Oggi ultimo gorno del WITHOUTBORDERSFILM alla CdC. Abbiamo assistito alle programmazioni pomeridiane nella sala principale.
YOU CANNOT HIDE FROM ALLAH di Petr Lom (Pakistan 2008) è un Docu di 12 minuti e riguarda una vicenda che, in termini puramente narrativi, potrebbe rappresentare un ottimo spunto per un soggetto: un taxista pakistano immigrato in america da ventiquattro anni vince cinquanta milioni alla lotteria e torna al suo paese dove viene eletto subito sindaco. Munifico benefattore o scaltro ras? sullo sfondo i piccoli interessi, gli idealismi traditi o spacciati per tali, le beghe di paese…e una main principale che di fango era e di fango è restata nonostante il sindaco americano… Insomma, che dire, simpatico ma nulla di più.
Ben diverso KASHMIR: JOURNEY TO FREDOOM (2008 Usa- israele -Docu -72′) del vulcanico regista israeliano Udi Aloni presente in sala. Il film indaga la sconosciuta realtà di un ampio movimento pacifista e nonviolento islamico in una delle zone del mondo “calde” come il Kashmir. Un Docu che si avvale di testimonianze e materiale di repertorio di grande impatto emotivo e che apre una finestra su una vicenda ignorata dai media. Aloni ha girato questo film non senza difficoltà di varia natura soprattutto nei rapporti con le autorità. Il risultato comunque è un’opera solida, interessante, con un buon senso del montaggio e dei “tempi” narrativi. Soffre, a nostro parere, di eccessivo sbilanciamento ideologico con una visione tutta spostata verso la parte amica. Difetto tipico dei cineasti occidentali quando hanno a che fare con tutto quello che è Est o Sud del mondo. Ciò detto il lavoro è buono, teso, ricco di spunti e temi e si pone a metà tra il Docugiornalismo e l’inchiesta narrativa. Aloni, rispondendo alle domande del pubblico, ha dichiarato come questo movimento sia stato totalmente non ripreso dai media e che ciò rappresenta la prova di una certa stortura dell’informazione corrente. Inoltre lo stesso regista ha espresso la volontà di rendere disponibile sul web parte delle quasi trecento ore di girato da lui realizzate per il documentario ciò per valorizzare la realtà di un movimento islamico fondato sulla pace e sulla non violenza.
Il pezzo forte della programmazione è stato però un film del 71 addirittura! Grazie a una copia in pellicola della Cineteca Nazionale abbiamo avuto modo di vedere il semi introvabile WALKABOUT di Nicolas Roeg che in italiano fu titolato, se non andiamo errati, L’INIZIO DEL CAMMINO.
Film eccezionale, che annunciò il grande talento tecnico e visionario di un regista fondamentale degli anni settanta e che fu premiato a Cannes, WALKABOUT è un film praticamente privo di struttura che vive di un estremismo violento di macchina e di scenari. La storia ( è tratto da un romanzo di JAMES VANCE MARSHALL) vede due ragazzini di buona famiglia scampare alla follia del padre per affrontare il deserto australiano. Qui troveranno un giovane aborigeno alle prese con il suo rito di iniziazione all’età adulta e con lui proseguiranno sino a rientrare nel proprio mondo “occidentale” dopo un lungo tragitto in cui impareranno a conoscersi.
Si tratta di un “quasi” capolavoro: aggressivo, ipnotico, estremo, che mescola un dato sonoro ossessivo a un supporto musicale classico (lo stesso autore di alcuni 007) che “monta” una scenografia naturale autoptica e microcospica alternata a spazi smisurati; che passa dal “Tele” all’obiettivo da documentaristi mirmecologi. Una “non struttura” dicevamo, non per la sua assenza, ma per l’assoluta secchezza della sua presenza: puro scheletro. Un film fatto di dialoghi impossibili tra due lingue, due mondi, due “estremi” irragiungibili.
WALKABOUT fu, ed è, essenzialmente un film di fantascienza proprio per l’idea di fondo di proiettare in un luogo totalmente alieno due personaggi fragili. E’ un deserto colmo di violenza e di intensità quello che Roeg descrive, abitato da esseri primordiali, neutri, innocenti e dove l’atto davvero sanguinoso è sempre compiuto dal rappresentante “evoluto” della specie. Fantascienza che Roeg realizzerà ancora con l’importante L’UOMO CHE CADDE SULLA TERRA con David Bowie nella parte dell’alieno e che fu tratto dal notevole romanzo di uno dei più misconosciuti autori del novecento americano: Walter Tevis.
Un’opera piena del culto dell’immagine. Un film che tuttora a quasi quarant’anni di distanza rimane intatto e fervido nella sua ricerca di cose da offrire dentro quel rettangolo luminoso che si chiama cinema. Peccato che di giovani in sala ce ne fossero pochi…
Interssante esperienza quella di questo bizzaro Festival. Uno sguardo parabolico sul mondo che è, o vorrà, o potrà essere. Cinema solidale e antimuri. Qua e là fastidioso nel suo buonismo occidentaloide ma fatto di piccole grandi lenti di profondità dentro realtà parallele che ci riguardano ma quasi mai ci raccontano. Speriamo in una prossima edizione, lo merita. www.withoutbordersfilm.org
Ascirivicerci, alla prossima!