Archivio per Ottobre 2009

DIETRO I NOSTRI OCCHI di Luc Dardenne

Ottobre 23, 2009

I nostri maledetti 24 contattisti matti e disperatissimi sanno che di tanto in tanto segnaliamo dei libri che riteniamo necessari o quantomeno importanti. La casa editrice ISBN si sta segnalando per alcune uscite editoriali volte alla conoscenza del magic box degli autori, della loro scatola dei trucchi, insomma di tutto quel dietro le quinte creativo che sta dietro un opera cinematografica. In questo senso è molto interessante il libro di Kevin Conroy Scott – SCRIVERE CINEMA in cui l’autore intervista quattordici sceneggiatori tra i più importanti. Il risultato è un lungo viaggio attorno al mondo della parola scritta rivolta alle immagini ma anche a un sotterraneo pianeta di insospettabili paure, incertezze, dubbi, crisi autoriali e umane che i protagonisti a volte confessano apertamente altre lasciano intendere.

Il libro di cui però vi vogliamo parlare è DIETRO I NOSTRI OCCHI di Luc Dardenne (ISBN editore costo 16,50). Ci sono molti motivi per consigliare e suggerire la lettura di questo volume. Innanzitutto l’apparato documentale delle tre sceneggiature scelte che sono esattamente IL FIGLIO – L’ENFANT -  IL MATRIMONIO DI LORNA. La validità di questi testi viene dal fatto che non si tratta di riletture in moviola ma della sceneggiatura utilizzata in lavorazione. Già altre volte abbiamo parlato della pessima abitudine di pubblicare sceneggiature da rilettura moviolistica; si tratta di documenti privi di valore didattico e filologico. Sorvoliamo poi sull’assenza, in queste proposte editoriali, del soggetto o del trattamento, ovviamente originali anch’essi, a corredo della sceneggiatura. Del resto sul buco nero dell’editoria che si occupa di cinema riguardo al Testo del film abbiamo già abbondatemente parlato in altri post.

Le tre sceneggiature dei Fratelli Dardenne (il libro è firmato dal solo Luc ma la presenza in citazione e in sfondo di Jean Pierre è così determinante da comporre quasi una doppia firma di fatto) stupiscono per una secchezza, per un’asciuttezza della composizione, del dialogo, del plot. Va detto che quando un’autore lavora in regia a un suo testo può indubbiamente permettersi di eliminare tutto un apparato di scelte, risoluzioni, atmosfere, che evidentemente ha già ben chiare nel milieu creativo dal quale ha estratto il lavoro di scrittura.

Come diceva Flaiano nulla è più opinabile di una sceneggiatura ed evidentemente la quantità di materia da omettere, a cui rinunciare, è uno di quei dati difficili da offrire a un lettore altro, a uno insomma che non ha il sentimento della storia. Ciò detto va rilevata la pulizia, la godibilità, la scorrevolezza delle sceneggiature citate. E’ inoltre rilevante la costruzione dei dialoghi sempre in levare, volti a estrarre i sensi senza scoprire il meccanismo della sintesi. Dialoghi naturali e brevi. Necessari.

Ma non è solo in questo significativo aspetto di collazione che il libro di Luc Dardenne assume un importante valore. Prima delle tre sceneggaiture menzionate ci sono circa centotrenta pagine di diario. Sì, diario vero e proprio; estratti ordinati cronologicamente di eccezionale rilevanza sia per la comprensione della grande coppia registica ma anche per il valore, la ricerca, la continua e ininterrotta tensione ideale ed etica con il quale Luc Dardenne stila drammatici rendiconti o denuncia improvvisi smarrimenti.

 Sono riflessioni, stralci, spunti, confessioni, ammissioni di insufficienze, di paure, stimoli, appunti di storie viste, lette, udite, insomma un substrato in continuo fermento che è la vera ricchezza di un autore, forse la sua sola, vera, autonoma risorsa. Per i fratelli Dardenne insiste sempre un valore a monte di quello creativo, una necessità di produrre e rilevare un senso etico, “politico”, di estrarre e decantare da ogni dettaglio sparso questo rigore umanistico. L’atto creativo è una lunga maturazione di questa necessità. In tutto l’impianto diaristico che precede le tre sceneggiature viene fuori una specie di dagherrotipo di quel che dovrebbe essere un autore, a quali tensioni e a quali rischi e obblighi è volto.

