Insomma l’Eden era esaurito, il Giulio Cesare invece pure, il Barberini nemmeno a parlarne. Insomma io, Pudovkin e Arnaldo (Arnaldo aveva da poco chiuso la pompa di benza e per tutto il tragitto verso il cinema ha brontolato a mezza bocca sulle accise) abbiamo ripiegato sul sempre affidabile Maestoso. Anche lì quasi tutto pieno però dai, ce l’abbiamo fatta! L’obiettivo era This Must Be The Place, il film(one) di Paolo Sorrentino.
Certo, l’espressione punkassiderata di Sean Penn che campeggiava sulle fiancate degli autobus e sui cartelloni ci aveva predisposto ad aspettarci di tutto. Pudovkin si è acquattato sornione, Arnaldo prendeva appunti e io sgracucchiolavo un sacchettino di pop corn che ho dovuto acquistare tramite finanziamento visto il costo mostruoso. Quindi è iniziato il film. Con un cane…
Seguiamo Sorrentino da L’UOMO IN PIU’ (cioè quando ancora non lo aveva visto nessuno, non a “ritroso” come tanti critici che vanno per la maggiore…) per cui gli vogliamo bene. E’ un po’ un Amico di Famiglia che ci è venuto a trovare di tanto in tanto raccontandoci storie e personaggi interessanti e curiosi. Dopo il cane è entrato Penn: DarkPunk ottanta che si pittura le unghie dei piedi di nero, che abita in una magione dorata e solinga, che è amico di una ragazza “strana”, che ha una moglie ordinaria e surreale che ama e da cui è riamato. Bene… Ma a che ora comincia il film? Pudovkin mi ha guardato dalla sommità dei suoi occhi languidi e canini quasi volesse sputazzarmi on the face: Aspetta! uomo di poca fede, sembrava volesse dirmi.
Bene… allora adesso Penn riceve una chiamata: suo padre sta morendo. Va in America, il padre muore, il padre ha un numero sul braccio. Era stato un deportato nei campi. Penn darkpunk decide di dare la caccia al nazista a cui, lo stesso padre, aveva dato la caccia per anni.
Inizia un OTR per le strade USA. Incontri, immagini, ricerche, strade americane, provincia americana, macchine americane ecc. Quindi trova il nazi. Sembra lo voglia ammazzare e invece lo fotografa e lo denuda. Lo umilia insomma.
Quindi torna a Dublino coi capelli tagliati e vestito da normotipo (sì, ci siamo dimenticati di dire che lui vive là) completamente diverso. Finalmente Adulto/Vivo e non più Bambino/Morto così com’era partito. Bene… ma il film quando comincia?
Cos’è TMBTP? E’ un film su un personaggio che consegue la sua adultità attraverso un viaggio di iniziazione e memoria. Che passa da Bambino ad Adulto; da fintamente vivo a veramente vivo. E’ questa la struttura scheletrica del film. Non è una struttura certamente nuova, forse è una delle più usate nelle sue diverse declinazioni o varianti possibili. Ma non è questo il problema, anzi, I, problemi. Purtroppo in questo paese, tra le varie scomparse, c’è anche quella della critica cinematografica. Cioè di un consapevole e imparziale giudizio sull’estetica e la qualis (in realzione al suo obiettivo) di un’opera filmica. Ora dire che TMBTP sia un film totalmente mancato non è un giudizio, ma una semplice constatazione. Ovviamente la critica (?) ha gridato al capolavoro.
Allora vediamo perchè noi di KS ci permettiamo di avere questa opinione. Questo è un film che è agito, cioè è drammaturgicamente agito, da un personaggio principale e assoluto che incarna il senso tematico del testo filmico. Un personaggio di questo tipo, inserito in questo schema di narrazione, non può esimersi dall’avere una serie di chiamate forti e inevitabili, di altrettanti forti rinunce alla sua missione, di dilemmi, di tradimenti, di perdite di se stesso e di riconquiste. Di conflitto contro se stesso. Insomma quell’arco daramarksiano che, piaccia o no, variato o variabile sinchè si vuole, ma dal quale è impossibile sfuggire. Nel film di Sorrentino il personaggio interpretato da Penn viaggia piatto, orizzontale; non mette mai nessuna POSTA IN GIOCO! Trascorre didascalicamente, supportato solo dall’originalità fine a se stessa di un impianto visivo seducente e un po’ furbo, da una tappa all’altra del suo viaggio (INTERNO) senza quelle perturbazioni che sono elementi necessari per entrare in empatia con la sua supposta avventura.
