Archivio per la categoria ‘Uncategorized’

GIORNATA CINEMA ITALIANO

Novembre 25, 2009

Breve post solo per segnalare un’ interessante iniziativa del miglior portale di cinema italiano (a nostro avviso) www.cinemaitaliano.info, che coinvolgerà un po’ tutto il territorio nazionale e non solo. Il 26 Novembre 09 infatti, per tutta la giornata, si susseguiranno eventi e proiezioni praticamente nell’intera penisola! Film e incontri con gli autori dalla Sicilia alla Val d’Aosta.

Tra i tanti eventi non possiamo non segnalare, per il suo valore simbolico, quello che si svolgerà a Coppito in provincia di L’Aquila, segnatamente l’evento sarà la proiezione del film MALATEMPORA opera di Stefano Amadio.

Sono stati privilegiati film non notissimi e che hanno spesso avuto distribuzioni difficili ma che esprimono molto bene tutta una serie di fermenti creativi e di espressioni talvolta sorprendenti per originalità e valore artistico.

GOOD MORNING AMAN

Novembre 24, 2009

Tratto da suoi precedenti lavori Claudio Noce, giovane regista romano, si è cimentato nel suo primo lungometraggio dal titolo Good Morning Aman.  Scritto insieme ad Elisa Amoruso, Diego Ribon e la sempre garanzia di una certa solidità in fase di struttura data dalla “famigerata” Heidrun Schleff, il film ha avuto la solita difficile ed estenuante gestazione di ogni opera prima.

Noce proviene dal documentario e dal corto ed è un ex vincitore del Donatello (2005) in questo tipo di formato (ARIA, era il titolo dell’opera). Proprio da un documentario girato su commissione parte la genesi di questo testo.

Come certamente saprete, cari benedetti 24 contattisti agnostici, KS cerca sempre di indagare la ricerca di testo nel Newrealismo (questa è mia  di mia madre e di Arnaldo il benzinaro di Torpignattara cofondatore di KS e c’abbiamo il copyright) italiano del cinema nuovomillenario. Il confronto, purtroppo spesso impietoso, è con il cinema omologo europeo. E’ indubbio che in molti altri paesi, anche di quelli insospettati, vi sia un’ audacia di accostamenti, conflitti, temi, espressività, stili, forme, contrasti, che nel nostro cinema soltanto in scarsa parte e con ancor più scarso successo trovano esito. Credo che questo venga da una “mobilità” delle cose che, anche in nazioni più “povere”, esiste a discapito della nostra stagnazione gattopardesca. Si reitera là dove altri osano e rileggono, là dove altri attuano un confronto con la propria storia (intesa nel senso più ampio del termine) dezavvorrato da complicità formali o di sostanza. Insomma sembra che altrove il concetto stesso di testo assuma una effettiva centralità  non solo per la macchina cinematografica ma per la società nel suo insieme.

Il film di Noce è, in questo senso, una lieta sorpresa. Innanzitutto si inscena una dualità di Tipi Umani, per dirla alla  Sciascia, che hanno una loro ragione nonostante l’assenza di quel bagaglio di accortezze che tanto intrigano i narratologi e i strutturalisti .  Aman, interpretato da un giovane e spontaneo attore non professionista, ragazzo nero italiano ma non italiano, perennemente fuori e sovraesposto a se stesso, e Teodoro, interpretato da un credibile e sorprendente Mastandrea, uomo schiavo e vittima di un suo demone di violenza al limite della malattia mentale, rappresentano una “coppia” strana, aliena a quei procedimenti chiarificatori e rassicuranti che tendono a dare un perchè a tutti i passaggi d’una storia.

