Gentili 27 contattisti, fa caldo. “Lo deve fare, è tempo suo”, si dice, dicono gli abituali consumatori di luoghi comuni (tra cui anch’io, tant’è che tuttora per approcciare, con risultati sempre più penosi, una ragazza chiedo l’ora o un autobus). Però pure se lo deve fare lasciateci almeno dire che il caldo forte ed eccessivo ci rompe il… Anche Pudovkin baisce e agguaia (o era il contraire… mah!), chiede il ventilatore e mormora che Locarno non gli interessa (in verità nessuno aveva chiesto il suo parere al riguardo, ma si sa i cani artritici con la tessera Anica fanno cose strane…)
Va bene, veniamo a noi. Questo post lo dedichiamo alla nuova tendenza che ormai sembra invalsa tra i produttori, i story editor, le agenzie e le case editrici, di cortociruitare il filmscritto e quello filmato tra il romanzo (edito ovviamente), l’adattamento e quindi la messa in scena. Ci riferiamo, qualcuno l’avrà capito, all’Industry Books (ma non solo) e al lavoro di selezione e di raffinamento per cercare, nel praticamente sterminato “listino” di narrativa italiana edita, quei particolari testi che meglio si prestano e che già collimano con le necessità drammaturgiche che il cinema richiede. E’ vero che da sempre il cinema usa il romanzo ma qui sembra stia accadendo un fenomeno nuovo: la scomparsa cioè di sceneggiature e soggetti originali in luogo di narrativa che ne ricalchi lo stile con in più la corposità del romanzo. Che dunque si profili per gli sceneggiatori un futuro di solo adattatori, di autori in conto terzi?
Alla base di questo quesito c’è una riflessione. Bisogna dire che esiste, in Italia, a dispetto dei De Profundis che si fanno sulla cultura, un’attività di media e piccola editoria davvero straordinaria. Molte di queste case fanno selezione e, molti selezionatori, vengono sovente da una cultura cross-over, non di natura prettamente letteraria quindi. Sono “lettori” e vagliatori di testi che sono nati e cresciuti con un concetto dei meccanismi di fiction giunti dalle serie tv, dalle contaminazioni di generi, dai fumetti, dalle graphic novel e ultimamente dal web. Ciò significa che il “ pubblicato” (escludiamo ovviamente le case editrici che pubblicano a pagamento anche se, in qualche modo, fanno un lavoro similare) è spesso già, per sua natura, cinematografico. E il pubblicato è tantissimo. Ciò non significa che ci sia molta roba buona ma vuol dire però che quella roba, buona o no che sia, già risponde, diremmo “inconsciamente”, alle necessità del cinema. Già, ma quali sono?
Io direi che il meccanismo di effetti e conseguenze piano e lineare che porti ad un credibile cambiamento di punti di vista e personaggi sia la cosa che, da sempre, funziona. I tre atti aristotelici. Non c’è niente da fare. Tutto il resto è rischio, arte, sperimentazione, tutta roba che non paga il dentista (come diceva quel tale famoso di cui non ricordo più il nome) Per pagare il dentista ci vogliono i tre atti. Ci vuole la storia chiara e forte con le indicazioni di uscita e di sosta belle grosse e in rosso. Ora il Romanzo italiano edito è, a nostro avviso, su un solco molto fiction, sorveglia con attenzione alcuni istituti come, ad esempio, le svolte (vabbè i Turning Point…), effettua quelle manovre drammaturgiche insomma che provengono da un mood letteraseriale ed è già “pensato” come un’esposizione di immagini sequenziali.
Dirò subito che non credo questa sia una ricchezza. Credo che non lo sia per la letteratura e credo che non lo sia per il Filmscritto. Tutto ciò nasce da un equivoco, anzi da un pregiudizio, quello cioè che la scrittura di un film non sia scrittura, ma sia la scrittura di un film, appunto. Molti pensano che la scrittura cinematografica sia principalmente una tecnica. Certo, lo è, lo è senz’altro anzi, ma la “tecnica”, in questo caso, non è altro che la codificazione di un sistema espressivo attraverso una metodologia. Il sistema espressivo esiste solo in funzione di quella metodologia e sarà, per sua natura, ontologicamente, capace di essere “tecnica” solo in relazione al suo specifico espressivo. In sostanza ciò che si può dire con un soggetto o con una sceneggiatura (per lo specifico filmico) è “formalmente” diverso e, se corretto e disciplinato, superiore allo “specifico espressivo” e alla “tecnica” del romanzo riferito al filmico. Banalmente ecco perchè i romanzi devono essere adattati!