Il diario di Luc Dardenne non può non far pensare ad alcune riflessioni di Pasolini riguardo il senso e la “violenza” dell’autore; quella subita, di violenza, ma anche quella che impone. E’ un bilanciamento tragico, un filo, un orlo sul quale chi cerca linguaggi, prospettive, interpretazioni, danza col rischio di cadere o di andare dall’altra parte del baratro solo per sapere che in fondo non è importato a nessuno. Che in fondo non fa alcuna differenza.

Chiudiamo con un estratto dal libro (brevissimo, l’editore ci perdonerà, siamo un blog piccolo piccolo senza una lira) che rappresenta un’ intestazione dei nostri tempi cinematografici, letterari, sociali. Leggetelo con attenzione.

 

12/09/1992

Ho l’impressione che molti film siano delle rese in immagine e musica di una meccanica drammatica sempre più triviale, piattamente evidente, senza ombra eccetto quella calcolata del funzionario-ideatore allo scopo di mantenere in allerta il consumatore. Nessuna ombra reale, nessun mistero, nessuna densità, nessuna contraddizione, nessuna domanda senza risposta e soprattutto non quella che tormenta ogni opera d’arte e che è ilnocciolo duro di ogni espressione artistica: chi rifiuta, chi resiste, lotta contro questa espressione?

Ascirivicerci, alla prossima!

 

NEWS: IL RIFF “APRE” AI SOGGETTI

Ottobre 12, 2009

News-news-News—

Il RIFF (Rome Independent Film Festival) per alcuni l’unico vero festival di cinema che si svolge a Roma, da sempre attivissimo su tutto quello che è cinema di fiction o di documentario o corto indipendente, apre ai Soggetti per lungo.

Vara come tutti gli anni un concorso per sceneggiature, ma questa è cosa nota. Per quest’anno www.riff.it la novità viene da un concorso dedicato a Soggetti cinematografici per lungometraggio. Il costo è assolutamente accessibile (10 euro) e il marchio affidabile, a nostro avviso. C’è un premio di mille euro per il vincitore consistente in una sorta di buono di scrittura. Il RIFF ha sempre tentato, con alterne fortune, di seguire i progetti scelti, in questo caso parliamo di sceneggiature, anche nel percorso produttivo. Comunque sul sito sopracitato c’è un area dedicata.

Ascirivicerci, alla prossima!

ANCORA DA UMBERTO D. BREVI CONSIDERAZIONI SUL SOGGETTO

Ottobre 11, 2009

Nel leggere il Trattamento di UMBERTO D. si coglie un altro aspetto fondamentale che, nei migliori soggetti che abbiamo avuto modo di leggere, si evidenzia con quel tipo di chiarezza che fa apparire semplice ciò che invece costa una attenta disciplina. Debordare, divagare, gonfiare tratti della vicenda per lavorarne più sciattamente altri, perdere i nessi, le cause, gli effetti relativi, il bilanciamento tra la “scena” e la narrazione, cadere insomma vittime della storia che si vuol raccontare è un pericolo praticamente costante che corre dal primo all’ultimo rigo.

In Umberto D, nel Trattamento che risulta di circa ventitrè pagine, la scelta di realizzare una Terza Persona Partecipante include la volontà di inquadrare con un “occhio” umano e cinematografico allo stesso tempo ed è gia, di per sé, un limitatore del pericolo di smarrire l’obiettivo del testo che si vuole proporre. Non è una scelta casuale, non si tratta di una scelta formale, a nostro modestissimo modo di vedere ovviamente, è invece una precisa intenzione “registica” e con questo termine intendiamo che la sorgente scelta per suggerire l’evocazione è un Terzo che si pone all’altezza di uno spettatore, ma anche a quella di un soggetto che possiede, sia pure ad uno stato di inerzia, un codice metrico etico di relazione e di giudizio con il tessuto della storia stessa.  E’ un occhio scrivente insomma.

