PESCARACORTOSCRIPT 2011 – Brevi considerazioni da un workshop

Gentili contattisti di numero ventisette circa, l’estate avanza, la crisi è in pieno sviluppo, e a me si è rotto il radiatore della Peugeot anno 78 (vettura ufficiale di KS). Vabbè, glissiamo su queste generiche iatture. Il post di oggi lo dedichiamo ad una interessante esperienza che abbiamo condiviso con altri sceneggiatori: il workshop dei finalisti del PESCARACORTOSCRIPT. Il premio abruzzese (che in realtà viene dibattuto e consegnato a Roma) è uno dei più prestigiosi nel panorama della sceneggiatura per cortometraggio. Molti film, tratti da sceneggiature vincitrici, sono stati realizzati ed alcuni hanno vinto messe di premi (LA PREDA di Francesco Apice ad esempio). Molto curiosa e originale poi la formula della giornata di premiazione. Dal mattino sino al pomeriggio tutti i lavori finalisti vengono analizzati dalla giuria e poi dibattuti dagli autori stessi. Ciò significa che ciascuno deve leggere le sceneggiature degli altri. Nell’odierno panorama concorsuale (in crisi generale anch’esso purtroppo) è una formula assolutamente “diversa” e stimolante. Purtroppo, in questa edizione, la giuria presente era pressoche dimezzata causa vari contrattempi che hanno impedito, tanto per citare un nome, la presenza della bravissima Heidrun Schleef.

Le sceneggiature finaliste quest’anno erano nove. A detta della giuria presente il livello dei lavori era medioalto (circa 130 sceneggiature presentate). In quattro occasioni sono stati lavori di coppie d’autori. I generi, i toni, gli argomenti e i temi trattati sono stati molto vari; si è passati dalle sceneggiature di ambientazione storica a lavori intimisti o progetti legati a particolari territori. Alcuni degli autori annunciavano, nell’esposizione dei loro testi, già concreti interessi e impegni da parte di produzioni (il PCS fornisce un discreto budget che aggiunto a coproduzioni consente l’effettiva trasposizione filmica delle sceneggiature, cosa sempre molto difficile e complessa nel nostro panorama cinematografico…). Gli autori provenivano da varie estrazioni ma, mediamente, il loro curriculum era di tutto rispetto sia per lavori già fatti che per scuole o corsi svolti. La preparazione e la capacità di pitchare il progetto  dimostrava ulteriormente la qualità dei finalisti. Dal punto di vista formale le sceneggiature erano assolutamente professionali. Sono emersi temi di fondo ricorrenti come quello dell’integrazione extracomunitaria. Le forme di isolamento, di sconosciuto arcipelago umano straniero, sono state cose che hanno acceso interessanti e originali approcci e sviluppi ai progetti proposti.

Durante le discussioni abbiamo sempre trovato, per ogni lavoro, dei punti forti e dei punti deboli ed è apparsa lampante la difficoltà di sviluppare una storia che regga sia per intreccio che per soluzioni visive e tenuta del tono e dell’atmosfera dell’unità tematica. Come difetto generale, trasversale a quasi tutte le sceneggiature, c’è stata la difficoltà di chiudere, di proporre finali cioè che tirassero con pathos e senso narrativo le fila delle tracce suggerite nel testo in una chiusa efficace e suggestiva. La sensazione è che la seduzione emanata da un personaggio, una scelta visiva, una quantità di immagini originali, ha talvolta circuito gli autori e li abbia sovente distolti dal faroguida del TEMA, del senso profondo e intangibile del perchè si è scritta quella particolare storia. Tutte le “crisi” che i lavori hanno mostrato sono dipese, a nostro modesto avviso, da questa perdita della strada maestra. Per TEMA intendiamo anche la capacità di restituire visivamente un’atmosfera della storia nelle sue transizioni e nelle sue svolte. Il TEMA cioè come immagine e parola. Alle volte un elemento prendeva possesso sugli altri “confondendo” e diluendo il senso intimo  e necessario della vicenda. Detto in altre parole non era più il TEMA a guidare la narrazione ma alcune, magari notevoli e originali, tangenti della STORIA presentata. Questo è stato un po’ un difetto comune sempre nell’ambito di una qualità generale alta e disposta ad accettare sfide e a rischiare. Ecco, quello del rischio è una cosa che ci è piaciuta molto. Alcuni autori hanno proposto lavori “difficili” strutturati su climi narrativi particolarmente sfumati, su psicologie sottili, su montaggi narrativi arditi e non convenzionali.

