Archivio per Novembre 2008

BURNING PLAIN: ARRIAGA STAVOLTA FALLISCE

Novembre 28, 2008

Di Guillermo Arriaga scrivemmo già nel blog predecessore di questo che consultate con sì tanta determinazione (maledetti 24 contattisti del c…) kinescrivere.mioblog.net .Ne parlammo bene ovviamente. Messicano, romanziere, sceneggiatore, Arriaga ha sostenuto e indagato una forma  di script non nuova ma a cui, indubbiamente, ha iniettato modernità e innovazione.

I blocchi narrativi giustapposti, con movimenti di macchina (da scrivere) in cui il timing delle scene è già di per sé una forma drammaturgica e la composizione del tempo interno alla storia è  una presa di posizione quasi ideologica rispetto al testo, rasentano un’ arditezza stilistica che se non maneggiata con cura rischia di essere fine a se stessa, ma che il buon Guillermo aveva sino ad ora gestito se non sempre con assoluta “onestà”, almeno con notevole destrezza.

Legato a paesaggi, a luoghi, a personaggi sempre alle prese con qualche tipo di deserto o di desertificazione, la scrittura di Arriaga si distingue in modo anomalo fissando un precedente raro nel cinema: quello cioè di far riconoscere un film al grande pubblico non per gli attori o la regia ma per lo sceneggiatore. Quasi a sconfessare la famosa battuta di Holden in Viale Del Tramonto a proposito del perpetuo anonimato in cui versano indeterminatamente i scrittori di cinema.

L’equivoco più grande, a proposito della struttura negli script di Arriaga, è quello di credere che si tratti di storie convergenti in cui un filo, un elemento, un raccordo siano legante di episodi sparsi tali da farli esaltare in una luce o in una tensione più complessiva. A nostro avviso non è così. L’originalità secondo noi (cioè io; mia madre appassionata di cinema polacco e il benzinaro sotto casa mia, cinefilo, di nome Arnaldo, ribattezato Arnaldo Er Pellicola: i fondatori di Kinescrivere insomma) sta nel lavoro sulla struttura del tempo. La storia generalmente avanza con due passi indietro e tre avanti. Al posto di farne uno per volta, in una linea puramente orizzontale o conseguente, Arriaga retrocede e avanza in stile Guadalcanal oseremo dire.

Anche Arnaldo il benzinaro (uno dei fondatori di KS: il blog di cinema meno visitato nella storia del web!) è d’accordo e, proprio mentre sto picchiando i tasti sudici in un internet point sgarrupatissimo dove in una cabphone un tizio sta minacciando di rompilsed -contrationplease- ad un altro anonimo tizio chissà dove albergato) sta annuendo. Sì, perchè alcuni scenaristi (ArrigoFrusta perdonali e perdonami) di qua dall’Alpe, nell’ammordenarsi, hanno inteso replicare la scrittura di Arriaga come un cumulo di episodi tirati poi con un filo esile dentro un contenitore comune, oppure richiamati o evocati per via di tratti simili descritti più o meno a tradimento dentro la sceneggiatura.

La notevolezza nei testi di Arriaga invece sta proprio in questo lavoro di lima riguardo la contiguità, la continuità, l’allegoria, la simultaneità (o la percezione della simultaneità) l’alterità del tempo rispetto alla compiutezza della vicenda e il suo essere, stare, come protagonista sovrastrutturale e comunque partecipe, nel conflitto, nel dramma. Nella privatezza del dramma. Ecco che il tempo assume una connotazione narrativa superiore al suo valore di scansione, ma assume anche una relazione decisiva rispetto ai personaggi, alle loro prese di posizione; ai loro punti di vista.

E’ nella relazione con il tempo della vicenda e l’alone di un tempo immane e sfocato sullo sfondo, distruttivo, destruente, drammatico o salvifico, che la scrittura del mexicano assurge (assurge me l’ha suggerita Arnaldo… A proposito so’ quasi le tre perchè nun tene vai affanc… ad aprì la pompa?) ad una sua universalità indipendente dal luogo. Indipendente dai meccanismi, dai riferimenti classici di un plot. Lo spettatore è direttamente coinvolto nella vicenda del “tempo”, lo sente, lo avverte come un dato tragico fondamentale e indiscutibilmente reale. Corretto. Identificabile. Si riconosce nel suo tessuto ramificato di sincronie e asincronie e, a causa di questa premessa drammaturgica, accetta il carattere e le vicende dei personaggi  presentendo, percependone, il loro arco storico in prima istanza proprio riguardo alla collocazione che hanno rispetto alla tessera del mosaico temporale a cui appartengono. Vista così, la struttura di giustapposizioni temporali di Arriaga, sembra un sottile escamotage da professionisti. Qualcosa di non del tutto sincero, di non del tutto dovuto. Di non del tutto necesario.

OK (Arnaldo s’è finalmente levato dai co… che col cinema di Hong Kong me l’ha fatto a peperini!) allora cos’è che non va in BURNING PLAIN? Dopo premessa cotanta cosa m’ambascia, cosa m’angoscia in sì durevole dispetto da farmi nomare l’articolo in guisa tale?

