BURNING PLAIN: ARRIAGA STAVOLTA FALLISCE

By kinescrivere

Di Guillermo Arriaga scrivemmo già nel blog predecessore di questo che consultate con sì tanta determinazione (maledetti 24 contattisti del c…) kinescrivere.mioblog.net .Ne parlammo bene ovviamente. Messicano, romanziere, sceneggiatore, Arriaga ha sostenuto e indagato una forma  di script non nuova ma a cui, indubbiamente, ha iniettato modernità e innovazione.

I blocchi narrativi giustapposti, con movimenti di macchina (da scrivere) in cui il timing delle scene è già di per sé una forma drammaturgica e la composizione del tempo interno alla storia è  una presa di posizione quasi ideologica rispetto al testo, rasentano un’ arditezza stilistica che se non maneggiata con cura rischia di essere fine a se stessa, ma che il buon Guillermo aveva sino ad ora gestito se non sempre con assoluta “onestà”, almeno con notevole destrezza.

Legato a paesaggi, a luoghi, a personaggi sempre alle prese con qualche tipo di deserto o di desertificazione, la scrittura di Arriaga si distingue in modo anomalo fissando un precedente raro nel cinema: quello cioè di far riconoscere un film al grande pubblico non per gli attori o la regia ma per lo sceneggiatore. Quasi a sconfessare la famosa battuta di Holden in Viale Del Tramonto a proposito del perpetuo anonimato in cui versano indeterminatamente i scrittori di cinema.

L’equivoco più grande, a proposito della struttura negli script di Arriaga, è quello di credere che si tratti di storie convergenti in cui un filo, un elemento, un raccordo siano legante di episodi sparsi tali da farli esaltare in una luce o in una tensione più complessiva. A nostro avviso non è così. L’originalità secondo noi (cioè io; mia madre appassionata di cinema polacco e il benzinaro sotto casa mia, cinefilo, di nome Arnaldo, ribattezato Arnaldo Er Pellicola: i fondatori di Kinescrivere insomma) sta nel lavoro sulla struttura del tempo. La storia generalmente avanza con due passi indietro e tre avanti. Al posto di farne uno per volta, in una linea puramente orizzontale o conseguente, Arriaga retrocede e avanza in stile Guadalcanal oseremo dire.

Anche Arnaldo il benzinaro (uno dei fondatori di KS: il blog di cinema meno visitato nella storia del web!) è d’accordo e, proprio mentre sto picchiando i tasti sudici in un internet point sgarrupatissimo dove in una cabphone un tizio sta minacciando di rompilsed -contrationplease- ad un altro anonimo tizio chissà dove albergato) sta annuendo. Sì, perchè alcuni scenaristi (ArrigoFrusta perdonali e perdonami) di qua dall’Alpe, nell’ammordenarsi, hanno inteso replicare la scrittura di Arriaga come un cumulo di episodi tirati poi con un filo esile dentro un contenitore comune, oppure richiamati o evocati per via di tratti simili descritti più o meno a tradimento dentro la sceneggiatura.

La notevolezza nei testi di Arriaga invece sta proprio in questo lavoro di lima riguardo la contiguità, la continuità, l’allegoria, la simultaneità (o la percezione della simultaneità) l’alterità del tempo rispetto alla compiutezza della vicenda e il suo essere, stare, come protagonista sovrastrutturale e comunque partecipe, nel conflitto, nel dramma. Nella privatezza del dramma. Ecco che il tempo assume una connotazione narrativa superiore al suo valore di scansione, ma assume anche una relazione decisiva rispetto ai personaggi, alle loro prese di posizione; ai loro punti di vista.

