SCENEGGIATURA E ARTE MODERNA

I fili. Le tessiture. I punti di congiunzione. Le rimonte. L’ordito di un testo per il cinema è, tra tutti i testi letterari, quello meno riconosciuto (o riconoscibile?) e più interfacciato in se stesso. Tutto il materiale narrativo deve essere “dentro” la sceneggiatura. A differenza di qualunque altro testo letterario che può differire questa autodeterminazione in forme aperte, destrutturate. La sceneggiatura è un corpo. E’ un atto autonomo, molto più del romanzo. Il romanzo ha infinite aperture esterne, è, esso stesso, una enorme apertura esterna. Non ricava da se stesso il necessario. Non è autofago. Non è una net. La sceneggiatura lo deve essere. Ecco perchè, alcune opere di arte moderna, che stanno ricatalogando l’Oggetto Testo in un’altra forma, plastica, organica, materica, si rivolgono per questa operazione al testo sceneggiatura e non al testo romanzo. E, per convenzione, questa decomposizione manuale del luogo sacro della parola scritta, diventa, per lo scrittore (in questo caso per lo scrittore di immagini, posto che ve ne sia altro tipo…) l’assistere all’evento autoptico della propria zona creativa.

Pagine di sceneggiatura che si connettono tramite cavi ombelicali di diverso colore o forma o materia. Che si dislocano in spazi e volumi nuovi. Che acquistano un significato di “campo” e “corpo”, un significato fisico. I dialoghi espiantati dalla loro prossemica o cinesica che diventano un luogo teatrale, ulteriormente interiore. Le installazioni che utilizzano Le Sceneggiature come sorte di aborti evoluti dotati di una cupa vita espressiva inutillizzabile, primitiva e avanzata al tempo stesso;  aborti evoluti di una pazzesca espressività che proietta su carta l’allucinazione di una visione ancora di là dal nascere. E’ un corpo morto la sceneggiatura. Sezionabile. Alcune installazioni hanno giocato direttamente sulla luce e su queste connessioni di cavi tra atti, tra richiami di personaggi, diagrammi di teorie narratologiche specifiche; oppure su avvolgimenti placentari, gelatinosi della pagina, pagina sempre aggettata in profondità spaziali tridimensionali, quasi a evocarne o esorcizzarne la possibile e spaventosa vita successiva di luce e diaframmi. Pagine distribuite sul pavimento, che risalgono muri scabri; pagine rivoltate che entrano in macchine di distruzione e ritornano ricomposte in sensi alterati; dialoghi che tolti dal loro contesto e pensati per un’interpretazione acquistano una inquietante dislocazione… Ecco che l’Oggetto Sceneggiatura, pensato come una cosa, assume una forma ramificata, un ordine quasi naturale, un ritmo di innervature e di vasi che si connettono tra loro, quasi a formare… un organismo.

Se quella della Sceneggiatura è una parola che esige un’altra forma di vita per esistere (quella dell’immagine) allora è una parola che non assolve al compito primario di comunicare direttamente ad un’altra fonte senziente. E’ una parola per sua natura misteriosa, sprofondata. Per sua natura intermediale e illeggibile. Non nelle forme convenzionali almeno. Ecco che l’arte Moderna che, se tale, ridiscute ogni forma di convenzionalità, di ovvio, trova in questo equivoco tra emittente – ricevente, una zona pulviscolare dove la parola e la sua immagine evocata non sono ciò che sembrano. Allora le pagine possono essere forate, legate tra loro da laser di luce che incidono (incidere: radice etimologica di uccidere) e ne proiettano in una forma rotante e infinitamente ciclica fasci di una luce destinata a non diventare mai immagine.

Del resto anche alcuni scrittori di cinema confessano di aver posto sul pavimento i fogli dei loro lavori, soprattuto nei momenti di crisi, per vedere più chiaro lo “Schema”. Oppure di utilizzare fogli colorati o di usare sistemi di sostituzione o giustapposizione della pagina per fare cambi di scene, di atti, di punti di svolta all’interno della struttura. In maniera rozza e funzionale questo non è altro che l’ammissione del corpo (cioè del tutto in sè) sceneggiatura. E’ la sua rappresentazione astratta. Alcuni artisti, gli stessi che usano “documenti testuali postmoderni” come lastre radiografiche o immagini TVCC, hanno compreso la debolezza e il delirio in cui l’oggetto Testo Sceneggiatura afferma la sua esistenza e quindi lo aggrediscono fisicamente in infinite decomposizioni possibili tutte atte a decretarne la finita infinitezza a cui è destinato (pagine, Scene, rilegature, numerazione) sino a rivelarne la debolezza e la sua non identità. 

Ecco che dunque, tra tutte le scritture possibili, addirittura più della poesia, è questo strano testo intermediale, questo strano contentitore di parole che agiscono su un elemento che non esiste(l’immagine) per prevederlo, intercettarlo, quello più misterioso, quello che come “comunicazione” risulta più misterioso e paradossale.

Tra le varie installazioni una in particolare ci ha impressionato (o ci impressionerà?) quella dove una cupa massa di parole in fila distaccate da ogni intestazione, pur conservando l’ordine, perdevano ogni senso e, sotto, i ritagli dei fogli bianchi espiantati dai caratteri. Come una tenebrosa disordinata dominazione del caos sul nulla. Entrambi i “reperti” destinati ad  una (non) esistenza. Posti al  confine tra la parola e la sua evocazione. In un luogo di nulla e mistero. Forse quello dove nascono le storie.

by Kinescrivere.

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