In BURNING PLAIN (cosa ormai risaputa la sua acrimonia per non meglio identificati motivi col regista INARRITU, sua sorta di alter ego al di qua dell’obiettivo) Arriaga si misura con la regia. Diremo poi di un altra riflessione negativa rispetto al film, per ora fermiamoci qui. Fermiamoci su questa banale constatazione. E’ evidente (mì madre durante la preparazione di du’ ova ar tegame me lo confermava) che si aprono già delle crepe nella trasposizione in pellicola. Essenzialmente sono dovute ad una pesantezza, a un ritmo prettamente testuale, che grava su qualsiasi tipo di sequenza. C’è un eccesso di sensi, di azioni-reazioni, di giustificativi e spiegativi (spiegativi!? Bho? Tanto nun me legge nessuno) che infieriscono oltre il limite, oltre un senso indistinto di percezione che ogni spettatore un po’ scafato possiede riguardo al “volume” narrativo dei personaggi. In sostanza c’è troppo, troppa spiegazione, troppa immagine narrativa e poca narrazione per immagini. E’ un difetto fisiologico di uno sceneggiatore che si pone dietro l’obiettivo. Su questo argomento si potrebbe disquisire per ore ma, siccome che (sì, siccome che, perchè che c’aveta da ridì… A mbhe!) le ova ar tegame so’ pronte mi fermo qui.

Quindi regia sceneggiata, se vogliamo chiamarla così, non in grado di ritradurre le SCENE in immagini; poichè questa operazione non è una trasposizione ma una traduzione di linguaggio. In questa traduzione Arriaga manca il bersaglio. Poi, a nostro avviso, anche nel plot stesso ci sono troppi ammicamenti, indulgenze, reiterazioni di comportamenti già visti e sentiti sino a un fastidioso eccesso; assenza di rischio; modi e dichiarazioni di intenti drammatici clamorosamente scoperti, elementari. In alcuni casi, in alcuni stock shoot, in talune scene di raccordo, si rasenta un certo ridicolo che toglie credibilità all’intera vicenda. All’intera struttura ci verrebbe da dire.

Insomma, se da un lato la costruzione del textus di Arriaga è sempre meritevole di attenzione e considerazione, il “caso” BURNING PLAIN ci conferma una nozione basilare, banale ma sempre valida: quella che una storia deve nascere e partire e deve compiere un percorso su un’onda di “urgenza” che non puoi tradire, anche se nel modo più “professionale” possibile, che deve essere fondamentale, necessaria, assoluta, per chi la scrive.

Ci sembra insomma che all’atto del film girato Arriaga sia caduto in compromessi, in rassicuranti equilibri, in pesi e contrappesi che alla fine, alla prova dello schermo, si sono annullati rendendo scialba e falsa una complessa vicenda di persone e famiglie che se hanno un apparente afflato di vita e sincerità lo devono alla scatola dei trucchi del grande mexicano ( comunque sempre da noi amato)) e non a una reale vita propria che in altre occasioni Arriaga ha saputo soffiare nelle sue storie.

By Massimo De Angelis (tutti i diritti riservati… ma tanto chi c…. me legge)

ETTORE BELMONDO INTERVISTA: THE ROLE PLAYER STORIA DI UNA PRODUZIONE INDIPENDENTE

Novembre 25, 2008

Abbiamo incontrato ETTORE BELMONDO (quarant’anni, attore di teatro, fiction e cinema. Impegnato in molte di quelle pellicole definite indipendenti; ANIMA NERA di Verzillo o SFIORARSI di Angelo Orlando, solo per citare qualcuno dei suoi ultimi lavori) in un bar del centro a Roma. Con grande gentilezza e disponibilità ha acconsentito a scambiare una mezz’ora di chiacchiere con KS e quindi con voi, cari 24 contattisti miserabili e non paganti, a proposito di una delle avventure-esperienze creative e produttive più interessanti  del cinema italiano in questi ultimi anni.

Nel sito precedente, kinescrivere.mioblog.net, avevamo già dedicato vari articoli a questo progetto ma, incuriositi, dopo diversi mesi, abbiamo deciso di “rompere le scatole” al gentilissimo Ettore per saperne di più. Ne è uscita un’ intervista che ha toccato differenti versanti e che vi riportiamo.

Come premessa ricordiamo che THE ROLE PLAYER è un film NOIR scritto da ETTORE BELMONDO e BRUNO GOVERNALE. Film che ha inaugurato una forma di autoproduzione connessa ad una concreta interattività creativa con i sottoscrittori tale da poter diventare essi stessi sceneggiatori, autori di musiche o partecipare direttamente alle scelte creative del progetto. Proprio in questa impostazione osmotica tra “finanziatori”, (era richiesta una quota minima di otto euro con l’invio compreso dell’opera conclusa in DVD) e creatori del film, consisteva l’assoluta particolarità dell’idea. Ma lasciamo ad Ettore il racconto di quest’avventura ancora in itinere.