Sono, Aman e Saro, due personaggi senza una scaturigine  narrativa, colti nel mezzo o, addirittura, all’estremo. Senza una colpa o un “incidente” che ne giustifichi la loro parabola, esposti così alla critica delle discontinuità strutturali. Sono così, li intercettiamo per tali, nelle loro già avvenute deformità e difformità. Tutte cose che del resto il cinema americano degli anni settanta aveva già insegnato con una destrutturazione delle convenzioni e delle planimetrie tra personaggio e conflitto, tra plot e punti di svolta, o nell’arco di crescita e cambiamento del personaggio (cose che, e ci riferiamo a un recente e bellissimo numero di SCRIPT uscito in occasione del RFF, nulla hanno a che fare con l’eredità della nouvelle vague ma alla ”sola” contemplazione aggiornata della società e degli uomini che la abitano)  . E’ in virtù di questa abiura dei molti passaggi “burocratici” classici che possono esistere certi film di personaggi. Perchè, nonostante quel che si possa pensare, che possano pensare molti teorici, esiste un cinema di “soli personaggi” ed è un cinema che può funzionare benissimo.

Così come Pasolini suddivideva il cinema di Poesia da quello di Prosa esiste anche una divisione tra quello di trama e quello di personaggi. Ora, negli autori italiani, nei giovani autori, ci pare che si stia imponendo una necessità non di cercare storie ma facce. Non intrecci ma identità. Sta trionfando un cinema di storie-personaggi, non di storie-trama. E, soprattutto, sono gli accostamenti arditi, innovativi, eversivi, tra caratteri e umanità disconvenzionate a rappresentare quella leva utile a sollevare un po’ il coperchio della realtà. Forse perchè in una socetà così frammentata, così illeggibile, priva di riferimenti estetico morali utili per un uso convincente nella rilettura attraverso la narrazione, affrontare un racconto sociale significa dover ricorrere a consunti rapporti iconografici- dialettici a cui nessuno crede più. Mentre nel personaggio, nella persona singola o nella coppia di personaggi, c’è modo di riscontrare e reinterpretare quell’anelito di autenticità e di verità che fa la differenza nelle storie tra ciò che è vivo e ciò che non lo è.

Così, anche tra gli autori teatrali più interessanti, penso a Scimone-Sframeli, questo mondo a un massimo di due, questa necessità di autentico, viene inverata dal personaggio, non dalla storia. La storia non va, volutamente, da nessuna parte. Da nessuna che non sia la parte utile alla configurazione migliore del o dei personaggi. Nel “Lo Spaventapasseri” di Schatzberg ci sono due personaggi che viaggiano lungo il margine di un America miserabile e perdente. Smontano la treattificazione lungo un percorso di cose e incontri utili alla mutua confluenza tra la loro imperfetta tragicità e lo sfondo (complessivamente, in questo tipo di storie, un altro personaggio). E’ nel processo, nell’essere lì in quel momento,  che si compiono. Il film di Noce si riferisce a questo tipo di racconto ed è una novità nel cinema italiano che tende per tradizione e acquisizione a completare il racconto cercando una rassicurante circolarità a discapito dello sguardo, talvolta, della profondità.

Ciò che contestiamo fortemente è una regia ipertrofica fatta di inutili primi o primissimi piani, di disturbanti e ingiustificati movimenti di macchina a spalla alternati ad angolazioni dall’espressività incoerente rispetto al valore o al senso drammatico della scena. E’ questa la tipica sindrome da opera prima che spinge gli autori a voler dire tutto e subito. Sarebbe bastata un po’ di sobrietà,  la macchina posizionata qualche metro indietro, un autocontrollo minimo per esaltare la freddezza del racconto, l’irraggiunta distanza tra i due protagonisti, la loro disperata dialettica con il resto del mondo. 

Va anche detto, a testimonianza d’un talento di base che ci pare fortissimo, che alcune scene sono pezzi di antropologia sociale non indifferenti, ci riferiamo ad esempio alla cena, e che nelle occasioni in cui Noce ha bloccato quella benedetta macchina da presa il film prendeva a respirare cinematograficamente in modo regolare e coinvolgente.

