Abbiamo assistito al NuovoColosseo (spazio romano interessante di cui abbiamo già parlato) a MALATEMPORA di STEFANO AMADIO che, in alcuni post precedenti, avevamo intervistato non sul film ma sullo stato degli “Indipendentari” in Italia.
La pellicola è una operazione abbastanza coraggiosa che si dedica ad un periodo storico oscuro sfruttando scenari naturali come quelli abruzzesi inspiegabilmente trascurati dal cinema italiano. La storia vede, sintetizzandola in una estremissima sinossi, un monaco templare alla ricerca di un “graal” che si rivelerà simbolico.
L’idea coraggiosa, l’intuizione di usare i fantastici scenari abruzzesi, un certo sforzo di ricerca storica che ci pare di aver ravvisato purtroppo non nascondono profondi limiti narrativo-visivi e una totale mancanza di rischio nelle scelte registiche e di sceneggiatura. Purtroppo, anche questo film, si ascrive a quel CinemaParabrezza, quel cinema cioè bidimensionale, a una sola quota, che si muove piattamente, che si sposta da destra a sinistra come quei videogiochi preistorici… Anche nei dialoghi, nelle battute, l’intenzione non sfiora neppure una sufficiente, autonoma, capacità espressiva. Si ferma il tutto, insomma, ad uno stadio intermedio tra il dilettantismo e il personalismo.
Non facciamo queste considerazioni per stroncare un’opera prima girata con pochissimi soldi, con tanti sforzi, tra molte difficoltà. Sarebbe un modo di guardare alla creatività e a chi, comunque, rischia e prova, assolutamente vigliacco. I rilievi che muoviamo a questo lavoro non sono, o almeno sono soltanto in parte, imputabili agli autori. Questo perchè, in Italia, ora, le forze creative che vengono dal basso (in questo caso parliamo di cinematografia) sono, a nostro avviso, respinte, oppresse, represse, o soppresse. Ciò non per chissà quali piani mefistefolici di eminenze più o meno grigie ma per un sistema di fatto che non le ritiene utili, significative, necessarie per la cifra culturale di un paese.
Che questo sia una immensa dimostrazione di cecità lo possiamo avvertire dal senso di profonda stagnazione (di autori, produttori, attori, scrittori) in cui si muove il cinema italiano. I soliti nomi che si alternano, si ringraziano, si citano, si riciclano in una giostra autoreferenziale a circuito chiuso.
Sinora il cinema indipendente, quindi quella forza creativa dal basso di cui abbiamo già fatto cenno, non solo non può minimamente pensare a concretizzarsi in sistema, sia pure minimo, di mercato, ma è anche totalmente abbandonata, affidata a slanci solitari, da un inesistente sostrato culturale e di settore.
Insomma se un film come MALATEMPORA è, purtroppo, un film quasi totalmente mancato (e come lui molti altri) ciò accade perchè sin dalle prime fasi, dall’ideazione, dalla scrittura e poi ancora nella produzione e postproduzione, insomma in tutto l’apparato realizzativo in quanto tale, l’autore ( o gli autori) è sostanzialmente relegato nel recinto di una “disperante solitudine” dove, al di là del proprio background e di quello dei suoi collaboratori, non usufruisce di nessun riferimento, di nessun sistema di comparazione, nell’esecuzione della sua opera.
Che esista un deserto istituzionale di settore (esclusi i supporti lodevoli ma più che altro logistici delle filmcommission) adeguati a sostenere un cinema che già dalle premesse, per sua naturale vocazione, nasce fragile, è cosa di una evidenza disarmante. L’autore, l’opera prima o seconda, chi si affaccia alla possibilità produttiva di una certa soglia minima professionale, dovrebbe poter appoggiarsi a qualcosa, anche se fosse soltanto un altro punto di vista, in grado di sostenerlo nelle scelte, nelle svolta prettamente artistiche. Insomma prima di fare sistema economico il CinInd deve fare sistema di merito, cioè realizzare una piattaforma sinergica di aiuto reciproco nelle fasi di pura creazione.
Questo è un punto, a nostro modestissimo avviso, irrinunciabile. Buone idee, sensibilità, innovazioni, stili, linguaggi, sperimentazioni, tutto si perde se resta dentro un baccello microcosmico e personale. Si altera, fallisce, e disperde anche la quantità di “buono” che aveva in chiaro o in prospettiva. Osservando il film di Amadio riflettevamo sul fatto che il cinema, che la macchina del cinema, ha bisogno non di geni o di artisti ma di tante solide professionalità in contatto ininterrotto e fertile. Altresì il rischio è questo senso di solitudine, di abbandono alle proprie intenzioni, ai propri dubbi, all’isolamento dialettico che distrugge talenti e creatività. Un’isolamento di cui hanno responsabilità tutti coloro che si occupano di cinema e che di fatto collude a un sistema bloccato e affidato a un nucleo di privilegiati.
Ascirivicerci!! alla prossima!!