KS – ETTORE PARLACI UN PO’ DELLO SCRIPT DI THE ROLE PLAYER

ETTORE BELMONDO – Be’, voglio dirti la verità. Vedi mi è capitato nella mia carriera di attore di essere stato bocciato in fase di provino perchè troppo somigliante a Sergio Castellitto, attore che tra l’altro adoro, così mi è venuta l’idea, assieme al mio “socio” Bruno Governale, di scrivere una storia in cui ci fossimo entrambi… La storia doveva essere quella di due fratelli, diversi caratterialmente ma con una certa somiglianza fisica; tra l’altro mi sono anche un po’ ispirato alla mia storia in quanto io ho un fratello ufficiale dell’arma. Il plot iniziale era appunto quello di due fratelli, uno attore e l’altro carabiniere, che per varie vicissitudini si odiano. Nel dipanarsi della trama, alla fine, ci sarà un riavvicinamento e una comprensione reciproca. Questa grosso modo l’idea grezza iniziale.

KS – L’IDEA QUINDI…POI PERO’ DAVANTI ALLA MACCHINA DA SCRIVERE IMMAGINO SIANO COMINCIATI I DOLORI…

E.B. – Assolutamente. Io non sono uno scrittore. Insieme al mio socio d’avventure (Bruno Governale) abbiamo buttato giù uno scalettone con i passaggi fondamentali. L’abbiamo scritto in una notte e, all’inizio, il titolo era L’IMPORTANTE E’ NON CADERE DAL PALCO, una battuta rubata ad uno dei spettacoli di Paolo Rossi. Era una storia che doveva essere in chiave di commedia. C’era sullo sfondo la vicenda di un killer e di indagini ma il tutto pensato in termini di commedia. Quindi, come ti dicevo, fatto questo scalettone me ne torno a casa… solo che, non essendo uno scrittore, come ti ho già premesso, lavoravo un po’ senza metodo scrivevo roba che mi sembrava buona poi ripresa dopo una settimana mi faceva schifo! insomma con questo tira e molla è passato più di un anno prima di tirare fuori una prima sceneggiatura!

KS – AVRAI SCRITTO UN SOGGETTO PRIMA?

E.B. – No! Avendo lo scalettone con tutti i passaggi il soggetto lo abbiamo saltato a piè pari! Avevamo i blocchi narrativi, i passaggi fondamentali della trama e abbiamo direttamente lavorato su quelli. Il soggetto lo abbiamo “scritto” parlandone, in fase di dialogo tra noi. Per la sceneggiatura ogni tanto mi confrontavo con Bruno in lunghe discussioni.

KS – COME NEI CAFFE’ DEGLI ANNI 60 A ROMA!

E.B. (ride) – Esatto.

KS- ESSENDO LA SCENEGGIATURA UN TIPO DI SCRIPT MOLTO TECNICO NON TI SEI RIVOLTO A NESSUNO?  INTENDO QUALCHE PROFESSIONISTA DEL SETTORE O SIMILI…

E.B. – Mi sono rifatto essenzialmente alle sceneggiature che leggo per il mio lavoro di attore. Ho optato per quella all’americana e per ciò che concerne i movimenti di macchina li ho segnalati solo quando si trattava di un passaggio visivo- narrativo che ritenevo importante. Non ci sono state collaborazioni con professionisti o con persone che scrivono per mestiere… La sceneggiatura finale era un insieme di cose che accadevano e di cose dette. Abbiamo cercato, magari ingenuamente, di puntare comunque moltissimo sui dialoghi. A me piacciono molto quei film, generalmente americani, in cui due persone vanno a fare una cosa e parlano, ma non parlano della cosa che stanno andando a fare, parlano d’altro! Oppure anche quando nelle situazioni più estreme tirano fuori una battuta fulminante, di quelle che ricordi. Per esempio, in questo senso, un film che amo molto e TRUE LIES un film sceneggiato magnificamente, con effetti eccezionali e che non parla di quanta è amara la vita cosa che la gente purtroppo sa benissimo. Credo in questo tipo di cinema insomma.. Ecco, indegnamente, il nostro proposito narrativo era questo.

KS – INSOMMA TI SEI ISPIRATO ALLA GRANDE QUALITA’ DIALOGHISTICA DELLA SCENEGGIATURA USA!

E.B. – Bè, detta così… diciamo che ci abbiamo provato.

KS – E’ COMUNQUE INTERESSANTE QUESTA ATTENZIONE AL DIALOGATO… COME PROCEDEVATE COL LAVORO DI SCRIPT PROPRIO IN RELAZIONE AL DIALOGO?

E.B. – Recitavamo le battute. Andavamo molto a sensazione, all’effetto che avvertivamo. Praticamente recitavamo lo script che avevamo buttato giù per capire se funzionava o no. Quello che ci è mancato in quella fase è stato un gruppo di lavoro più nutrito. Più confronto c’è in questi casi è meglio riesce il lavoro. Anche per questa sensazione  abbiamo cominciato a pensare ad un FILM CONDIVISO, cioè scritto in parte dalla rete.

KS – CHE PROGRAMMA HAI USATO PER SCRIVERLO?

E.B. – Il Word, che tra l’altro mi ha fatto discretamente impazzire per le formattazioni. Ho conosciuto anche il CELTX che è davvero notevole, credo che tra le sue funzioni più interessanti ci sia anche quella della condivisione in rete. Comunque la sceneggiatura è stata scritta in Word.

