Archivio per Maggio 2009

PINO BORSELLI INTERVISTA

Maggio 19, 2009

Alla sala 3 del NUOVO CINEMA AQUILA, spazio ormai quasi istituzionalmente dedicato al cinema sommerso, abbiamo assistito alcuni giorni fa a  SOLITUDO opera prima di PINO BORSELLI. Con la solita faccia tosta che ci contraddistingue KS, ovvero il blog meno frequentato nella storia del web, è andato a rompere le scatole al regista per scambiare quattro chiacchiere sul film.

SOLITUDO è un’ opera girata  in un curatissimo digitale, in B/N, e si tratta di un lavoro composito e articolato per tentativi di linguaggio di espressività e visività. Certo un film non pensato commercialmente ma realizzato con l’intenzione di sviluppare il tema dell’immagine e dell’aspetto visivo. Completamente girato al Pigneto (quartiere romano estremamente vitale e contradditorio diventato attualmente una sorta di set a cielo aperto: guardare il post dedicato a QUESTIONI DI CUORE) SOLITUDO lavora anche all’interno del quadro fisso, dei campi, nei movimenti, cercando di rendere gli scorci e i luoghi del quartiere parti attive del contesto narrativo. La Storia vede uno strano e silenzioso personaggio attraversare una foresta umana di sofferenze metropolitane ascoltandone le confessioni, le amarezze, le violenze e le loro fragili umanità.

Regista di premiati corti, oramai romano adottivo, illustratore, fumettista, (ha lavorato anche con ANDREA PAZIENZA e in testate storiche come FRIGIDAIRE) BORSELLI per questo film si è avvalso di una factory collaborativa ormai collaudata negli anni cosa che, come sentiremo, gli ha consentito di ottimizzare costi e tempi.

Il film è anche cosparso di alcuni simbolismi e riferimenti abbastanza alti disposti comunque non in modo snobistico ma funzionale alla vicenda. Forse le critiche maggiori sono riferibili a una sceneggiatura incerta sul cosa voler dire, poco equilibrata con la ricerca visiva che è senz’altro il tentativo, la parte più nobile dell’intero progetto. BORSELLI è anche lo sceneggiatore e, probabilmente, il mix delle due espressioni, registica e di scrittura, non ha raggiunto un livello di compatibilità chiaramente definito.

Ciò detto si tratta di un film che merita di essere visto proprio per questa sua vocazione al valore dell’immagine in quanto tale, un cinema che vuole essere altro dall’omologazione ufficiale del fotogramma, del quadro, della sequenza attualmente propinato al pubblico cinematografico e televisivo.

KS – Grazie Pino per il tempo che ci concedi. Per cominciare dicci qualcosa (a noi e ai nostri 24 contattisti maledetti…) a proposito del film, della sua genesi-

BORSELLI – In realtà questo film era stato fatto per andare ai festival. Poi l’anno scorso, in occasione dell’apertura del Nuovo Cinema Aquila e di alcune iniziative legate al territorio del quartiere, ebbi modo di farlo vedere ai gestori e piacque molto. Dovevamo ancora ultimare delle questioni burocratiche per cui il film poi è stato proiettato in sala solo recentemente. Ma come ti ho detto in origine non era stato pensato per una immediata programmazione  ma per la partecipazione ai festival.

KS – LA “SOLITA VITA” DEI FILM INDIPENDENTI INSOMMA?

BORSELLI – Esatto. Solo che sinora questa “vita” ancora non c’è stata. Abbiamo collezionato un piccolo record negativo: su circa venti festival a cui l’abbiamo proposto abbiamo ricevuto molti complimenti ma anche venti rifiuti. E’ ovvio che per un creativo, per me e tutta la mia squadra, non riuscire a rendersi visibili dopo essersi fatti un mazzo non indifferente è cosa non gradevole. Ciò detto c’è anche un motivo di orgoglio perchè probabilmente il nostro lavoro era talmente fuori dall’ordinario e con qualche originalità tale da spiazzare i selezionatori! Abbiamo certamente realizzato un’opera non modaiola o di tendenza ma completamente dedita al cinema, a quel cinema che ci piace fare.

KS –   COME NASCE SOLITUDO?