La sua chiamata alla crescita, al viaggio, è scarsissima, non preparata, calata da un alto autoriale come una sorta di deus ex machina mascherato. I suoi motivi di “disappunto” sono rappresentati da un suicidio di due ragazzi che seguivano la sua musica e i suoi testi nichilisti e dal fatto che non è quel grande artista che avrebbe voluto essere (cosa che esce in un dialogo con David Byrne). Motivazioni che suonano artificiose, quasi risibili, e inserite come zeppe sotto un tavolo traballante. Dovrebbero essere sufficienti per far partire un personaggio morto alla caccia di un criminale nazista! E’ come dire che un calcio in culo ben assestato per forza d’inerzia ti fa vincere la maratona olimpica! Il film, seppure ad alto livello, viaggia così, inerzialmente. Privo di vere e sincere forze e spinte drammaturgiche che lo facciano avanzare in modo plausibile.
A un certo punto compare una pistola. Penn la compra e noi spettatori pensiamo che voglia far secco il criminale nazista. E’ la pistola più inerte e insignificante della storia del cinema. Lasciando stare la famosa citazione di Godard sull’apparire di una pistola in un film, qui, questo elemento, simboleggia in un modo quasi abbagliante, la mancanza di un vero percorso del protagonista. La pistola a quel punto doveva diventare un cannone e invece si dissolve, scompare. Ancora il personaggio principale non mette in gioco nessuna posta. Ancora non ha compiuto nessun VERO percorso dentro se stesso.
Per meglio comprendere si può applicare sulla narrazione del film di Sorrentino un “carbone” identico per struttura, sebbene apparentemente diverso, come IL VERDETTO di Lumet (sceneggiato da David Mamet e tratto da un libro). Anche lì c’è un personaggio centralissimo che passa da uno stato di morte ad uno di vita compiendo un percorso interno. A differenza del film di Sorrentino quante chiamate, quali e quante poste in gioco, quante fughe e poi ritorni sul luogo del proprio dolore sino alla compiutezza del riscatto finale; quanto “dramma”, azione, ombra di un ciclopico fallimento umano, ci sono e come questi elementi partecipano all’empatia che lo spettatore prova verso il personaggio di Newman!
Lo “Schema” è esattamente lo stesso e non inganni l’On The Road di This Must Be The Place, NON E’ LI’ LA STORIA!! La storia è nel viaggio interno di Penn. Ed è quello che non si compie!! A differenza de IL VERDETTO dove invece il viaggio è talmente compiuto (il viaggio che c’è tra l’essere un uomo morto e quello di essere un uomo vivo) che va oltre, resta in un incredibile “sospeso” con quel sensazionale telefono che squilla, quel telefono finale che squilla, che non smette di squillare. Nel film di Sorrentino non c’è un solo personaggio che cresce, che cambia, che si muove, che compie una parabola, che passa da un punto A a un punto B. Non la moglie. Non la ragazza Dark (personaggio che sembra promettentissimo e che poi scompare). Non il cacciatore di nazisti. Non altri. Nessuno. Ecco perchè è un film inerte, mai innescato, tenuto in vita da pistacchi giganti, grandi idee scenografiche, ma in sostanza tenuto “artificialmente” in vita.
Vi sono poi equivoci strani: la sua chiamata all’appartenenza ebraica, suggerita nella scena della morte del padre, poi vanificata. Un dialogato che si compiace, ecco, questo aspetto merita una certa attenzione. Non esiste, a nostro modestissimo avviso, un dialogo “bello”. Esiste un dialogo che spinge il dramma o che non lo spinge, che apre scenari o non li apre; che “racconta” o non racconta. La bella battuta può essere un pericolo quanto quella sciatta. Qui ci sono alcuni bei dialoghi. Che non servono a niente però. Personaggi che sembrano fondamentali per gli esiti drammatici della vicenda e che poi si dissolvono (la moglie di Penn ad esempio). Anche la figura del cacciatore di nazisti appare ad un certo punto penosamente paternalistica e comunque non aggiunge “percorso” al viaggio mancato del protagonista. Una parola la merita anche l’adeguatezza di Penn a questo personaggio. Su questo non muoviamo nessuna critica, è capitata l’occasione di avere questo big e ovviamente la si è presa, però come “faccia” quella di Penn non ha niente a che vedere con il personaggio. Penn ha una faccia balcanica, da duro, da incursore antivietcong… questo personaggio invece è una specie di Deppstralunato, semiburtoniano, precipitato da un mondo alieno a un mondo feroce (cosa che nel film non si percepisce affatto, che doveva essere un tema a latere fondamentale!). La faccia di Penn è quella più lontana possibile dal personaggio del film di Sorrentino!
Insomma noi amiamo Sorrentino. Tutti quelli che seguono in qualche modo le sorti del cinema italiano lo amano. Perchè è un poeta e, come disse una volta Mita Medici a proposito del “Califfo” (il grande Califano) “I poeti si amano” (sì, noi di KS facciamo citazioni popolari…). Però qui ci è sembrata tirare aria di “operazione” di fumo più che di arrosto.
Tornando a casa Pudovkin non mi ha rivolto parola. Arnaldo tentennava il capo (non ho capito se per le accise o per il film, forse per entrembe le cose). E poi ci siamo sbagliati pure di strada… non, non era proprio quello il posto.
Ascirivicerci, alla prossima!!