Archivio per Luglio 2009

Luglio 4, 2009

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“SENZA FRONTIERE FILMFESTIVAL”

Luglio 3, 2009

Oggi ultimo gorno del WITHOUTBORDERSFILM alla CdC. Abbiamo assistito alle programmazioni pomeridiane nella sala principale.

YOU CANNOT HIDE FROM ALLAH di Petr Lom (Pakistan 2008)  è un Docu di 12 minuti e riguarda una vicenda che, in termini puramente narrativi, potrebbe rappresentare un ottimo spunto per un soggetto: un taxista pakistano immigrato in america da ventiquattro anni vince cinquanta milioni alla lotteria e torna al suo paese  dove viene eletto subito sindaco. Munifico  benefattore o scaltro ras? sullo sfondo i piccoli interessi, gli idealismi traditi o spacciati per tali, le beghe di paese…e una main principale che di fango era e di fango è restata nonostante il sindaco americano… Insomma, che dire, simpatico ma nulla di più.

Ben diverso KASHMIR: JOURNEY TO FREDOOM (2008 Usa- israele -Docu -72′) del vulcanico regista israeliano Udi Aloni presente in sala. Il film indaga la sconosciuta realtà di un ampio movimento pacifista e nonviolento islamico in una delle zone del mondo “calde” come il Kashmir. Un Docu che si avvale di testimonianze e materiale di repertorio di grande impatto emotivo e che apre una finestra  su una vicenda ignorata dai media. Aloni ha girato questo film non senza difficoltà di varia natura soprattutto nei rapporti con le autorità. Il risultato comunque è un’opera solida, interessante, con un buon senso del montaggio e dei “tempi” narrativi. Soffre, a nostro parere, di eccessivo sbilanciamento ideologico con una visione tutta spostata verso la parte amica. Difetto tipico dei cineasti occidentali quando hanno a che fare con tutto quello che è Est o Sud del mondo. Ciò detto il lavoro è buono, teso, ricco di spunti e temi e si pone a metà tra il Docugiornalismo e l’inchiesta narrativa. Aloni, rispondendo alle domande del pubblico, ha dichiarato come questo movimento sia stato totalmente non ripreso dai media e che ciò rappresenta la prova di una certa stortura dell’informazione corrente. Inoltre lo stesso regista ha espresso la volontà di rendere disponibile sul web parte delle quasi trecento ore di girato da lui realizzate per il documentario ciò per valorizzare la realtà di un movimento islamico fondato sulla pace e sulla non violenza.

Il pezzo forte della programmazione è stato però un film del 71 addirittura! Grazie a una copia in pellicola della Cineteca Nazionale abbiamo avuto modo di vedere il semi introvabile WALKABOUT di Nicolas Roeg che in italiano fu titolato, se non andiamo errati, L’INIZIO DEL CAMMINO.

Film eccezionale, che annunciò il grande talento tecnico e visionario di un regista fondamentale degli anni settanta e che fu premiato a Cannes, WALKABOUT è un film praticamente privo di struttura che vive di un estremismo violento di macchina e di scenari. La storia ( è tratto da un romanzo di JAMES VANCE MARSHALL) vede due ragazzini di buona famiglia scampare alla follia del padre per affrontare il deserto australiano. Qui troveranno un giovane aborigeno alle prese con il suo rito di iniziazione all’età adulta e con lui proseguiranno sino a rientrare nel proprio mondo “occidentale” dopo un lungo tragitto in cui impareranno a conoscersi.

Si tratta di un “quasi” capolavoro: aggressivo, ipnotico, estremo, che mescola un dato sonoro ossessivo a un supporto musicale classico (lo stesso autore di alcuni 007) che “monta” una scenografia naturale autoptica e microcospica alternata a spazi smisurati; che passa dal “Tele” all’obiettivo da documentaristi mirmecologi. Una “non struttura” dicevamo, non per la sua assenza, ma per l’assoluta secchezza della sua presenza: puro scheletro. Un film fatto di dialoghi impossibili tra due lingue, due mondi, due “estremi” irragiungibili.

WALKABOUT fu, ed è, essenzialmente un film di fantascienza proprio per l’idea di fondo di proiettare in un luogo totalmente alieno due personaggi fragili. E’ un deserto colmo di violenza e di intensità quello che Roeg descrive, abitato da esseri primordiali, neutri, innocenti e dove l’atto davvero sanguinoso è sempre compiuto dal rappresentante “evoluto” della specie.  Fantascienza che Roeg realizzerà ancora con l’importante L’UOMO CHE CADDE SULLA TERRA con David Bowie nella parte dell’alieno e che fu tratto dal notevole romanzo di uno dei più misconosciuti autori del novecento americano: Walter Tevis.

