Archivio per Marzo 2009

GIULIA NON ESCE… IL CINEMA “FRANCESE” DI GIUSEPPE PICCIONI

Marzo 5, 2009

Esistono ormai sempre meno registi o autori riconoscibili nel cinema italiano. Registi o autori in grado di applicare un loro marchio alle opere che propongono. Stile, temi, approccio visivo, atmosfere, tutto il compendio che realizza l’identità di un narratore.  Un senso di “fossa comune” è quello che caratterizza il sentiment della maggior parte delle opere nostrane che passano sugli schermi.

Giuseppe Piccioni (Ascoli piceno, 1953)  rappresenta uno dei rari casi, nell’attuale panorama  italiano, in cui è possibile risalire a un autore per tramite del suo lavoro. Cineasta più originale di quanto venga considerato, Piccioni, persegue un suo cinema necessario; un cinema apparentemente classico, che parte da una idea forte di storia ma che poi si inoltra all’interno di un personale sentire composto da mezzi toni, da attese piane, da esitation che insistono in un rallentamento del divenire narrativo che per sottesa malinconia ricordano lontanamente alcune ellissi Scoliane o certi abbandoni alla Rhomer.

E’ un cinema lontano per stile narrativo e (pre)figurativo dalla corrente monolineare degli script realizzati in Italia, figli indiretti della destruente macchina televisiva, ad esempio in LUCE DEI MIEI OCCHI, film che fu stroncato proprio perchè la maggior parte della critica è incapace di decifrare uno schema di narrazione testuale visivo che si allontani dalla piattezza in corso, questo taglio prospettico di storie e tempi in apparente conflitto era spinto quasi al massimo tanto da farlo sembrare, a una disattenta esegesi, privo dei cardini canonici utili per lo scorrimento corretto di una sceneggiatura.

Anche in GIULIA… questo tema dei tempi interni che confliggono, delle storie che si insertano, dei personaggi che raggiungono un personale straniamento rappresenta la nota a margine del cinema di Piccioni. Pare che il fuoco della vicenda si spenga, o si sposti, o si immerga in una complessa foschia. In realtà ci pare che tra le cifre del suo stile, preminente, s’affermi quella di una ricerca complessiva di “smarrimento” di “storia aperta”. Non si tratta di sperimentalismo ovviamente ma di un “core” testuale a cui, che lo voglia o no, va a sbattere continuamente.

Il limite del suo cinema, e della sua narrazione, forse, è proprio in questa faglia, in questa cesura tra l’impianto classico e questo sbando personalissimo, questa attrazione per la sconfortante e fascinosa multidirezionalità possibile delle storie; come se l’audacia stilistica si arresti improvvisamente per paura di spingerla oltre e, in questo stare a metà del guado, i personaggi e le circostanze perdano energia, fiducia nella sconfinatezza alla quale incoscientemente aspirano e non assurgono mai a quel mondo altro restandone sulla soglia. E’ per questo che aleggia un costante senso di vagabondaggio, di improvviso confondersi, nei suoi lavori, nei personaggi che tratteggia, nelle scelte di sceneggiatura.

Spesso accompagnato da sceneggiatrici donne, ricordiamo Linda Ferri una delle grandi Lady italiane della scrittura per immagini, anche in questo caso Piccioni si è avvalso del contributo delle “quoterosa”: FEDERICA PONTREMOLI. Scoperta e lanciata, da Nanni Moretti, tipica scrittrice prettamente cinematografica, regista anch’essa di un film da lei scritto anni fa intitolato QUORE.

Sarebbe interessante sapere come hanno, gli autori, deciso di dividersi il lavoro o che tipo di gestione collaborativa hanno scelto. Il film resta un tipico film di Piccioni. Riconoscibilie è anche l’amministrzione di uno sfondo urbano che anch’esso resta sul limite d’un dato angoscioso e  la quinta scenica mai troppo blanda da essere considerata sfondo o troppo esorbitante da trasformarsi in luogo fondamentale per la narrazione.

Piccioni ci ricorda, per una sua ricerca di stile, per il bisogno di un’espressione necessaria, per la determinazione con la quale pedina il personaggio che lo più lo interessa (magari tralasciando gli altri…) un altro cineasta forse più intrinsecamente “politico” ma sulla stessa linea di tensione: Gianni Amelio.

Ora in GIULIA… vi sono molte perplessità, molti irrisolti quesiti (è per questo che sarebbe utile conoscere la collazione, per così dire, dei modi e toni tra i due sceneggiatori) alcune incertezze alternate a idee forti, che si reggono, quest’ultime, da sole e che sostengono anche i lati deboli della struttura.

E’ indiscutibile che il personaggio di Giulia (interpretata da una Valeria Golino intensa) sia l’architrave di tutto il progetto di narrazione. E’ nel personaggio dello scrittore (interpretato da un monocorde Mastandrea) che abbiamo ravvisato le falle più profonde. Il personaggio non cresce, non matura, non sfrutta la potenza del personaggio Giulia per virare la sua vicenda e la storia in generale. C’è un evidente squilibrio tra questi due motori narrativi. A volte fastidiosa c’è sembrata la linea-storia della figlia e del suo fidanzatino e poco sfruttata quella della moglie con la sua estraneità alla vita del marito, dello scrittore.

Sbilanciamenti insomma, disquilibri, difficoltà a congiungere gli elementi in un complessivo rapporto tra tema e metafora. Ma, ciò detto, resta una “inspiegabile” piacevolezza nell’assistere ad un film di Piccioni ed è, a nostro modestissimo avviso, cioè mio, de mì madre e de Arnaldo il benzinaro de Torpignattara appassionato di cinema, gli autori di questo blog (il meno visitato della storia del web), il piacere di condividere un autore. Di sapere che,  se a volte la direzione non sarà sempre precisa, il viaggio sarà sicuro perchè c’è una guida che, in un modo o nell’altro, sa arrivare alla meta.

Ogni autore ha un suo limite e una sua grandezza, ma se è tale, se è autore appunto, la sua riconoscibilità sarà sempre evidente. Noi in Piccioni vediamo questo, forse anche perchè in molti altri questa “identificazione” è sempre più rara o posticcia.

Ascirivicerci, alla prossima!