E’, in qualche maniera, una visività narrativa essenzialmente politica  ma che è tale, che è nobilmente tale, proprio perchè non muove mai un passo oltre la soglia consentita, non processa o giudica. E’ un CineOcchio severo nel taglio dei quadri e attivo sino a ciò che gli è dovuto nella complicità di spettatore.

Spesso questa scelta del “punto di osservazione” è un momento che viene risolto dal soggettista in maniera sentimentale, poco razionale, se non liquidata con “una cosa vale l’altra!” E’ evidente che la scelta del punto di vista è già narrazione, è già qualità narrrativa, è già precisa proposta di immagini ed è soprattutto, in una intenzione voluta e ragionata, una lente di precisione dentro la quale lo scrittore saprà indubbiamente collocare tutto il suo materiale testuale  in modo armonico e meno dispersivo. Definito già in origine.

 

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Tutto in Umberto D. è azione. E’ dramma. I suoi spostamenti in una Roma moralmente compromessa eppure umana sono simili a quelli di Ulisse. Le sue imprese sono le stesse, prive soltanto dell’entertenaiment fisico che affascina la platea. Il tentativo di chiedere l’elemosina sormontato da un irresistibile senso della dignità è un gesto di dramma, di azione simile a quello di Ulisse nel ribellarsi alla seduzione di Circe, al suo potere di sgretolamento che infligge agli uomini. Tutti gli atti di Umberto sono epici. Rappresentano il canto di un epopea solo che l’eroe tragico è un essere di umanissima statura colto nella sua gigantezza. Questo però attiene allo spessore spirituale di uno scrittore. Ciò che secondo noi, (cioè io, mi madre e Arnaldo er benzinaro di Torpigna appassionato di formalismo russo invero i fondatori di KS, cioè il blog di cinema meno visitato nella storia del web), è più interessante  notare e rappresenta un modello di mappatura delle storie, è il “riuso” dell’epopea, del mito, dei grandi simbolismi, sminuzzati e  ricomposti riciclati con il mestiere e, nel caso del Zav, con l’arte.

La comparazione di UMBERTO D. con L’ODISSEA potrebbe dar luogo a interessanti similitudini, a collazioni sorprendenti, a usi e riusi dell’arte di affascinare con la narrazione per tramite di un viaggiatore, di uno “scalatore” di difficoltà. E’ ovviamente una nostra miserrima opinione che il buon Zav si sia avvalso di mappe precaricate per condurre dal posto A al posto B la dignità e l’umanesimo di Umberto. Se lo ha fatto, se così è stato, se così fosse stato la nostra ammirazione di molluschi quali siamo sarebbe come minimo raddoppiata! Imitare, tradurre, trasporre, reiterare, copiare, rubare! è il vero, grande, “onesto” lavoro di chi vuole scrivere storie. Più che mai tutto questo se vuole scrivere storie per immagini!

Hammett o Chandler (sì vabbè mo’ Arnaldo nun se ricorda bene, comunque era uno forte…) diceva :”Leggere e imitare. Questo è tutto ciò che serve”.umbertodd

Ecco quindi che per il soggettista forse si rende necessario il possesso di quella valigia di “precaricamenti” che  è la conoscenza dei classici, della scalettatura e della struttura nonchè dei passaggi e degli equilibri formali e di contenuto. Estrarre da questa le impalcature per trattare l’odierno rimodulando linguaggi ed espressività.

Mbè mo’ mi madre ha cotto i tortellini alla panna indi per cui ce li si antiamo a pappà, però, benemeriti, disperatissimi, sesquipedali avventori di kinescrivere in numero sempre decrescente (come si fa a decrescere dallo zero? Bha…) vi diamo appuntamento a tra poco per l’analisi comparata della scaletta di UMBERTO e quella dell’ODISSEA (chiediamo perdono a quelli che studiano veramente ste cose…)

Ascirivicerci, alla Prossima!