BORSELLI – Io è da venti anni che cerco di fare un film! Ho girato diversi cortometraggi alcuni dei quali hanno raccolto premi e consensi. Ho “rischiato” di fare un lungo ma sul più bello sono stato “accannato”, come si dice qui a Roma . Poi abbiamo cercato di realizzare un film con i contributi ministeriali. Ora per spiegarti questo stranissimo mondo servirebbe non un’intervista ma un volume a parte, lasciamo perdere per carità di patria. Insomma i fondi non ci sono stati concessi e allora abbiamo deciso di girare comunque, non lo stesso film, quasi come reazione all’inaccessabilità creativa a cui vieni relegato dalle istituzioni ufficiali. Questo anche grazie alla piccola Crew che ho realizzato e con cui lavoro da tempo: dal direttore della fotografia all’executive producer, insomma una “squadra” affiatata e affamata di cinema. Volevamo fare qualcosa che rappresentasse il percorso che stavamo facendo. Anche per questo abbiamo fondato una piccolissima casa di produzione (Outsiders MOVIE)

KS –   La sensazione, guardando il tuo film è che, dall’ottica testuale, si tratti più di un lavoro di Storyboard che di Soggetto-trattamento-scaletta-sceneggiatura, insomma il lavoro classico di scrittura.

BORSELLI – Indubbiamente abbiamo puntato molto ad un ambito estetico visivo ma anche con una forte connotazione narrativa. E’ vero che in alcuni casi la parola, l’uso della parola, è stata un’aggiunta a un dato visivo che, per ragioni economiche, in taluni casi non siamo riusciti ad ottenere. Alcuni dialoghi hanno ricoperto questo compito. L’intenzione iniziale era quella di sviluppare un progetto quasi totalmente cinematografico ma abbiamo dovuto raggiungere un compromesso per quei motivi logistici di cui ti ho parlato. Ciò detto l’impianto della vicenda diviso in quattro “movimenti”   era assolutamente narrativo.   Il film è stato pensato anche come una mescolanza di linguaggi cinematografici anche se il plot di base era sostanzialmente molto semplice. Ho mescolato un po’ le carte perchè mi piaceva inserire tutto quello che era forma – linguaggio.

KS –   Una sceneggiatura aperta quindi, insomma pronta ad accogliere idee diverse.

BORSELLI – In questo senso sì, se però intendi con “aperta” quella di modificarsi in corso di riprese assolutamente no! In un film indipendente, piccolo come il nostro, ogni secondo ed ogni euro deve essere messo a bersaglio! La sceneggiatura era blindatissima! Il film è stato girato in diciassette giorni!

KS – Nel film mi hanno molto colpito i due monologhi: quello di Pulcinella e quello del clochard. Notevoli dal punto di vista della scrittura ed eccezionali per ciò che riguarda le interpretazioni!

BORSELLI – Sì, hai detto bene, sono state veramente grandi le interpretazioni. Ciro Damiano ha già avuto altre esperienze cinematografiche e a proposito del personaggio del clochard si tratta di uno tra i migliori attori di teatro in Italia. 

KS – Si tratta di due parti “parlate” molto classiche ma di grande intensità.

BORSELLI – Lì c’era un intenzione precisa. Come avrai visto ci sono quattro pezzi singoli. Il nano che apre il film, Ciro, Sebastiano il clochard e poi il tenore alla fine del film, ebbene, almeno nelle intenzioni, ognuno rappresentava un modello storico espressivo di recitazione: il primo è l’attore di strada; il secondo la commedia dell’arte; il terzo l’ambito attoriale espressivo classico e il quarto la cantata. Insomma, tra le righe, ho cercato anche queso tipo di rimandi e di citazioni. Tutto ciò sempre per riprendere il discorso sulla mescolanza degli stili. E’ una metodologia che cerco di adottare spesso nei lavori che eseguo, questo anche per avere uno sguardo diverso.

KS – Hai fatto benissimo a sottolinearlo. Ripensandoci ora questa diversa prospettiva di linguaggi si avvertiva nel totale del film e questi particolari confermano l’interessante  lavoro preparatorio. A proposito, quanto è costato SOLITUDO

BORSELLI – Diciassette giorni di riprese e circa seimila euro. Tutti hanno sposato il progetto in gratuità. Poi con l’Executive che lavora da sempre con me abbiamo fatto un calcolo e se avessimo dovuto pagare tutti, ovviamente al minimo, rispettare qualsiasi spesa canonica, il film sarebbe venuto a costare tra gli ottantamila e i novantamila euro. Ti dico questo a dimostrazione del fatto che c’è una generazione di tecnici e di autori che, pur non essendo assolutamente contemplati o sostenuti dalle istituzioni ufficiali,  sanno lavorare in modo straordinariamente efficace e che sono in grado di ottenere prodotti, indipendentemente dal valore intrinseco dei film, di notevole livello e professionalità. Persone che riescono a realizzare contenuti con importanti possibilità, anche commerciali se vuoi, contenendo costi, trovando soluzioni sul campo, impegnando energie atte a risolvere problemi tecnici quasi insormontabili, sviluppando linguaggi e cercando, nei limiti del possibile, innovazioni. Non sto parlando del mio film, Ti sto illustrando un panorama sommerso  e straordinariamente vitale di una generazioni di cineasti e tecnici che  stanno costruendo una “cultura”  tecnica ed espressiva nuova! Se tu pensi che un film “ministeriale” costa mediamente dal milione e mezzo ai tre milioni e si tratta di pellicole che spesso spariscono dalle sale dopo una settimana… Perchè non utilizzare parte di queste risorse per dare una reale scossa finanziando una quantità di proposte che potrebbero andare dallo sperimentale al film di genere. Proprio attingendo a questo patrimonio di competenze di cui ti ho fatto menzione.

