Archivio per Gennaio 2009

IMAGO MORTIS: L’HORROR ITALIANO RINASCE GIA’ VECCHIO

Gennaio 31, 2009

Abbiamo assistito all’Adriano a IMAGO MORTIS, horror italo- spagnolo di STEFANO BESSONI, che ha goduto, in fase di produzione, degli ormai famigeratissimi “Contributi Ministeriali”.

Fregiato dalla presenza di alcuni rappresentanti della dinastia Chaplin (Oona: bellissima; Geraldine: inquietante e affascinante) il film narra delle maligne influenze di un macchinario prelumieristico in grado di fotografare l’istante preciso della morte. Da ciò, ovviamente, tutta una serie di visoni nefaste, di delittuose perversioni e quant’altro…

Ci interessiamo al film perchè il genere horror è uno di quei filoni ormai abbandonati dal cinema italiano cinepanettonaro. Infatti seppure sostenuto da contributi pubblici la pellicola è pesantemente influenzata dal neogotico spagnolo, dal rinascimento del genere che in terra iberica ha dato negli ultimi anni ottimi frutti sia dal punto di vista artistico che economico.

Nella tormentatissima sceneggiatura (si favoleggia di più di trenta nomi che in un modo o nell’altro vi hanno contribuito e di una quantità spropositata di stesure) c’è infatti il nome di LUIS ALEJANDRO BARDEJO “implicato” in REC, uno spagnahorror originalissimo e interessante.

Sempre nei crediti, in sede di script, leggiamo anche la collaborazione di RICHARD STANLEY autore di un paio d’opere di culto, agli inizi degli anni novanta, come HARDWARE e DEMONIACA (titolo italiano sufficentemente idiota come spesso accade). Oltre a loro ovviamente STEFANO BESSONI e, ancora in sede di collaborazione, GIULIA BLASI e MARCELLO PAOLILLO.

Ordunque nel leggere cotanta abbondanza quanti-qualitativa ci si sarebbe dovuti aspettare un lavoro che, quantomeno, ricercasse qualcosa, un minimo di originalità, un’intuizione, un’idea, qualcosa insomma. In realtà il film è di una noia mortis con soluzioni di script tristissime e risulte di logore masticature già ruminate da decenni!

Infastidiscono sopratutto gli escamotage che un supposto cahiers inderogabile  impone a chi scrive o si impegna in film di questo genere: quello del sobbalzo sonoro! Quello cioè di colpire scientificamente a livello sensoriale con la solita scena, per fare un esempio banale, del protagonista che si volta, vede uno spettro, e insieme ad esso, lo spettatore si becca pure un basso Dolby come una cannonata sott’acqua!

Escamotage, come dicevamo, di bassissima lega che nulla hanno a che fare con la capacità di scrivere una cosa che coinvolga narrativamente. Se rinascita spagnola c’è stata è stata soprattutto rinascita di lettura in primis (lettura dei generi, della società, dei tempi) e di scrittura, dopo, cercando di sviluppare segni e stilemi del genere per introdurli più compiutamente dentro le dinamiche della nostra società (basti citare il recente THE ORPHANAGE).

Quello di BESSONI è un film di una serie B non dichiarata, con ambizioni, costoso (si dice tre milioni d’euro all’incirca), che ha nell’elemento scenografico e in una certa atmosferà retrò, sospesa, seppure moderna, le uniche cose interessanti.

Sinchè qualcuno non si proverà di contaminare l’horror del reale con l’horror della fabula (e qui in Italia ci sarebbe da sbizzarrirsi) al posto di riproporre piccolo splatter correct o dame imbianchite o giovinetti amorosi come trottolini con sul capo pendule ascie o ghigliottine o lame di varia natura, insomma al posto di rimestare dentro un secchio di immagini ormai sature, non si uscirà mai dal solito riferimento argentiano che ormai ha rotto i c…

IMAGO MORTIS è un bluff che non porta avanti il genere, che lo rende vecchio già prima di (ri) nascere. Eppure ci sarebbero spazi a nostro avviso enormi, spazi di racconto intendiamo, ma, questi spazi, esigono un coraggio, richiedono la volontà di introdursi all’interno delle vere angoscie che subiamo quotidianamente. Attendono insomma la sfida, il confronto e lo scarto che esiste tra le istanze orribili del vivere odierno e la tradizione storica del genere. A tutto questo Imago Mortis si sottrae e sottrarsi a questa sfida significa relegarsi nella riserva di una rassicurante inutile piccolezza d’orizzonti.