KS – QUINDI UN ANNO PER BUTTARE GIU’ LA SCENEGGIATURA…

E.B.- E già… un botto di pagine, mi sembra sulle centottanta. La sensazione finale è stata quella di aver scritto una bella storia. Una storia senza pretese autoriali. Onesta. Cercando anche di creare più livelli di fruizione, che è, secondo me, uno dei grandi segreti del cinema americano; quello cioè di riuscire a parlare allo spettatore di semplice estrazione culturale e a quello più raffinato. Insomma, una delle scommesse di ROLE PLAYER era anche quella di creare e produrre un prodotto italiano con il contributo creativo produttivo della rete e rivenderlo poi agli americani! Abbiamo cervelli e professionalità per fare questo tipo di operazioni. Altri paesi europei esportano e impongono modelli e creatività per noi invece è un’operazione impossibile!

KS – MA LA STORIA DELLO SCRIPT DI ROLE PLAYER DOVEVA ANCORA INIZIARE…

E.B. – Esatto, perchè una delle nostre idee portanti era appunto quello di un film condiviso con la rete. La sceneggiatura è tanto cambiata che si è trasformata da commedia a noir. In un plot di base volevamo dare la possibilità agli utenti che avevano acquistato in anticipo il DVD (8 euro)  la possibilità di ricreare un nuovo scalettone votando scene o proponendole. E’ vero, probabilmente il risultato finale avrebbe registrato  delle incongruenze ma credevamo e crediamo tuttora all’eccezionale potere creativo della rete.

KS – TU SEI A CONOSCENZA DI ALTRE AUTOPRODUZIONI CON LE STESSE CARATTERISTICHE DI COSI’ TOTALE CONDIVISIONE?

E.B. – No, che io sappia no. Certamente l’idea dell’autoproduzione non è nuova in assoluto, è antica quasi quanto il cinema. Questa  mi è stata ispirata da internet. Soprattutto i siti americani sono pieni di queste autoproduzioni con acquisto di quote anche molto pesanti… Ci sono molte formule che usano in America con partecipazioni azionistiche  che arrivano anche a centomila dollari!  Alla fine quella che ci sembrava più percorribile era un sistema in grado di  produrre il film, prevenderlo, senza escludere la possibilità di eventuali passaggi in sala o sulla rete stessa…Guarda, a noi capitò una cosa strana: dal momento in cui pubblicammo tre paginette con l’esposizione del progetto successe il finimondo!

KS – CHE VUOI DIRE?

E.B. – Io vengo dal teatro e so quanto è difficile farsi scrivere una piccola recensioncina, quattro righe su un quotidiano o su una rubrica; invece dopo quelle tre pagine in cui esponevamo l’idea di un film partecipato dopo pochi giorni fummo contattati da ARUBA per dirci che cosa stava succedendo: migliaia di contatti e con essi articoli su Giornali a tiratura nazionale! A questo ha contribuito anche la presenza nel cast di CAROLINA DI DOMENICO, Vj di MTV, ragazza dolcissima e ottima professionista che ha creduto moltissimo in questo progetto, e insomma molte testate hanno contattato l’ufficio stampa di MTV, che non c’entrava niente con il film,  per saperne di più. Lei alcuni particolari del progetto non li conosceva così la cosa  è stata girata a me. Mi chiamò la redazione di PANORAMA facendomi i complimenti per questa iniziativa dai caratteri  innovativi. Alla fine ci hanno dedicato una pagina intera. Subito dopo Repubblica.it ed è lì che è partito quel finimondo di contatti di cui ti facevo menzione con picchi tanto alti e improvvisi da giustificare la chiamata di ARUBA che chiedeva spiegazioni. Considera che dopo il primo mese eravamo linkati a diecimila siti!

LA SOTTOSCRIZIONE COM’ERA STRUTTURATA?

E.B. – Era vincolata al raggiungimento di un numero idoneo alla produzione del film. Non chiedevamo soldi prima. Altrimenti sarebbe stata truffa! Devi sapere che preavisammo il CODACONS riguardo a tutta l’operazione ed eravamo assistiti anche da un legale per tutti i passaggi tecnici. La cifra era otto euro spedizioni e IVA compresa. Uno garantiva l’acquisto del DVD in cambio aveva la possibilità di entrare direttamente, anche votando, nelle scelte creative. Una cosa importantissima che tengo a sottolineare è il mantenimento da parte dei sottoscrittori dei diritti riguardo eventuali proposte creative. In altre parole se utilizzavamo idee o contenuti suggeriti dal sottoscrittore eravamo obbligati a formulare ad esso una proposta economica d’acquisto! Altri progetti in rete simili al nostro effettuavano l’operazione contraria, mascherandola magari…

KS – E POI COS’E’ SUCCESSO?

E.B – Senza entrare in particolari che sarebbero inutili, ti dico solo che abbiamo avuto grossi problemi di gestione nella parte WEB non dovuti a noi. Problemi che ci hanno obbligato ad uno stop di circa quattro mesi. Quando abbiamo ripreso, con un supporto tecnologico migliorato e adatto all’idea che avevamo in mente, ci siamo accorti che avevamo perso l’onda. Praticamente le statistiche sono crollate sino a quasi l’immobilità.