E’ nella relazione con il tempo della vicenda e l’alone di un tempo immane e sfocato sullo sfondo, distruttivo, destruente, drammatico o salvifico, che la scrittura del mexicano assurge (assurge me l’ha suggerita Arnaldo… A proposito so’ quasi le tre perchè nun tene vai affanc… ad aprì la pompa?) ad una sua universalità indipendente dal luogo. Indipendente dai meccanismi, dai riferimenti classici di un plot. Lo spettatore è direttamente coinvolto nella vicenda del “tempo”, lo sente, lo avverte come un dato tragico fondamentale e indiscutibilmente reale. Corretto. Identificabile. Si riconosce nel suo tessuto ramificato di sincronie e asincronie e, a causa di questa premessa drammaturgica, accetta il carattere e le vicende dei personaggi  presentendo, percependone, il loro arco storico in prima istanza proprio riguardo alla collocazione che hanno rispetto alla tessera del mosaico temporale a cui appartengono. Vista così, la struttura di giustapposizioni temporali di Arriaga, sembra un sottile escamotage da professionisti. Qualcosa di non del tutto sincero, di non del tutto dovuto. Di non del tutto necesario.

OK (Arnaldo s’è finalmente levato dai co… che col cinema di Hong Kong me l’ha fatto a peperini!) allora cos’è che non va in BURNING PLAIN? Dopo premessa cotanta cosa m’ambascia, cosa m’angoscia in sì durevole dispetto da farmi nomare l’articolo in guisa tale?

In BURNING PLAIN (cosa ormai risaputa la sua acrimonia per non meglio identificati motivi col regista INARRITU, sua sorta di alter ego al di qua dell’obiettivo) Arriaga si misura con la regia. Diremo poi di un altra riflessione negativa rispetto al film, per ora fermiamoci qui. Fermiamoci su questa banale constatazione. E’ evidente (mì madre durante la preparazione di du’ ova ar tegame me lo confermava) che si aprono già delle crepe nella trasposizione in pellicola. Essenzialmente sono dovute ad una pesantezza, a un ritmo prettamente testuale, che grava su qualsiasi tipo di sequenza. C’è un eccesso di sensi, di azioni-reazioni, di giustificativi e spiegativi (spiegativi!? Bho? Tanto nun me legge nessuno) che infieriscono oltre il limite, oltre un senso indistinto di percezione che ogni spettatore un po’ scafato possiede riguardo al “volume” narrativo dei personaggi. In sostanza c’è troppo, troppa spiegazione, troppa immagine narrativa e poca narrazione per immagini. E’ un difetto fisiologico di uno sceneggiatore che si pone dietro l’obiettivo. Su questo argomento si potrebbe disquisire per ore ma, siccome che (sì, siccome che, perchè che c’aveta da ridì… A mbhe!) le ova ar tegame so’ pronte mi fermo qui.

Quindi regia sceneggiata, se vogliamo chiamarla così, non in grado di ritradurre le SCENE in immagini; poichè questa operazione non è una trasposizione ma una traduzione di linguaggio. In questa traduzione Arriaga manca il bersaglio. Poi, a nostro avviso, anche nel plot stesso ci sono troppi ammicamenti, indulgenze, reiterazioni di comportamenti già visti e sentiti sino a un fastidioso eccesso; assenza di rischio; modi e dichiarazioni di intenti drammatici clamorosamente scoperti, elementari. In alcuni casi, in alcuni stock shoot, in talune scene di raccordo, si rasenta un certo ridicolo che toglie credibilità all’intera vicenda. All’intera struttura ci verrebbe da dire.

Insomma, se da un lato la costruzione del textus di Arriaga è sempre meritevole di attenzione e considerazione, il “caso” BURNING PLAIN ci conferma una nozione basilare, banale ma sempre valida: quella che una storia deve nascere e partire e deve compiere un percorso su un’onda di “urgenza” che non puoi tradire, anche se nel modo più “professionale” possibile, che deve essere fondamentale, necessaria, assoluta, per chi la scrive.

Ci sembra insomma che all’atto del film girato Arriaga sia caduto in compromessi, in rassicuranti equilibri, in pesi e contrappesi che alla fine, alla prova dello schermo, si sono annullati rendendo scialba e falsa una complessa vicenda di persone e famiglie che se hanno un apparente afflato di vita e sincerità lo devono alla scatola dei trucchi del grande mexicano ( comunque sempre da noi amato)) e non a una reale vita propria che in altre occasioni Arriaga ha saputo soffiare nelle sue storie.

By Massimo De Angelis (tutti i diritti riservati… ma tanto chi c…. me legge)

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