SPAZI PER IL CINEMA INDIPENDENTE: INTERVISTA A STEFANO AMADIO

Gennaio 10, 2009

A Via Capo d’Africa, a Roma, zona Colosseo, da più di un mese, e sino a fine GEnnaio 09, il CineTeatro NUOVOCOLOSSEO ha concesso i suoi ristrutturati spazi a una lunga kermesse riservata a quelle produzioni generalmente indicate come “indipendenti”.

L’occasione per noi di KS (cioè io, mì madre e Arnaldo il benzinaro…) è stata la programmazione di un film interessante, fuori dai schemi, dotato di un originale senso visivo come PADIGLIONE 22 di LIVIO BORDONE. Ne parleremo in prossimi post.

Dopo il film abbiamo avuto modo di scambiare quattro chiacchiere con STEFANO AMADIO, regista, giornalista, curatore di questa rassegna che comprende una decina di titoli. Proprio MALATEMPORA (una storia mistica, narrativamente fuori dai schemi convenzionali, ambientata nell’Abruzzo medioevale) il film di Stefano, ha aperto qualche settimana fa la serie.

L’intervista con Amadio tratta solo marginalmente la sua opera che non abbiamo visto e sulla quale, quindi, non possiamo esprimere considerazioni. Ci siamo soffermati soprattutto sulla situazione del cin ind italiano; le possibilità di sviluppo creativo, produttivo e distributivo. I margini di un “mercato” possibile. Le prospettive di un movimento ancora acerbo.

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KS – Innanzi tutto grazie Stefano per il tempo che ci concedi. Per  prima cosa vorremmo che ci parlassi di questa rassegna.

AMADIO - E’ partito tutto con l’idea di dare un p0′ di spazio ai film italiani. Come tu sai spesso non ne trovano. Con i gestori del NuovoCinema Colosseo si è pensato a questa opportunità.

KS – In particolare ai cosiddetti “indipendenti”?

AMADIO - O anche dipendenti! Il termine indipendente è sempre relativo. Da qualcuno o qualcosa sei sempre dipendente, a meno che non fai tutto da solo come ho fatto io. Se vuoi, rispetto a questa rassegna, posso considerarmi una sorta di Direttore artistico anche se, i criteri di scelta, non sono stati prettamente critici. Proprio per evitare un po’ il concetto di Festival. In fondo si è cercato qualcosa che fosse italiano,  con un profilo professionale dignitoso, e che avesse goduto  nelle sue uscite precedenti di pochissimi spazi di visibilità.

KS – Per “professionali” cosa intendi chiaramente?

AMADIO – A parte le tre caratteristiche di cui ho fatto menzione abbiamo privilegiato quei film che si sono avvalsi del contributo ministeriale. Forse potrà sembrare un po’ manicheo ma la sostanza del discorso è che se qualcuno ha concesso soldi e finanziamenti pubblici a queste opere allora vediamol! E’ un po’ provocatoria  come considerazione, se vuoi. Se gli sono stati dati vuol dire che si tratta di lavori di qualità. Se così non fosse allora qualcuno di quelli che “decide” vuol dire che ha sbagliato. Sì, lo ripeto, è un pochino provocatoria come scelta… Siccome spesso sento gente importante di cinema che si esprime più o meno così :”Diamo soldi a questi film che non escono mai e nessuno li vede…!” E allora non glieli dare, dico io! Quindi, dando per scontato che al ministero ci sono persone competenti, che i film che finanziano sono professionali, qui ne proponiamo alcuni così il pubblico potrà farsi un’idea e giudicare lui stesso.

KS – Stefano, confessiamo che il tuo film (MALATEMPORA) non siamo riusciti a vederlo, quindi non possiamo rivolgerti domande critiche inerenti al tuo lavoro specifico, dicci però quali difficoltà hai incontrato  per realizzare e proporre il tuo film.

AMADIO – Tanto per cominciare le difficoltà sono le stesse di chi vuole aprire una pizzeria: mille ostacoli burocratici! Poi ovviamente il denaro. il mio film è costato cinquantamila euro. In parte autofinanziato e in parte con un finanziamento indipendente. Gli attori hanno lavorato con un accordo di  pagamento legato agli eventuali utili futuri. Abbiamo goduto anche di una sorta di Product Placement legato non al denaro ma all’ospitalità.

KS – E con l’esercenza?

