Archivio per Aprile 2009

VINCENZONI E GASTALDI: DUE AUTOBIOGRAFIE STRAORDINARIE

Aprile 17, 2009

LUCIANO VINCENZONI ed ERNESTO GASTALDI sono due signori più o meno della stessa età (Vincenzoni è del 26) che hanno segnato l’immaginario collettivo del nostro paese dal dopoguerra sino a quasi i giorni attuali. Per un blog come il nostro che privilegia e scruta il mondo della scrittura per immagini si tratta di due icone imprescindibili. Non staremo qui ad elaborare esegesi sui copioni dei due. In rete (almeno lì) troverete filmografie a bizzeffe (nel caso di Gastaldi anche una corposa bibliografia in quanto il nostro è stato scrittore di fantascienza e gialli con vari pseudonimi americaneggianti come Julian Berry, ad esempio) qui vogliamo solo parlare brevemente di due opere indispensabili per chiunque voglia conoscere di più sulla storia del cinema e del costume italiano.

PANE E CINEMA - Gremese Editore di Luciano Vincenzoni e VOGLIO ENTRARE NEL CINEMA!Storia di uno che ce l’ha fatta- di Ernesto Gastaldi - Mondadori, collana BUM- fuori catalogo, sono due autobiografie che attraversano con giocosità tragica da commedia dell’arte cinquant’anni di storia nazionale vista sotto la lente ipertrofica del mondo di celluloide. In comune i due hanno una leggerezza straordinaria di racconto, una infinità di dettagli che disegnano scenari intimi e sociali e la caratteristica di essere  “emigranti” (Vincenzoni di Treviso; Gastaldi di Belluno… se non ricordiamo male) arrivati nella tentacolare e mafiosissima Roma cinematografara dell’immediato dopoguerra o giù di lì da assoluti spiantati e non raccomandati. E’ un mondo picaresco e avventuroso quello che raccontano  dove però la determinazione dell’atto creativo, dell’interpretazione dei propri tempi attraverso la parola scritta, sono i capisaldi di riferimento. Vincenzoni è stato preminentemente un Soggettista, termine questo che il cinema e la televisione attuale hanno cancellato causando danni incalcolabili sul livello medio della narrazione offerta, un facitore cioè di racconti per immagini, un realizzatore di quel mattone basilare, essenziale, che sta alla base di ogni progetto filmico: la storia in sè esposta in forma narrativa. Gastaldi invece si formò alla palestra di quella editoria cosidetta d’evasione che lo ha condotto ad una scrittura più di genere forse ma di uguale impatto figurativo e  cura artigianale verso il meccanismo dell’intreccio.

Dalle due autobiografie traspare una nazione, un cinema e forse uno spirito sociale di comunità che non esiste più. Considerare però queste due notevoli opere (non foss’altro che per la grazia “popolare” di una prosa semplice, diretta, immediata ma non banale o rapida) come reperti di archeologia storica cinematografica sarebbe una svista colossale. Nei due libri ci sono in chiaro e opportunamente criptati, visioni, prefigurazioni, osservazioni sui nostri tempi e sul ruolo della scrittura e sulla determinazione che quest’ultima richiede per centrare temi e riscuotere attenzione.

Entrambi narrano di un mondo vitale, mobile, pieno di energie e di truffatori, di opportunità e di pataccari ma comunque caldo, vivo, generatore di eventi e forze.  Il confronto con lo stagno di gesso attuale è sconfortante. Nonostante la moltitudine (finta il più delle volte) di piattaforme, di soggetti attivi nel mondo del’audiovisivo. Forse anche l’atteggiamento degli autori, di coloro che hanno scritto cinema dal dopoguerra sino ai tremendi anni ottanta, constava di una deontologia magari non percepita come tale ma naturale nel concetto stesso di creatività.

Insomma sono due viaggi avventurosi e straordinari dentro noi stessi. All’interno di quei film che abbiamo amato e che speriamo amino anche le prossime generazioni. Verso quelle battute che sono entrate e tuttora restano nel parlato comune. Vincenzoni e Gastaldi ci portano indietro per indicarci un futuro possibile. Nell’oceano di aneddoti, di storie, di vicende, di incontri, di donne, di uomini, di film fatti e di altri (i più) sfumati, v’è sempre un pudico riferimento al potere della storia scritta, o da scrivere, alla sua miracolosa intenzione di riferire una sintesi rivelatrice.

Leggeteli (quello di Vincenzoni è uscito da un paio di anni ed è in catalogo ancora mentre reperire il titolo di Gastaldi è un po’ più difficile) come se fossero due sceneggiature. Perché è questo che sono: due straordinari film sull’Italia e sugli italiani, dietro e davanti lo schermo. Entrambi hanno finali malinconici, struggenti quasi, come a testiminiare di un mondo che non esiste più. Recuperarlo e reinventarlo sarebbe il compito di chi si accinge a riempire un A4 bianco. Tutto il resto è grande fratello.

Ascirivicerci, alla prossima.

