script è però troppo abbagliante e questa arditezza viene accettata senza discussioni. Quello che impressiona e l’essenzialità dei passaggi, dei personaggi, dei dialoghi, mai ridotti a uno schematismo. Vivissimi e scarni allo stesso tempo. Contribuisce una scelta di regia da Dogma, da documentarismo, sempre ad altezza uomo, con un uso della strada e degli interni intenzionalmente subliminale che pongono la vicenda dentro un media res di sfondi, di prese sonore, di realtà urbana.
Nel testo non plot, non personaggi, non dialogo, nel testo visivo, nell’approccio visivo già risiede metà della forza narrativa dei Dardenne: un lavoro di biacca e calcina per preparare la pittura. Un lavoro che non si vede nè si sente ma è il basamento del dramma lineare che ospiterà.
Anche qui, l’approccio visivo, l’atmosfera della storia, delle cose della storia che si vuole narrare sono la premessa , sia morale che tecnica, dell’azione drammatica. Ci veniva fatto di pensare che, nel nostro cinema, è propio questo atteggiamento preparatorio che manca, che non viene cercato.
La luce che si sceglie per inquadrare una donna che cammina su un marciapiede è testo. Ma non solo quello. E’ anche premessa del testo, cioè esigenza e scelta “etica” da risolvere in azione. E, forse, ancora prima di questo è osservazione e discussione e cultura, intesa come inesausta ricerca di cambiare e sovvertire i punti di vista. Il lavoro di premessa, come abbiamo già detto, allo scrivere.
Il cinema dei Dardenne pone, senza dubbio, tutta una serie di problemi allo sceneggiatore che si interroga sulla quantità di elementi che compongono, non l’azione drammatica, ma le sue premesse. Premesse che appaiono fondamentali, sfuggenti ma necessarie per sorreggere in maniera credibile qualsiasi struttura testuale.
Il Matrimonio di Lorna ha “premesse” autoriali, visive, laiche, stilistiche, così forti che riescono a reggere anche una delle ellissi più trancianti che abbiamo mai visto. E’ un cinema forte di gambe.
Sulla disperazione del finale non diciamo niente. E’ solo il finale appunto. Prima, molto prima, troviamo ciò che ci serve per comprendere un poco il mestiere, e la fatica del raccontare.
Ascirivicerci, alla prossima.