AMADIO – Vedi, il rischio è davvero quello di rimanere con la “pizza” in mano! Se tu vai ad affidare a qualcuno un lavoro dove non ci ha guadagnato e non ci ha rimesso alla fine ti danno quel tipo di appuntamenti alla Sordi “Ripassi tra sei mesi…” Ho conosciuto decine di autori, di registi, che hanno realizzato lavori anni fa e ancora lottano con assurdi appuntamenti, false garanzie d’interesse, improbabili incontri e personaggi… e intanto passano anni!

KS – Anche un blog minimo come il nostro si batte, nel suo piccolo, per una serie di spazi fissi in grado di ospitare questo cinema “di sotto”. E’ ormai una necessità imprescindibile. Almeno nelle grandi città come Roma, Milano e Napoli.

AMADIO – Secondo me due cose sono necessarie: la prima è quella di creare un circuito essendo però consapevoli che non ci sono guadagni, almeno al momento, con la possibilità però di poterlo fare domani! E’ un piccolo investimento se vuoi. Il circuito può innestare un piccolo mercato e innestare così una movimentazione virtuosa. Anche un circuito d’essai andrebbe bene. Come tu sai sopra i cinquantamila euro annui di incasso bisogna per forza fare biglietteria automatica, comunque anche stando sotto si può fare biglietteria manuale. Quindi anche questi spazi potrebbero essere economicamente utili.

KS – Vorrei ritornare un momento al problema “della pizza in mano”

AMADIO – Se ti riferisci al mio film ti dico che è uscito soltanto qui, al NuovoColosseo, per ora. A Gennaio cercheremo soluzioni. Il film ad esempio ci è stato chiesto in Abruzzo ma vorrei organizzare un’ uscita più articolata. In generale, come tu saprai bene (NdK in realtà non lo sapevamo ma ringraziamo Stefano per l’apertura di credito…) ci sono accordi con alcune Tv, ad esempio Sky, se il film ha staccato ventimila biglietti è “costretta” a comprarlo. Quindi lì devi darti da fare organizzando matineé, portandolo dappertutto. Insomma quello di fare il film è solo il cinquanta per cento del lavoro! Devi spendere un po’ a livello di pubblicità, questo è un passaggio fondamentale.

KS – Stefano, che aria tira dentro questo cinema, che per convenzione continueremo a chiamare indipendente, voglio dire ci sembra di assistere a una stagione di grande creatività, magari slegata e senza una corrente unificatrice, però la sensazione di tanta energia è forte… Insomma tu come la vedi?

AMADIO - Sì, è vero: tanta energia, ma anche molta rassegnazione! Anche molto spostata in là con l’età, molti di noi cosiddetti indipendenti hanno quarant’anni! C’è gente che è vent’anni che sta in giro, magari non solo esclusivamente in questo ambito, e ancora stai a lottà con le famose pizze in mano. Ecco perché ti parlavo anche di rassegnazione…Nel mio caso, ad esempio, io ho fatto l’aiutoregia a teatro e nel cinema, poi mi sono occupato di giornalismo per molti anni, quindi ho realizzato corti e documentari lavorando anche un po’ per la TV, e ora eccomi qui… La mia storia artistica è simile a molti altri autori di questo cinema un po’ invisibile. Poi voglio dirti anche un’altra cosa rispetto al discorso degli autori, delle “energie” come le hai chiamate tu, ed è che a mio modo di vedere la cosa che non si riesce a trovare è la collaborazione…

KS – Che intendi?

AMADIO – Vedi, questa mancanza di industria, di soldi, tende a fare tutti autori. Ognuno alla fine fa per se. E’ tutto una sorta di fai da te dovuto al fatto che non hai occasioni di crescita: se non riesco a fare l’aiuto regista, se una mia sceneggiatura nessuno se la fila, se come attore non vedo una lira, allora me lo faccio io il film! Ecco cosa intendo per fai da te! E poi per la mia esperienza debbo dirti che mi aspettavo di più come contributo di entusiasmo, di passione, di creatività da parte degli attori ad esempio. Stanno sulla difensiva, sulla loro, c’è insomma sì tanta energia ma poca disponibilità a un reale confronto.

KS – E’ vero Stefano, anche noi, dal di fuori, e lo abbiamo pure scritto, avvertiamo questa sensazine di forti energie ma singole, incapaci di dialogare; spaventate, diffidenti le une verso le altre. Incapaci insomma di essere un vero movimento di idee, cultura e passioni.