KS – PARADOSSALMENTE E’ STATA PROPRIO LA PARTE TECNOLOGICA A TRADIRVI.

E. B – Proprio così. Abbiamo cercato di ricontattare coloro che ci avevano chiamato, mi riferisco agli organi di informazione, ma come ti ho detto ormai l’idea si era bruciata. Sinceramente debbo dirti che noi siamo anche giunti alla conclusione che con questa idea di partecipazione, di condivisione, di social network, fossimo troppo avanti, almeno qui in Italia. Addirittura poteva spaventare un po’… Abbiamo anche proposto a importanti emittenti Tv di partecipare parzialmente al progetto, anche perchè una fase della produzione prevedeva addirittura  webcam in diretta, partecipazione al backstage ecc. Sostanzialmente c’era la possibilità di realizzare Format innovativi improntati sul vivere una produzione in diretta! Con l’eventualità, tanto per farti un esempio, di chiedere in tempo reale agli utenti se la scena girata era valida o no! La risposta di queste emittenti è stata che la loro struttura non era in grado tecnicamente di seguire un progetto del genere. Pensa se a fianco di questo modo di produrre online si affiancasse un format televisivo! Quali sinergie si potrebbero realizzare. Tant’è che l’idea l’abbiamo registrata. Almeno quello!

KS – ORA CHE NE SARA’ DI ROLE PLAYER?

E.B. – Vedi io ad un certo punto ho dovuto staccare. Da Giugno mi sono fermato. Per seguire quest’idea sono stato davanti al computer anche sedici ore al giorno! A un certo punto ho detto basta! ROLE PLAYER però non è finito. Siamo in trattative con un produttore e certamente i canali in cui ci stiamo muovendo sono quelli più classici. Probabilmente si cambierà la parte iniziale del film ma la struttura portante del film rimarrà più o meno la stessa.

GRAZIE ETTORE, AUGURI PER LA TUA PROFESSIONE e PER THE ROLE PLAYER.

  Ettore Belmondo ci ha poi specificato alcuni dati interessanti del film: il budget era previsto intorno ai seicentocinquantamila euro e per realizzare questo obiettivo ci sarebbero voluti circa centotrentamila sottoscrittori. Ettore e il suo gruppo confidavano sul fatto che se anche si fosse raggiunto un quarto dei sottoscrittori necessari il volano d’interesse sarebbe stato ormai irreversibile tanto da attirare anche altri sponsor. Era stato addirittura realizzato un accordo con una società di Product Placement.

Come considerazioni finali possiamo soltanto rilevare che l’esperienza di Ettore e del gruppo che ha creduto in questo progetto rappresenti una ricchezza e un serbatoio di informazioni a cui chiunque, e nel futuro credo saranno molti, vorrà provare questo tipo di Socialproduction, potrà attingere. Condividiamo la riflessione di Ettore sull’impreparazione culturale a tutti i livelli rispetto ad un progetto di compartecipazione totale come ROLE PLAYER. Sono gap profondi, rispetto ad alcune realtà estere, difficili da colmare. Credo che quel cinema dal basso a cui KS si rivolge possa concretamente iniziare piccole microrivoluzioni atte a esprimere creatività, idee, contaminazioni, innovazioni. Sta già succedendo. ROLE PLAYER dimostra che non è facile, che comunque bisogna costruire un Know How sia meramente tecnico che “etico”, per così dire. Ma l’esperienza di ROLE PLAYER è, a nostro modestissimo avviso, un momento importante per il nostro cinema. Un cinema di autori che dovranno sempre di più fare i conti con tutti i mezzi tecnologici presenti e futuri e con l’espandibilità di questi nei processi creativi, produttivi e distributivi dell’immagine e la sua narrazione.

by Massimo De Angelis (deangeics@yahoo.it)

FINE

INTERVISTA A BEPPE TOSCO: DIETRO TUTTO C’E’ SEMPRE UNA MACCHINA DA SCRIVERE.

Novembre 3, 2008

Doveva essere quello di attore il percorso professionale di BEPPE TOSCO nel mondo dello spettacolo. Calcare più o meno eminenti tavole di palcoscenico, portare in giro per L’Italia questo o quel dramma o piuttosto una commedia. Doveva essere, è così è stato, infatti, per diversi anni. Poi ci si è messa di traverso quella piccola fanfaluca del caso che sembra compaia dal nulla e invece attende che venga il suo turno, proprio in quel momento, proprio  a quella persona.

In realtà esistono autori che lo sono sempre stati. L’incidente, il caso appunto, è solo una cosa che doveva essere. Una cosa talmente banale da diventare misteriosa. Così, da quelle due ore da riempire con un testo, chieste da un amico che lavorava in radio, senza apparenti conseguenze, TOSCO, cinquantadue primavere, ha iniziato un cammino di quasi vent’anni di scrittore per la radio, d’autore di testi (per qualcuno dei nostri ventiquattro contatti che non lo sapesse, Beppe è l’autore dei testi comici di LUCIANA LITTIZZETTO), di sceneggiatore per fiction e, come ci racconterà lui stesso, anche di romanziere. Quasi vent’anni di “tanta roba”, come diceva un allenatore di ex successo, quasi sempre, miracolosamente di quei e di questi tempi, stretta parente di un affaricchio di poco conto nelle dinamiche televisive di mercato: l’intelligenza e l’ironia (allora gli affaricchi erano due!)