Un’opera piena del culto dell’immagine. Un film che tuttora a quasi quarant’anni di distanza rimane intatto e fervido nella sua ricerca di cose da offrire dentro quel rettangolo luminoso che si chiama cinema. Peccato che di giovani in sala ce ne fossero pochi…

Interssante esperienza quella di questo bizzaro Festival. Uno sguardo parabolico sul mondo che è, o vorrà, o potrà essere. Cinema solidale e antimuri. Qua e là fastidioso nel suo buonismo occidentaloide ma fatto di piccole grandi lenti di profondità dentro realtà parallele che ci riguardano ma quasi mai ci raccontano. Speriamo in una prossima edizione, lo merita. www.withoutbordersfilm.org

Ascirivicerci, alla prossima!

IL “SENZA FRONTIERE FESTIVAL” ALLA CdC

Luglio 1, 2009

Nel novero  di una enorme serie di inizative festivalcinematografiche (segno di salute? mah!) stiamo assistendo alla CdC (Casa del Cinema . Roma. Villa Borghese) al Without Borders Film – www.withoutbordersfilm.org -  dal 1 al 3 Luglio. Il festival tende a riunire pellicole che narrano di superamenti di confini e barriere morali, etniche, religiose o fisiche.

In questo quadro il programma svaria tra varie cinematografie (olandese, statunitense, iraniana, pakistana, ecc) con lunghi e corti, fiction e docu  (in tutto una ventina di opere) e la presenza di autori e interpreti dei lavori presentati.

Oggi abbiamo assistito  all’interessante DUNYA AND DESIE – Olanda 2008- regia Dana Nechushtan - il candidato orange agli oscar per il film straniero 2008. Un film che mescola i toni della commedia con quelli del romanzo di formazione. L’opera tratta in modo lieve argomenti duri come le differenze culturali, etniche, religiose superate però dal senso dell’amicizia e dai valori assoluti della vita. La trama intreccia le sorti di due giovanissime amiche ( la marocchina Dunya coinvolta dagli stili di vita occidentali ma ancorata a un retaggio culturale famigliare che tende ad opprimerla e Desie, più spregiudicata ma fondamentalmente innocente) che attraversando l’Olanda e il Marocco scopriranno nel loro profondo legame  i motivi per abbattere steccati imposti da condizionamenti “adulti” di ogni genere per vivere infine pienamente le loro esistenze.

Un film che giostra toni e temi con una notevole delicatezza pur lambendo sempre argomenti durissimi  e che guarda attentamente alle concrete possibilità di reale e vivificante possibilità di integrazione degli immigrati di seconda generazione. Un argomento, questo, che il nostro cinema di “immigrazione” appunto (talmente tanti i titoli che recentemente è uscito un volume che li riunisce tutti in sede critica) ancora non ha colto bypassato dalla cronaca, spesso nera ma anche sportiva, a conferma che spesso i nostri autori, le nostre vedette, le avanguardie della società, arrivano dopo i fuochi o a vacche già scomparsissime.

DUNYA  AND DESIE è un buon lavoro, ben scritto, con forse una certa patina melensa che di tanto in tanto inceppa quei toni amari che, una storia come questa, doveva lasciar intravedere con più esattezza. E’ un film sul valore dell’amicizia e della vita a dispetto delle forze enormi che agiscono per dividere tramite le dottrine religiose o le apparenze più immediate o le tradizioni ataviche. E’ troppo eccessivamente femminile in tutto ma, nel giudizio complessivo, dobbiamo rilevare che è una pellicola che coglie il contemporaneo contraddittorio e lo rielabora con formule narrative tradizionali elaborando un impianto che si tiene in piedi in modo degnissimo.

OFF AND RUNNING – di Nicole Opper – Docu – 2009 USA, secondo film in programmazione, è invece una storia più complessa in cui si incrociano e interagiscono molteplici “diversità”. La linea principale vede la giovane ragazza di colore, Avery, entrare in un tunnel di confusa sofferenza alla ricerca delle sue origini per scoprire che in fondo erano lì nella famiglia bizzarra ma salda in cui era cresciuta.

Un Docu in digitale in realtà molto più complesso e intrigante che una evidente piattezza nel “girato” non lascerebbe supporre. La famiglia trasversale di Avery (due madri lesbiche, un fratellino coreano, un altro a cui è intimamente legata) è descritta con chiarezza e rigore e apre uno squarcio interessantissimo di “quieta veritas” sul concetto in divenire di famiglia nella società americana, su un modello sociale basato sull’unica pregiudiziale del  creare affettività e comprensione reciproca indipendentemente dai schemi gerarchico-famigliari convenzionali.

Si tratta di un film “strano” che offre molti spunti di riflessione e che, onorando appieno il motivo del festival, supera una infinità di barriere semplicemente raccontando una storia di amore perduto e ritrovato. Piccolo romanzo postmoderno di formazione in una america stelleestriscie che cambia pelle dal suo interno, che ha inquietudini e che, come ha recentemente e splendidamente detto Eastwood, affronta la sua vera sfida moderna nel “Capire”, gli altri e se stessa.

Insomma piccole cronache da un Festival davvero internazionale sia nei rappresentanti che nei temi. Ve lo racconteremo anche nei prossimi giorni magari con qualche intervista se ci riusciamo.

Ascirivicerci! alla prossima!