In altre parole il corto circuito di cui sopra ci pare una sorta di insana scorciatoia, un finto percorso di qualità che disinnesca dei propri specifici e delle proprie tecniche sia il Filmscritto che il romanzo, agglutinando tutto in un pastone massmediale dove le vendibilità sono osmotiche e reversibili: tra la maglietta e il romanzo. Lungi da noi parlare male del cosidetto mercato (ricordiamoci sempre del dentista ‘ccident’a'llui!) ma dovrebbe essere proprio il mercato a comprendere questo e a capire che un soggetista, uno sceneggiatore, hanno (o dovrebbero avere) una specificità e una tecnica che sono la codifica, o parte di questo, del linguaggiocinema (indipendentemente dai generi, dai stili o altro) e che la loro scrittura non è solo una tecnica “adattabile” ma è il Segno del Linguaggiocinema stesso (parte di esso ovviamente). Cioè per forma, specificità e tecnica unici e ,soprattutto, capaci di creare una “cultura”, un’ “industria” (industria per come intendono il termine gli etnologi) sempre in relazione alla propria specificità e quindi al sistema linguaggio di cui fanno parte.
E’, in buona sostanza, quello di ingaggiare un ottimo imitatore di barriti e di belati e di usarlo a seconda dell’allevamento la nuova tendenza del mercato. Quelli gli elefanti ci hanno messo migliaia di c… di anni a barrire così! Va bene per l’imitatore ma lo “specifico” del barrito dell’elefante trascende il suono. E’ un Segno. Cento imitatori di elefanti non fanno una foresta distrutta! (ecco, su questa ho versato alla SIAE e se qualcuno prova a toccarmela non so che succede!). Non è una difesa sindacale dello sceneggiatore e del soggettista (non ho mai capito bene il perchè ma ‘sti sindacati di scrittori mi mettono tristezza) bensì il riconoscimento di una particolarità di formulazione espressiva riferita al mezzo a cui la scrittura filmica risponde pienamente. E’ una specializzazione su un settore borderline tra la parola e l’immagine che ha proprietà non scambiabili con altre forme di scrittura.
C’è poi una questione, la questione dello stile. Nel nostro cinema i sceneggiatori non sono riconoscibili attraverso una propria cifra stilistica. Ciò significa che il sistema non funziona. Se si “preleverà” dal bancomat editoriale, una tantum, opere degnissime e di valore (non è questo il punto) praticando un usa e getta del testo e dell’autore per passare al prossimo, senza costruire, o assistere o riconoscere la quantità e qualità di una cifra stilistica di Filmscritto, si pepetuerà nell’errore, ad avviso di Pudovkin gravissimo, di non edificare nessuna identità. Ed in effetti, da banali spettatori quali siamo, pur riscontrando una larga ampiezza di toni, di tentativi, di atmosfere, di registri narrativi, ciò che manca al cinema italiano è un area identitaria espressiva. Prendere libri e trasportarli allo schermo non crea uno stile, un’identità, una “scuola”. Produce, se va bene, un immediato guadagno ma non guarda oltre, non cerca un dialogo e un arricchimento. L’area identitaria espressiva (che non è un “manifesto) è data solo dal riconoscimento del testo specifico (quindi il soggetto, il trattamento, la sceneggiatura) per il mezzo come “luogo” di elaborazione dati, se vogliamo così chiamarla, di un’ area identitaria riconoscibile.
Le scorciatoie che il mercato ossessivamente cerca sono, sostanzialmente, come tutte le scorciatoie, strade corte. E’ sempre creare, costruire, la cosa più costosa, faticosa, apparentemente meno remunerativa, ma la più degna, l’unica che abbia un vero senso. Anche economicamente. E costruire non fa rima con scorciatoia. Noia fa rima con scorciatoia. Quella che spesso assale quando il lavoro di filmscritto è un “carbone” di un romanzo e la pasta che ne viene fuori è gonfia di tecnica e povera di espressione. Ne vediamo tanti di film così.
Insomma lo specifico della Sceneggiatura è una forma non barattabile con altre. E’ una forma scrittura che un mercato sano dovrebbe considerare come il primo luogo di ogni investimento. Di ogni “costruzione” appunto. Invece si cercano vie più brevi e immediate… ok, Pudovkin si è addormentato. Stava leggendo un romanzo sottolineandolo con le sue zampacce! Chissà cosa avrà in testa…
Con tristezza abbiamo appreso della morte di Bruno Garbuglia. Non conoscevamo questo signore ma ricordavamo bene il suo film scritto in coppia con Ivan Orano AL CENTRO DELL’AREA DI RIGORE. Era un film che aveva una caratteristica particolare, difficilmente riscontrabile nel cinema nostrano in genere dalla mano pesante: la gentilezza del tocco. Era un film delicato, gentile, con una sua grazia interna quasi miracolosa. Vinse anche importantissimi premi di scrittura.
Nessuno ricorda i scrittori di cinema. Non resta molto di loro. Così dicono, così si dice in genere.
Noi pensiamo di no.