KS – BEPPE, PRIMA DI PARLARE DI TE SCRITTORE VORREI CHE CI DICESSI QUALCOSA DEL “LETTORE”. QUANTO E COSA LEGGI, ANCHE IN RELAZIONE AL TUO LAVORO.

BEPPE TOSCO – Guarda, per quanto attiene al mio lavoro d’autore di testi per Luciana debbo dirti che mi informo pochissimo, quasi niente. E’ sempre lei che mi manda via e-mail gli articoli o gli spunti d’attualità sui quali vuole lavorare. Probabilmente, per il nostro lavoro, è meglio così, in quanto io cerco di aggiungere al testo il mio stile abbastanza surreale che non necessità di una informazione assoluta degli eventi. In questo ci compensiamo bene nel lavoro io e Luciana. Debbo dirti però che ultimamente sto lavorando ad un romanzo e sto leggendo di tutto! Ho notato una cosa nuova a proposito di questo rapporto tra lettura e stesura di un romanzo, quella appunto di quanto la prima apporti carburante creativo alla seconda.

KS – TORNEREMO SUL TUO ROMANZO PIU’ TARDI. INTANTO PUOI DIRCI COME NASCE UN TESTO COMICO. AD ESEMPIO PER GLI INTERVENTI DELLA LITTIZZETTO IN “CHE TEMPO CHE FA”

BEPPE TOSCO – Sì, effettivamente come avrai notato quelli di Luciana nel programma di Fazio non sono semplici sketch. Si tratta di interventi che arrivano anche ai sedici minuti…

KS – QUASI UN ATTO UNICO!

BEPPE TOSCO – Esatto, quindi necessitano di un lavoro e di una struttura importanti. In genere ci lavoriamo quasi tutta la settimana per tirare fuori circa sette-otto cartelle di testo. Lei mi manda i spunti sui quali vuole lavorare. Pian piano iniziamo a strutturare il tutto. Anche i suoi articoli su LO SPECCHIO offrono ulteriori spunti di lavoro. Normalmente c’è un pezzo di costume, uno d’attualità, uno o due sul sociale o politico e una notizia finale. L’intero ovviamente in chiave comica. Succede poi che Luciana, che manda tutto il testo a memoria, faccia delle incredibili sostituzioni di blocchi di testo posponendoli o anticipandoli pur facendo rimanere intatto, anzi aumentando spesso il livello di umorismo. In questo è davvero eccezionale. Devi sapere poi che Fazio non conosce la scaletta dell’intervento proprio perchè Luciana lavora anche sull’effetto sorpresa.

KS – QUINDI VUOI DIRE CHE SOVVERTE L’ORDINE TEMPISTICO DEL TESTO…

BEPPE TOSCO – Esatto, rispetto al testo non improvvisa moltissimo ma riesce a smontare l’ordine cronologico dei passaggi.

KS – COME E’ NATO IL VOSTRO SODALIZIO?

BEPPE TOSCO – Lei non era contenta di alcuni autori che aveva precedentemente. Decidemmo di provare e lentamente col tempo abbiamo raggiunto un’ottima intesa. Forse, come ti accennavo precedentemente, anche perchè abbiamo due approcci diversi al testo comico che si incastrano bene.

QUAL’E’ LA SITUAZIONE DELLA ‘SCRITTURA COMICA? C’E’ UN VERO E PROPRIO BOOM DI CABARETTISMO E SEMBREREBBE ANCHE DI AUTORI…

BEPPE TOSCO – Be’ forse non è proprio così… Innanzi tutto ti dico che generalmente questi autori scrivono poco. Adesso io ho un po’ perso il polso di ZELIG ad esempio, tranne che per un paio che conosco direttamente. Ti dico che spessissimo i comici stessi sono i scrittori dei loro testi. L’autore spesso è una sorta di supporto psicologico. Quest’ultimi hanno essenzialmente paura di rischiare perchè nel caso il comico non sia contento del loro lavoro sarebbero costretti a faticare veramente oppure si adagiano su un medesimo tran tran autoriale. Pochissimi hanno voglia di rischiare spesso per non perdere la gallina dalle uova d’oro, o il piccolo stipendio.

KS – QUINDI NON C’E’ TUTTA QUELLA AUTORIALITA’ CHE SEMBREREBBE?

B.P. – Molto meno di quello che ti immagini.

KS – COS’E’ CHE TI DA’ PIU’ FASTIDIO IN UN MONOLOGO O IN UN PEZZO COMICO CHE ASCOLTI; NON SO, AD ESEMPIO L’ECCESSIVO UTILIZZO DEL VERNACOLO O DELLA PAROLACCIA. E POI QUALI SONO GLI APPROCCI A QUESTO TIPO DI SCRITTURA CHE SCONSIGLIERESTI.