AMADIO - Esatto, poi di tutto questo il prodotto finale ne risente. Io ad esempio ho scelto di fare un film in cui i protagonisti avevano dai cinquanta anni in su. Volevo evitare l’imperante stereotipo così in voga del ragazzetto, della ragazzetta e tutto il resto in fila… ho provato a fare un cosidetto film ”difficile” proprio perchè volevo perseguire una mia idea di cinema… ma se la tua domanda verteva sul fatto se esista o meno una sorta di fermento culturale, di dialogo, confronto, tra noi autori di questo tipo di cinema, la risposta è no! Almeno per ciò che riguarda la mia esperienza. Sono tutti più o meno terrorizzati. Certe volte mi capita di parlare con qualche produttore e quando gli chiedi qualcosa sui lavori che sta allestendo scatta l’evasività… come se ci fosse qualcosa da temere. Quindi direi che è proprio esattamente il contrario di quel clima creativo di cui tu facevi menzione. Dalla mia esperienza più che altro vedo diffidenza, quasi sospetto, se non paura come ti ho già detto prima. Ognuno sta chiuso fino a che riesce a ottenere qualche soldo poi, se va bene, parte, produce,  cerca il suo minuscolo spazio, e finisce lì. Ma è anche difficile condannare e giudicare tutto questo perchè è un mondo così ostico e costoso che quei pochi agganci, quei pioli di scala che faticosamente riesci a fare, non li puoi condividere con altri!

KS – Al momento quindi tu escludi che da questo marasma di creatività si possa organizzare un movimento, una factory, una corrente, una scuola.

AMADIO – La vedo un’operazione difficile. A parte che c’è pure da considerare che la televisione ammazza tutto!

KS – Delle cose che hai visto in questa rassegna quali ti hanno colpito di più?

AMADIO – Sono tutti prodotti interessanti. Qui presentiamo tre novità assolute come il mio Malatempora, poi c’è PADIGLIONE 22  di Bordone e BEKETT di Manuli che è stato presentato a Locarno. Gli altri quattro non sono novità ma hanno avuto passaggi fugaci in una al massimo due sale se è andata bene. Ti dico la verità L’Istituto Luce è stato molto collaborativo, anzi, è, molto collaborativo. Ci consente di avere i film a percentuale cosa che in genere non fa mai! Loro più di quindici film non riescono a distribuire e debbo dirti che la mancanza di spazi è un problema molto avvertito anche da una struttura importante come il LUCE. Ci stanno incoraggiando ad andare avanti con questo progetto.

KS – Ci sono in cantiere incontri, seminari?

AMADIO – Magari! sono tipi di iniziative verso le quali siamo aperti. Ad esempio per il film di Manuli, che sarà l’ultimo di questa serie, speriamo di avere gli autori.  Recentemente abbiamo proiettato un cortometraggio ed abbiamo avuto ospiti tra gli altri Franco Nero… Insomma le possibilità per fare qualcosa di interessante ci sono, a patto che siano comunque legate ai film.

KS – Per ultimo Stefano se avessi una bacchetta magica con un solo miracolo da spendere come lo useresti per aiutare questo movimento disorganizzato del cin ind italiano?

AMADIO – Nel modo che ti ho detto prima: creare una solida rete, un circuito produttivo distributivo realmente indipendente. Il problema per chi fa cinema adesso è anche quello di sperare, di pietire l’attenzione del direttore artistico di questo o quel festival. Invece io penso a una seconda visione: Voglio fare l’esercente di Isola liri!, tanto per dire, che proietta il film! Vengono sette persone? Non fa niente, domani ne verranno dieci. Ovvio che avrò poche spese, un regime di detassazione, qualcosa che mi aiuti… e anche questo tipo di esercente sarà uno che riduce i costi al minimo ma, insomma, quello che è importante è saltare la logica della larvata raccomandazione o segnalazione o amicizia  ed entrare in quella di un sistema  distributivo sano, minore certo, ma sano! —

Insomma, il NuovoColosseo è uno di quei spazi da tenere d’occhio. Certo, molto dipenderà dagli autori stessi: valorizzare, credere, proporsi, animare questi luoghi è un loro preciso dovere e anche un investimento. La sola proiezione, o la rassegna, o il microfestival, da soli restano tentativi incapaci di formare un polo, un “luogo” riconoscibile. I nostri autori indipendenti non ci paiono ancora sensibili riguardo la necessità di impegnarsi in questo versante, di impegnarsi verso la costruzione di un “altra” possibilità di cinema, quindi di spazi, di pubblico, di riferimenti. E’ l’espressione di una certa grettezza d’approccio culturale  che vede in queste produzioni solo l’eventuale rampa di decollo per un cinema “superiore”, quale poi, non sapremmo dire.

Ascirivicerci, alla prossima! (maledetti 24 contattisti del c….!)