KS – Sì, con noi di KS sfondi la classica porta aperta. Ormai il problema non è più produttivo in se stesso ma sta tutto nel circuito, nei canali della visibilità. Eppure le potenzialità di questo cinema, anche a livello puramente economico, potrebbero essere enormi.

BORSELLI – Certo però allo stato sono tutte iniziative singole che se non trovano un qualche tipo di sponda istituzionale sono destinate all’anonimato, all’inconoscibilità. Pensa soltanto al fatto, ad esempio, che al Festival di Venezia, ovvero il nostro avvenimento cinematografico più importante dell’anno, non esiste una sezione dedicata al cinema indipendente. Oppure il Donatello: hai mai sentito di un premio alla miglior opera indipendente? Questo per ribadire il quasi totale deserto istituzionale rispetto a questo mondo creativo.

KS – Una colpa che però imputiamo agli autori è quella di isolarsi, di non cercare collaborazioni, scambi, confronti…

BORSELLI – E’ perchè sei costretto. Produttivamente parlando sei costretto. Sono d’accordo con te  invece sul fatto che non ci si incontra. Manca quasi totalmente quell’atmosfera di vita creativa che caratterizzava il cinema e la vita culturale in genere del nostro paese negli anni sessanta o settanta. Io faccio parte dei CENTOAUTORI giovani e debbo dirti che tra di noi si sta facendo sempre più largo questo concetto di “comunità creativa”, anche, tanto per dirne una, nei rapporti con il ministero ad esempio: un conto è andare da solo, un conto è proporre un gruppo di autori e di creativi in grado di proporre progetti con una prospettiva comune. 

KS – Per tornare al tuo film ci ha colpito l’idea del B/N

BORSELLI – Be’, su questo debbo dirti che siamo abbastanza orgogliosi. La resa del bianco e nero in digitale è sempre molto problematica, si rischia una pasta anonima e inespressiva. Con i miei collaboratori, la crew con cui lavoro da tempo di cui ti ho già parlato, abbiamo ingaggiato una vera e propria scommessa. Il risultato, a nostro modo di vedere, è stato buono e  frutto di molti esperimenti e tentativi.

KS – Forse la parte   che più si espone alla critiche, nel tuo film, è quella che riguarda la sceneggiatura…

BORSELLI – Vedi, io non sono uno scrittore. Lo faccio per necessità ma riconosco di non essere uno sceneggiatore con un solido mestiere e un reale talento per questo settore. Tant’è che attualmente per un prossimo progetto sto inserendo dei giovani sceneggiatori. Questa è la mia settima sceneggiatura. Devi poi sapere che, come ti ho già accennato, in alcuni casi la parola ha dovuto sostituire le immagini che non potevamo realizzare. Mi rendo conto comunque che questa tua obiezione ha un fondamento. Comunque su tutto: sceneggiatura, fotografia, regia ecc, abbiamo messo una passione feroce, la passione di chi vuole fare cinema cercando qualcosa da dire. Anche perchè io credo che Cinema Indipendente voglia dire cercare linguaggi e visioni e non scimmiottare le storie ad alto budget come invece, talvolta, purtroppo ho visto fare -

Grazie Pino e auguri per i tuoi prossimi lavori (c’è un progetto interessante ma non possiamo parlarne).  SOLITUDO non è certo un film privo di difetti o di incertezze ma è qui, da queste intenzioni e da queste realizzazioni, con tutti i dubbi e i passi falsi, che ci aspettiamo una nuova lettura dei nostri tempi. Sganciata, per quanto possibile, da quel cumulo di compromissioni e di opportunismi  che livellano i linguaggi e le narrazioni a una medietà inquietante.  