B.P. – Sai, non si può generalizzare riguardo ad alcuni aspetti formali come l’uso del dialetto o della parolaccia. In assoluto non ne sono un fautore ma in alcuni casi possono funzionare. Dipende dalle capacità dell’autore e dell’interprete. La seconda parte della tua domanda è più interessante: direi che, a mio avviso, ciò che è da evitare è la banalità. Per farti un esempio parlare di Berlusconi riferendosi alla sua altezza, cose del genere insomma.  Di sicuro non mi piacciono i monologhi composti da una sequenza di battute. Il monologo è un idea che ha un inizio una parte centrale e una fine. Essenziale è partire da una base conosciuta da tutti. Nel mio caso cerco una chiave surreale ma se ne possono usare altre, importante e faticare nella scrittura per non fermarsi alla cosa più facile. Credo nel monologo che abbia una struttura simile ad una storia. Per citare un esempio nobile penso ai monologhi di DARIO FO: partire da un dato banale per arrivare a costruire una storia.

KS- QUANTI SKETCH HAI SCRITTO PER LUCIANA?

B.P. – Sì, per RADIO DJ ho scritto circa settecento sketch. Tre, quattro minuti ognuno (molti dei quali raccolti nel divertentissimo volume FINCHE’MATRIMONIO NON CI SEPARI -Mondadori. Nks)

KS -IN TERMINI DI CARTELLE?

B.P. – Due cartelle a sketch, in genere.

KS – BEPPE, ADESSO CON TE VORREMMO PARLARE DI SCENEGGIATURA. TU SEI UN IMPORTANTE AUTORE DI SIT COM. DICCI QUALCOSA SU “COLPI DI SOLE”, UNA SIT ORIGINALE E UN PO’ SFORTUNATA…

B.P.- Personalmente ho individuato due motivi. Il primo credo che fosse l’assenza di almeno un importante e conosciuto attore, condizione necessaria per un aumento d’interesse sia pubblicitario che d’ascolti. Devi sapere che io e ANDREA ZALONE (capoprogetto e autore di numerosi programmi di successo sia in RAI che in Mediaset, nonché collaboratore storico di Beppe. Nks)) avevamo parlato con FABIO DE LUIGI ottenendo un entusiastico riscontro al progetto. Gli avevamo sottoposto un numero zero e lui ci aveva assicurato la sua disponibilità. Purtroppo, per ragioni che non conosco, non è stato neppure contattato. Nè lui nè i suoi agenti. La seconda motivazione riguarda sia la rete che l’ora e la stagione in cui è stata trasmessa. Rai 3, che io amo, purtroppo non è strutturata per questo tipo di operazioni. Forse sarebbe stata più opportuna raidue. Inoltre trasmettere una sit come Colpi di Sole, evidentemente destinata a un pubblico medioalto, alle venti e trenta in piena estate dove davanti alla tv ci sono pensionati significava in qualche modo condannarla all’insuccesso. Ciò detto comunque ci siamo tenuti in linea con le medie d’ascolto. Di fatto la rete, successivamente, non ha più creduto al progetto. Personalmete penso che si trattasse di una fiction scritta bene, o almeno scritta in un modo diverso, con una ricerca di originalità.

A PROPOSITO DI ORIGINALITA’, DICCI QUALCOSA SU “KALASCHNIKOV”, UNA SIT CHE CI SEMBRA DAVVERO RIVOLUZIONARIA!

B.P. – Sì, bè si tratta di un’ idea mia e di Andrea. Abbiamo immaginato una di quelle famiglie descritte da Saviano che campano col mensile della camorra e per vivere devono uccidere un paio di tizi al mese. Incredibilmente lo script ci è stato comprato da Mediaset…

KS – HAI USATO IL TERMINE GIUSTO: “INCREDIBILMENTE”. CONSIDERANDO L’ALTO LIVELLO DI INFIAMMABILITA’ DEL SOGGETTO SEMBREREBBE ROBA DA HBO!

B.P. – Già, considera che ci sono un paio di morti a puntata e che abbiamo descritto e richiesto effetti molto reali, non la pistolina e il tonfetto a terra! Si tratta di roba che ha un certo costo ma che, coperte le spese vive, a mio modo di vedere, ha una vendibilità straordinaria all’estero. Hanno acquistato i diritti ma siamo in attesa di sapere cosa vogliono farne. Non abbiamo ricevuto risposta.

SEI UN “FEDELE” DELLA BIBBIA TOTALIZZANTE? QUELLA CHE DEFINISCE PURE IL MESTIERE DELLA COGNATA DELL’ULTIMA COMPARSA?

B.P.- Per quanto riguarda la fiction comica, lascia stare la camera fissa che ormai ha rotto le scatole, bibbie più lunghe di quaranta pagine non ne ho mai trovate. La stessa bibbia di CAMERACAFFE’ si aggirava intorno a questa lunghezza. Quella di Kalaschnikov è di circa una trentina di pagine. Ogni puntata dovrebbe aggirarsi intorno ai venticinque minuti divisi in quattro, cinque sketch. I miei passaggi sono Bibbia-soggetto- sceneggiatura. Trattamento e scaletta sono  per la scrittura prettamente cinematografica, di lungometraggio, quindi non ne faccio uso. Cinque quadri: uno iniziale tre centrali e uno finale. Noi per scriverla, nell’individuazione e nell’esposizione dell’idea fondante, abbiamo citato all’inizio proprio il libro di Saviano.