MALA TEMPORA: BREVI CONSIDERAZIONI SUL CININD ITALIANO

Aprile 1, 2009

Abbiamo assistito al NuovoColosseo (spazio romano interessante di cui abbiamo già parlato) a MALATEMPORA di STEFANO AMADIO che, in alcuni post precedenti, avevamo intervistato non sul film ma sullo stato degli “Indipendentari” in Italia.

La pellicola è una operazione abbastanza coraggiosa che si dedica ad un periodo storico oscuro sfruttando scenari naturali come quelli abruzzesi inspiegabilmente trascurati dal cinema italiano. La storia vede, sintetizzandola in una estremissima sinossi, un monaco templare alla ricerca di un “graal” che si rivelerà simbolico.

L’idea coraggiosa, l’intuizione di usare i fantastici scenari abruzzesi, un certo sforzo di ricerca storica che ci pare di aver ravvisato purtroppo non nascondono profondi limiti narrativo-visivi e una totale mancanza di rischio nelle scelte registiche e di sceneggiatura. Purtroppo, anche questo film, si ascrive a quel CinemaParabrezza, quel cinema cioè bidimensionale, a una sola quota, che si muove piattamente, che si sposta da destra a sinistra come quei videogiochi preistorici… Anche nei dialoghi, nelle battute, l’intenzione non sfiora neppure una sufficiente, autonoma, capacità espressiva. Si ferma il tutto, insomma, ad uno stadio intermedio tra il dilettantismo e il personalismo.

Non facciamo queste considerazioni per stroncare un’opera prima girata con pochissimi soldi, con tanti sforzi, tra molte difficoltà. Sarebbe un modo di guardare alla creatività e a chi, comunque, rischia e prova, assolutamente vigliacco. I rilievi che muoviamo a questo lavoro non sono, o almeno sono soltanto in parte, imputabili agli autori. Questo perchè, in Italia, ora, le forze creative che vengono dal basso (in questo caso parliamo di cinematografia) sono, a nostro avviso, respinte, oppresse, represse, o soppresse. Ciò non per chissà quali piani mefistefolici di eminenze più o meno grigie ma per un sistema di fatto che non le ritiene utili, significative, necessarie per la cifra culturale di un paese.

Che questo sia una immensa dimostrazione di cecità lo possiamo avvertire dal senso di profonda stagnazione (di autori, produttori, attori, scrittori) in cui si muove il cinema italiano. I soliti nomi che si alternano, si ringraziano, si citano, si riciclano in una giostra autoreferenziale a circuito chiuso.

Sinora il cinema indipendente,  quindi quella forza creativa dal basso di cui abbiamo già fatto cenno, non solo non può minimamente pensare a concretizzarsi in sistema, sia pure minimo, di mercato, ma è anche totalmente abbandonata, affidata a slanci solitari, da un inesistente sostrato culturale e di settore.

Insomma se un film come MALATEMPORA è, purtroppo, un film quasi totalmente mancato (e come lui molti altri) ciò accade perchè sin dalle prime fasi, dall’ideazione, dalla scrittura e poi ancora nella produzione e postproduzione, insomma in tutto l’apparato realizzativo in quanto tale, l’autore ( o gli autori) è sostanzialmente relegato nel recinto di una “disperante solitudine” dove, al di là del proprio background e di quello dei suoi collaboratori, non usufruisce di nessun riferimento, di nessun sistema di comparazione, nell’esecuzione della sua opera.

Che esista un deserto istituzionale di settore (esclusi i supporti lodevoli ma più che altro logistici delle filmcommission) adeguati a sostenere un cinema che già dalle premesse, per sua naturale vocazione, nasce fragile, è cosa di una evidenza disarmante. L’autore, l’opera prima o seconda, chi si affaccia alla possibilità produttiva di una certa soglia minima professionale, dovrebbe poter appoggiarsi a qualcosa, anche se fosse soltanto un altro punto di vista, in grado di sostenerlo nelle scelte, nelle svolta prettamente artistiche. Insomma prima di fare sistema economico il CinInd deve fare sistema di merito, cioè realizzare una piattaforma sinergica di aiuto reciproco nelle fasi di pura creazione.

Questo è un punto, a nostro modestissimo avviso, irrinunciabile. Buone idee, sensibilità, innovazioni, stili, linguaggi, sperimentazioni, tutto si perde se resta dentro un baccello microcosmico e personale. Si altera, fallisce, e disperde anche la quantità di “buono” che aveva in chiaro o in prospettiva. Osservando il film di Amadio riflettevamo sul fatto che il cinema, che la macchina del cinema, ha bisogno non di geni o di artisti ma di tante solide professionalità in contatto ininterrotto e fertile. Altresì il rischio è questo senso di solitudine, di abbandono alle proprie intenzioni, ai propri dubbi, all’isolamento dialettico che distrugge talenti e creatività. Un’isolamento di cui hanno responsabilità tutti coloro che si occupano di cinema e che di fatto collude a un sistema bloccato e affidato a un nucleo di privilegiati.

Ascirivicerci!! alla prossima!!