SOLITUDO – Regia: Pino Borseli; fotografia; Daniele Poli; montaggio: Gianluca Quarto; scenografia: Andrea Bianchi

INTERPRETI – Pino Borselli (Grande Capo), Linda Manganelli (Little Baby), Raffaele Castria, Alberto Caneva, Patrizio Cigliano, Mimmo La Rana, Bruno Conti, Giancarlo Martini, Ciro Damiano, Luca Battagello, Sebastiano Tringali. Prodotto da Daniela Di Castro- OUTSIDERS MOVIE-

Ascirivicerci!! Alla prossima (maledetti 24 contattisti …)                                                                                                          

QUESTIONI DI CUORE: CONSIDERAZIONI SU UN FILM SCRITTO BENE

Maggio 4, 2009

Anche se un po’ simile a UNO SU DUE (Sceneggiatura di Francesco Cenni, Michele Pellegrini nonchè della coppia Cappuccio, regista, e Gaudioso) il film di Francesca Archibugi è un esempio di film “piccolo” compatto, curato nella scrittura, con un soggetto forte alla base. La Archibugi si era specializzata nella narrazione di un certo cinema di atmosfere, di rapporti, di crescite, molto attento ai personaggi ai loro mezzi toni, ad un certo perpetuo essere al limite senza strepiti. Fummo invero molto delusi da LEZIONI DI VOLO, l’ultimo suo lavoro, pretenzioso, retorico come sempre  o quasi sempre è il nostro cinema quando se la vuole fare con l’India, l’Africa, terzimondismi afflitti da striscianti ipocrisie risolte con autoflagellazioni apocrife.

Qui torna all’ovile (più che mai visto che il film è ambientato addirittura al Pigneto, noto quartiere romano ricco di fermenti e contraddizioni) parlando di uomini e cose più conosciute che manovra tramite anche il bel romanzo di UMBERTO CONTARELLO (famoso sceneggiatore) da cui la pellicola prende importanti spunti. Non che manchino le arditezze, le volontà di inserire frame onirici o autoironici (i cinematografari che interpretano loro stessi: Verdone, Sorrentino, Virzì e altri in un piccolo cameo) forse di eccessi anche e soprattuto nel personaggio interpretato da Antonio Albanese, uno sceneggiatore in crisi, però è notevole la compatezza del testo nel raccogliere un assieme sociale e individuale fornendo un linguaggio svariato ma credibile.

E’ un film con il quale è facile aderire emozionalmente, in cui il conflitto dei personaggi è naturale e non forzato e il loro bisogno di comprendersi risulta verace, concreto, quasi necessario. Lo sfondo di un quartiere popolare come il Pigneto, notevolmente fotografato in una pasta caleidoscopica non eccesivamente satura, quasi virata in un costante crepuscolo rosato, non è un orpello intellettual- pasoliniano ma configura una quinta in cui i due personaggi principali (Albanese di cui abbiamo già parlato e Kim Rossi Stuart che interpreta un meccanico fatalista, entrambi uniti dalla malattia ma con destini diversi) trovano un senso più profondo.

Un film di dettagli popolari  come capitava al miglior cinema italiano. Sinora, in questo duemilanove, è la cosa migliore che abbiamo visto. Con ciò esponiamo anche delle perplessità. La principale riguarda la contaminazione che si propagano i due personaggi. Alla fine resta uno strano senso di “non sufficiente contagio”, la non capacità a livello di scritura di usare tutte le ottime premesse drammaturgiche in una soluzione morale (non moralistica o moraleggiante!) convincente. Permane un fastidioso senso di inerzia rispetto al potenziale di contrasto tra le due vicende.

Inoltre il rapporto tra i due viaggia in un clima di idillio semicostante. Non c’è insomma quella montagna russa di attese e disattese, di comprensioni e incomprensioni che avrebbero teso ancora di più le prospettive, le visioni, le condizioni profonde dei personaggi principali e il loro rapporto dialettico con le proprie realtà di appartenenza e su quelle prossime. C’è quel continuo, disturbante, fastidioso, clima di buonismo corretto e virtuoso che rappresenta uno dei mali endemici della nostra scrittura.

Ciò detto lo sguardo testuale e visivo ci restituisce un cinema importante versato alla scansione di un mondo urbano e privato in continuo movimento eppure uguale da sempre. Lo sguardo terribile di Kim Rossi Stuart che osserva la morte da un balconcino popolare affacciato su una piazza abitata  da adolescenti figli esatti dell’odierno è un momento di cinema e di espressività artistica importante. Un momento semplice, chiaro, inquadrato seccamente nel suo contesto complessivo.

Di questi tempi sarebbe già bastevole ma nel film c’è dell’altro, e molto buono anche. Infine vorremmo segnalare le interpretazioni, a nostro modestissimo avviso notevolissime, di Rossi Stuart e di Micaela Ramazzotti capaci di rendere il quotidiano d’ una semplice coppia di periferia alle prese con qualcosa di più grande di loro.

ascirivicerci alla prossima !!

PRESTO SU KS UN LUNGHISSIMO POST DEDICATO COMPLETAMENTE AL SOGGETTO!!