ANOTHER YEAR ovvero di come far saltare la “struttura”.

Giuro che volevo parlarvi di WINTER’S BONE, cari 27/8 contattisti ignifughi, giuro che volevo parlarvi di questo magnifico film, c’avevo già tutto in testa; poi, sono andato a vedermi l’ultimo di MIKE LEIGH dal titolo ANOTHER YEAR: e tutto è cambiato. Che cos’è questa sorta di UFO? Mi sono chiesto mentre, nel controvento di Via Nazionale, con a fianco Pudovkin che trotterellava sulle sue quattro gambe artritiche, tornavo a prendere la metropolitana per tornare a casa. Perchè è di un OGGETTO NARRATIVO NON IDENTIFICATO (Un U.T.O. Unidentified Text Object) che stiamo parlando. Sono due ore di U.T.O. che interrogano profondamente qualsiasi persona che si occupi o si interessi sia pure lontanamente di scrittura cinematografica.

Che cos’è ANOTHER YEAR?  Another Year è uno straordinario, struggente, incontenibile film sul niente. Sul niente. Due ore di organizzata drammaturgia sul niente. La prima definizione critica che potrebbe venire, quella più immediata e ancora di moda, è Minimalismo. Seguire e descrivere con imparzialità Carveriana quell’infinito transito pedonale umano di cui ogni  giorno tutti e ciascuno facciamo parte. Espuntarne un frammento. Restituirlo mondato da interventi retorici, da allusioni metaforiche, da seduzioni allegoriche, da riferimenti simbolici più o meno striscianti o subliminali. Renderlo al netto dei “piani di lettura”, di testo e sottotesto, eppure evitando documentarismo, cronaca, freddezza o scansione da titolistica. Ma minimalismo non basta. Ci pare poco, ci pare già di “genere” in qualche modo, soprattutto non ci sembra la definizione corretta.

Quindi cos’è A.Y.? Forse è più interessante capire cosa non è. Non è un tre atti. Non porta a trasformazioni del personaggio. Non ha svolte. Non ha climax. Addirittura non ha un personaggio principale,  non ha un Point of View di riferimento! Non ha un arco di narrazione e neppure una ciclicità… Forse è meglio ripartire dall’inizio, quindi, per avere le idee più chiare, con una breve sinossi di Another Year.

Tom e Gerri sono una coppia di mezza età avanzata, entrambi professionisti, vivono nella periferia di Londra in una casa con orto annesso che curano con soddisfazione. Hanno un figlio, un paio di amici tristi (una donna e un uomo. La donna è interpretata da una mostruosa Leslie Manville) e soli. Tom ha un fratello e questi un figlio deficiente e semiteppista (che vedremo solo verso il finale). I personaggi si incontrano, parlano della vita, esprimono il loro malessere a volte, benessere a volte. La moglie del fratello di Tom muore. Tom e Gerri lo fanno stare per un po’ a casa loro. L’amica viene allontanata perchè si è comportata male con la fidanzata del figlio. Poi riammessa con riluttanza, ma l’amicizia non è più quella.

C’è una strana cosa, molto interessante: il personaggio che, in qualche modo, potremmo definire “protagonista” è quello interpretato dalla Manville (interpretazione mostruosa, lo ribadiamo) si tratta di una donna di mezza età, sola, semialcolizzata, sempre fuori sincronia nei rapporti umani, collega di lavoro di Gerri e sua amica. Trova nell’alveo familiare della coppia un luogo dove ricevere una specie di malintesa affettività. E’ un personaggio che da “carattere” si trasforma in maschera di una tragedia personale, mediocre, una tragedia “En passant”, tra una cena e l’altra, vagamente ridicola. Un personaggio principale “laterale”, che attraversa obliquamente in un ideale outline lo script di Leigh. Insomma quasi una negazione del concetto di protagonista, di “voceguida”, di Point of View.

Non deve ingannare la scansione didascalica in quattro tempi intestata col nome delle stagioni. Il trascorrere del tempo, seppure conferisce all’insostenibile nonstruttura, quel tanto di malinconico sguardo tipico dello stile di Leigh, non ha effetti, non denota o detona prospettive o scarti. E’ anch’esso, in fondo, deposto in un’inerzia indecifrabile come se il vero protagonista di questa nonstoria sia la mera incidentalità umana (cosa assolutamente diversa dal destino o dal fatalismo, o da una specie di sempre seducente nichilismo del quotidiano) e che questa, questa “incidentalità” del continuum vitae, di un quotidiano asimbolico, sia in qualche modo, oscuramente necessaria, pur non sembrandolo affatto.

Forse le solitudini di Ken (amco di Tom e “controcampo” della Manville) e della Manville restano più insistentemente nella memoria anche per via dell’ultima scena, quello sguardo disperato e borghese della Manville appunto. Tenuto in scena per un tempo cinematograficamente lunghissimo. Uno sguardo che confonde che fa ripercorrere a ritroso la vita di un anno di individui comuni, di persone alle prese col loro personaggio. Forse è proprio questa la grande sfida drammaturgica del testo parateatrale di Leigh, quello di tentare un unificazione di quote, sintonie, sincronie, sovrapposizioni tra persona e personaggio, sino a uno straniante senso del dramma, al suo disinnesco da un’artificiale (sempre artificiale) esplosività.

Qualcosa di diverso dal realismo, dalla simbologica allusività del realismo o del naturalismo addirittura. Il tentativo estremo di essere parte del reale, della quantità del “Testo” non significativo del vivere comune, domestico. Quindi, di per sè, una non struttura poichè, la struttura, è già per sua natura la categorizzazione di un espediente, di un meccanismo, per quanto raffinato e virtuoso, utile in particolare per il “testo significativo”, per la sinossi, il sunto, la summa, i cinque minuti per i quali vale la pena parlare di un evento, un fatto, un dato, un’esperienza.

Con A.Y. si entra nel territorio delle non cose, delle nonstorie e quindi crollano i riferimenti narratologici canonici. Persiste soltanto quel flussovitae che segue ed è costantemente inseguito da un flusso di spirito che somiglia, in una forma enormemente più scevra e poetica, a quello di certe soapopera. Di queste ha l’assoluto rigore e la spiazzante libertà dell’assurdo. L’assurdo, nel caso di A.Y. di esistere a dispetto dell’assenza di un corpo drammatico. Di esistere come storia, come film, come esperienza da condividere tra esseri umani per restituirci un più alto e armonico senso di comprensione reciproca, pur negandosi una sostanzialità.

Resta il senso di una specie  nuova di drammaturgia possibile. Determinata dall’osservazione entomologica dell’uomo contemporaneo. Dalla sua mancata partecipazione al dramma collettivo. Restituito alla tara di se stesso e per questo così particolarmente nudo e prossimo. Così nuovo e poetico. Nel suo nulla di genere da pareggiare senza sosta aggiungendo e togliendo, togliendo e aggiungendo dalla persona alla sua rappresentazione e viceversa. In un equilibrio impossibile, fatato, inesplicabile.

Come questo film.

di Massimo De Angelis

NeWS- dal 18 al 26 al Cinema Nuovo Aquila di Roma ci sarà il RIFF Rome Indipendent Film Festival (decima edition!!). Nei limiti del nostro possibile ci saremo e ve lo racconteremo!!

 

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