Proliferano le scuole di cinema, esplode l’editoria di settore, si moltiplicano seminari e dibattiti, le offerte sul web sono innumerevoli; insomma su ciò che riguarda lo script cinematografico esiste una vera e propria messe di informazioni e materiali. Il risultato dovrebbe essere una scrittura ricca, consapevole, volta a esprimere una varietà di linguaggi e di stili narrativi.
Invece spesso ciò che appare è una certa piattezza nella narrazione, nel racconto, e quindi la conseguente omologazione figurativa. Parole insomma che non conducono a immagini e immagini che non traggono forza dalla loro origine descrittiva. Molto cinema italiano, per ragioni che coinvolgono solo in parte le capacità degli autori, sta soltanto ora, in qualche sporadico caso, osando qualcosa nella forma racconto e quindi a caduta nel progetto filmico.
Quello che qui vogliamo analizzare e discutere e osservare è il mattone essenziale di qualunque idea di film o di storia per immagini: Il Soggetto.
L’occasione è data anche dal provocatorio e interessante editoriale di SCRIPT in un numero monografico recente interamente dedicato a questa unità narrativa. Nell’articolo in questione si descriveva un mondo di autori (una parte di questi ovviamente, comunque non piccolissima) rinchiuso all’interno di recinti costituiti da pregiudizi, piccole paure, opportunismi, grettezze, nessuna volontà di mettersi in gioco o in discussione.
Come appassionati e semplici spettatori condividiamo abbastanza la descrizione di un panorama a tratti desolante che si riflette impietosamente sugli schermi (tutti gli schermi), un panorama, che è bene dirlo e che lo stesso pezzo sostiene, non è fatto solo di questo.
Qui, noi di KS, non vogliamo certo fare un trattato di narratologia o di semantica (non ne saremmo all’altezza). Quello che vogliamo indagare è il modo di realizzare, scrivere, organizzare, progettare un Soggetto Cinetelevisivo. Come lo si faceva, come lo si fa oggi. Questo è soltanto il primo dei post che dedicheremo a questo argomento.
Partire da qualcosa dunque. Da un testo, da un soggetto, ma, soprattutto, partire contestando alcuni assunti dati per scontato. Ad esempio che il Soggetto sia solo una concatenazione di eventi, una breve e rozza mappatura del film, le due paginette di cui avete certamente sentito parlare. Noi pensiamo che il compito di un Soggettista sia quello di raccontare il film. Raccontare. La Sceneggiatura non fa questo: la sceneggiatura “realizza” il film. E’ un’operazione diversa. Quella del Raccontare è la caratteristica preminente, fondamentale, tanto lapalissiana quanto ignorata.
Ora, nell’ambito del raccontare, tutto è possibile, si può raccontare una barzelletta (che può essere una storia, quindi anche un soggetto eventualmente) oppure il Paradiso Perduto di Milton. Entrambi sono un racconto. Su questo, sul dato cioè del racconto, torneremo più avanti. Adesso quello che ci preme è la percezione dell’Unità soggetto. Capita spesso di sentire molta critica che, nel giudicare una pellicola, rileva buchi o incongruenze o superficialità di sceneggiatura. Nella gran parte dei casi ciò non dipende mai (almeno secondo la nostra esperienza di spettatori e appassionati) dalla sceneggiatura in sè bensì da un soggetto che non ha saputo precisare, indagare, approfondire, sia il Tema che l’Argomento. E’ qui già potremmo tornare al Racconto, al raccontare, perchè chiunque abbia provato a scriverne uno di racconto sa bene che una pagina o quaranta richiedono lo stesso rigore. un rigore solo in parte tecnico altresì lo potremmo definire deontologico rispetto al mestiere, o al bisogno, del narrare.
In altre parole Taxi Driver cos’è? Non è un racconto moderno, per moderno intendiamo che sfrutta “oggetti” e contesti narrativi attuali, sulla solitudine. Allora immaginiamo che la “Necessità” da parte degli scrittori che si sono avvicendati sia stata quella del tema, della solitudine appunto. Questo ci porta a un ritroso evidente anch’esso ma così spesso disatteso: quello cioè della totale importanza del TEMA. E il Tema viene prima del soggetto. Il tema è fondamentalmente una necessità e un sentimento ed è, sempre a nostro modesto avviso, anche uno spartiacque etico, un frangente di responsabilità per colui che si appresta a stendere un soggetto.
Allora neppure dal soggetto partirebbero quelle stroncature di cui sopra, ma, meglio, da un’ assenza di Tema, o da una sua rozzezza, o peggio da una sua ideologica o pregiudiziale distortura. E’ quindi il tema, questa necessaria singolarità primaria del divenire forma narrativa, la vera falla che poi, come un virus verrà trasportata al soggetto e quindi, infine, alla sceneggiatura? Forse, ma allora tutto sarebbe risolvibile individuando una quantità di temi oggettivamente universali (la solitudine; il Tradimento; la Paura; L’odio per la guerra, ecc) e applicarvi, tenendo sempre ben saldo il motivo del tema, una vicenda rispondente al tema scelto appunto. E’ un po’ l’operazione di script delle soap e, come nelle soap, il senso di posticcio, di copia e incolla, a uno sguardo neutro, apparirebbe, come appare del resto, un “movimento” di mestiere, di riciclo e nulla più. Molti “finti autori” che sciorinano non eticità, ma moralismo, quando va bene, compiono esattamente questa posposizione scaltra spacciandola per autorialità alta.
Ecco dunque che riappare il racconto, con la sua necessaria richiesta prospettica (di punto di vista, di neutralità e appartanenza alla vicenda ecc) ed ecco dunque che il soggetto interviene affinchè il racconto possa rispondere a dei canoni cronologici, narratologici, di progressivo disvelamento. Non chiede nulla, il Soggetto, che il Racconto non sappia. Ma su entrambi aleggia lo spettro del tema, una sorta di guardiano eccezionale che è già componimento filmico primario e non monade destinata a “essere” per successive agglutinazioni di senso. Il tema richiede una scaturigine pura ed è la più decisiva delle precisazioni.
Cesare Zavattini con il Sogg. UMBERTO D ci offrirà nel prossimo post uno straordinario spunto analitico per indagare il rapporto tra tema e soggetto.
Ascirivicerci, alla prossima.