Un decisivo aspetto nel vaglio dei progetti è stato quello della fattibilità. Non sempre gli autori sono stati in grado di gestire bene questo elemento. Così, anche ottimi lavori, hanno pagato, giustamente, questo dazio che, del resto, il bando di partecipazione evidenziava con particolare cura. La percezione di fattibilità non significa pensare in piccolo, bensì PROGETTUALIZZARE IL TESTO. In altre parole, si può anche scrivere e proporre una sceneggiatura con alieni e mostri spaziali,  in quel caso però e bene presentarsi con una lettera d’intenti da parte di Spielberg! Ciò significa modulare un progetto-testo in relazione alle possibilità di realizzazione che si hanno effettivamente. Ecco perchè più che di sceneggiatura (lo abbiamo già detto e scritto altre volte) ormai sempre più spesso si deve parlare di progetto. Un PROGETTO-TESTO è un qualcosa che si lega ad un territorio ad esempio, oppure ad un particolare settore,  o ente, o luogo: insomma accetta ed ha l’umiltà di sapere che esistono delle CONDIZIONI e che, soprattutto, mettere su carta un film significa fare di tutto affinchè possa essere MESSO IN SCENA. Ciò appena sopra riportato non vuol dire che deve prevalere una sorta di moda da SCRIPT-SPOT, anzi, l’esatto opposto.

I vincitori di quest’anno, RAFFAELE PUTORTI’ e LUCA CHINAGLIA  che con ROBERTINO si sono aggiudicati il PCS 2011, hanno capito benissimo questo concetto ed hanno vinto, con pienissimo merito, proprio perchè sono stati capaci di proporre una storia densa e molto ben scritta, in un contesto che offriva concrete possibilità di realizzazione in quanto si calava dentro una realtà precisa e riconoscibile. Un PROGETTO dunque. Scrivere PROGETTI per film è diverso dallo scrivere sceneggiature. Richiede conoscenza del mercato, ricerca sui luoghi, continua informazione sulle possibilità che si aprono, sulle finestre, sui link che esistono (nonostante la sempre corrente crisi che dura da circa 2000 anni) o che si possono inventare. Significa essere consapevoli di “lavorare” con qualcosa che ha dell’arte ma che ha anche del PRODOTTO (lo so che si tratta di una parola che fa sobbalzare i puristi sulla sedia, ma c’è più arte in certi prodotti che…).

Ecco, in questo senso, il worhshop è stato istruttivo e utile. Scrivere cinema oggi, a qualsiasi livello, vuol dire conoscere territori e realtà; possibilità e occasioni esistenti o proponibili. Significa essere dei “piazzisti” del proprio lavoro senza mai dimenticare che la prima qualis è l’esattezza e l’onestà della drammaturgia che si intende presentare.

Per ultimo ricordiamo che la MENZIONE SPECIALE e’ stata vinta da una giovane scrittrice casertana: VERA SANTILLO con DARK SMILE. Una storia dura molto ben tenuta con un colpo di scena finale davvero suggestivo.

Sembra che il futuro del PCS non sia dei più rosei. Noi speriamo (nonostante alcune gravi pecche dell’organizzazione soprattutto nella “cura” verso i finalisti, nella comunicazione e  nell’allestimento dell’evento) che la manifestazione possa in qualche modo risolvere i suoi problemi, tornare alla sua naturale cadenza annuale e continuare a proporre autori e storie che, nel corso di queste edizioni, hanno dimostrato di poter esprimere alti valori drammaturgici.

Ascirivicerci, alla prossima!!

By Kinescrivere 2011

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