KS- DIMMI DEI PERSONAGGI

B.P. – All’inizio io e Andrea avevamo pensato ad un gruppo di ragazzi che vivevano assieme, ma l’idea iniziale era così forte che abbiamo preferito la famiglia. Anche perchè in Italia la famiglia è qualcosa di riconoscibile e anche narrativamente non ti devi dannare l’anima per spiegarne le dinamiche. Abbiamo identificato nel figlio piccolo, undici dodici anni, che abbiamo chiamato Jason anche per ironizzare su una certa moda di mettere nomi stravaganti,  l’ago della bilancia di questa strano nucleo. Deve ancora decidere da che parte stare: se da quella della legge o dall’altra. Che poi, se ci pensi, è un po’ il dramma di molti adolescenti di Napoli. Mi rendo conto che potrebbe essere una fiction comico surreale destinata a creare polemiche.

KS – CERTO, L’UTILIZZO DI UN MINORE COME PROTAGONISTA AGGIUNGE BENZINA…

B.P. – Jason, che minaccia la sua famiglia di voler diventare avvocato, non sarà, mai, anche in una eventuale fase di precisazione, un esempio negativo. Si tratta semplicemente di un ragazzino che tenta di non essere schiacciato.

KS – DAVVERO UN’IDEA INTERESSANTE. BEPPE ADESSO PASSIAMO AL VERSANTE “ROMANZO”, SO CHE PRESTISSIMO DARAI ALLE STAMPE UNA TUA OPERA.

B.P. – E’ un romanzo che ho collocato in un futuro molto prossimo, una trentina d’anni, e con tutti i dovuti distinguo, se vuoi un paragone, è un po’ alla Benni ma privo di quello strato moralistico. Questo almeno nelle intenzioni. Ma non si tratta assolutamente di fantascienza. In realtà uso un escamotage temporale per parlare di ciò che succede adesso. I nostri piccoli comportamenti. Un po’ di critica sociale se vuoi.

KS – CHE DIFFICOLTA’ DI SCRITTURA HAI TROVATO NEL FORMATO DEL ROMANZO?

B.P.- Bella domanda! Innanzi tutto il tempo. Io che scrivo per professione tutto l’anno e inoltre ho moltissimi interessi personali al di fuori del lavoro ho dovuto conquistare il tempo per scriverlo. Tecnicamente all’inizio sono partito male. Volevo fare un collage di raccontini che avevo scritto ma la cosa non funzionava. Mi serviva un “contenitore” così ho pensato all’areoporto, un luogo di scambio dove i personaggi potevano raccontarsi storie. Ora che sto verso il finale mi rendo conto che tutto sommato sono riuscito a tenere in mano la trama, anche se qualche personaggio secondario l’ho perso un po’ di vista… Se poi vuoi sapere delle sensazioni, bè, quelle sono simili, anche se con un effetto dilatato, alle stesse che provo a volte quando scrivo sketch: ci sono pagine che componi quasi in automatico. Con i personaggi che parlano per te. Io lo paragono ad una sorta di dilatazione dello “sguardo”. Poi c’è anche la parte cattiva: ho provato a scrivere delle pagine di “forza”, ma sentivo che non funzionava. Lì ti devi fermare subito. Ultimamente, a causa di un incidente, soffro di dolori abbastanza forti; sovente mi capita di svegliarmi verso le tre di notte, lascio vagare la mia immaginazione dopodichè mi metto davanti la macchina da scrivere. Tre volte su quattro riesco ad andare avanti con buona fluidità.

 

MI PARLAVI DI QUALCOSA PER MTV ANCHE…

B.P- Sì, vogliono fare una versione italiana di LITTLE BRITAIN, una specie di corrosiva presa in giro della società inglese nella versione originale. Una cosa alla Monty Python. Mi hanno chiesto di scrivere dei sketch… LITTLE BRITAIN è un format di grande successo. Se vai su youtube o su qualunque altro motore di ricerca troverai un oceano di roba.

KS – EFFETTIVAMENTE ALL’ULTIMO FICTIONFEST ABBIAMO VISTO DEI LAVORI PROVENIENTI DALLA GRAN BRETAGNA DI LIVELLO ALTISSIMO. DI QUALSIASI GENERE.

B.P. – Credo che sia un problema di funzionari più che di sceneggiatori…

 

Con Beppe Tosco abbiamo poi divagato un po’ parlando di scacchi, di giochi come STRATEGO di cui è appassionato e di altro. Beppe Tosco oltre che una gentilissima persona è un autore che preferisce il rischio e, soprattutto, un autore “vero”, non in conto terzi cioè o di firma. Uno che passa gran parte del suo tempo con la testa sopra una tastiera. Perchè, come ogni autore degno di tale definizione sa che dietro tutto, dietro una risata, una lacrima, un indignazione, un’idea, dietro tutto insomma c’è, e ci sarà sempre, una macchina da scrivere.

by  Massimo De angelis

 

 

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Beppe, con grande gentilezza, si è prestato a parlare con KS della sua avventura di autore, di fiction, di televisione e di scrittura in genere. La stessa intervista la troverete sui siti amici di KS www.sceneggiatori.com all’area forum discussione script-zine e su www.ultimastesura.altervista.org