Insomma siamo usciti dal cinema con quel senso di occasione non del tutto sfruttata ma anche con la certezza che il racconto si sta dirigendo verso l’individuo per comprendere la società. Questo sguardo profondo, al momento, pare essere assorbito  dal personaggio e non dalla macchinazione narrativa. I giovani autori, forse inconsapevolmente, lo stanno comprendendo e sempre di più si soffermano su di esso o su coppie disfunzionate, pedinandole nella “loro” vicenda, ricavando materiale dall’estremismo in cui si dibattono. Tendenza, peraltro, che è uscita prepotentemente anche nel recente Festival di Torino…

Ne parleremo ancora…

Ascirivicerci, alla prossima

IL FORUM DI SCENEGGIATORI.COM

Novembre 13, 2009

LOGOFORUMbigA breve è stato annunciato il ritorno del forum di www.sceneggiatori.com vogliamo segnalarlo perchè, nelle intenzioni, questa dovrebbe essere, finalmente, quella piazza mediatica in grado di convogliare l’esperto e il neofita, l’aspirante e il professionista di scrittura cine-televisiva e rappresentare quel luogo di ininterrotta discussione e crescita.

Il sito ha visto una ristrutturazione sia nella grafica che nella parte tecnica, per così dire. Il 2.0 è un po’ il “prefisso” di un’ammodernamento tecnologico e si spera anche di contenuti. Chi frequentava il forum prima della sua chiusura sa bene che, purtroppo, era, soprattutto nell’ultimo periodo, diventato un collettore di rancori, ripicche personali, personalismi inutili, insomma tutto ciò che non dovrebbe essere mai un forum e men che meno un forum che si occupa di scrittura. La mancanza di spazi di confronto, di dialogo, di reciproco scambio di conoscenze e informazioni e punti di vista e, da sempre, un male endemico della comunità dei scrittori, o aspiranti tali, di cinema e televisione per cui sprecare ogni occasione di pluralità trasformandole in beghe spesso squallide è un’opportunità mancata di miglioramento singolo e collettivo come autori, inteso nel senso più ampio possibile.

Sono molte le possibilità insite in un “movimento” (inteso come idee, fermenti, osmosi) di questo tipo. Tante le occasioni per sperimentare creatività, discutere didattiche, approfondire temi e tutto con l’opzione di essere una forza, cioè un insieme di persone che vogliono imparare e insegnare per ciò che possono da chiunque e a chiunque.

Nel precedente forum, indegnamente, l’autore di queste righe provò, insieme a un altro utente che poi si dissolse, a  proporre all’interno del forum un discorso legato alle sue potenzialità. Nacque, per pochissimi numeri, una microwebzine, assolutamente dilettantesca, dal nome ULTIMA STESURA il cui link (posto che ne sia rimasta traccia sul web) lo trovate a destra nella colonna dei collegamenti. Ciò detto anch’io partecipai, in alcune occasioni, a polemiche sterili e di questo uso inutile, e quindi dannoso, del forum mi prendo le mie responsabilità.

La novità in questo nuovo forum sarà quella di eliminare il nickname e di intervenire e iscriversi esclusivamente col proprio vero nome e cognome. E’, a nostro avviso, una buona idea che quantomeno obbligherà ad atteggiamenti responsabili e consoni all’uso di una risorsa in qualche modo “pubblica” come può, in un certo senso, essere considerato un forum,88x31Banner chiunque ne faccia parte.

Non so neppure immaginare le potenzialità, le possibilità di una reale e attiva comunità di creativi; le possibili interazioni, i progetti collettivi, gli incontri, insomma credo che ci siano premesse fantastiche. Sta a chi vi farà parte concretizzarle. Staremo a vedere…

Ascirivicerci, alla prossima!

NEWS: RITORNA IL CORSO RAI-SCRIPT

Novembre 11, 2009

88x31BannerDopo un’assenza considerevole ritorna una delle iniziativepiù interessanti riguardo la scrittura per il cinema e la televisione. Il corso RAI-SCRIPT  inizierà il 15 Febbraio 2010 per concludersi a Giugno dello stesso anno. Per notizie e info andate sul sito della dino audino editore www.audinoeditore.it  troverete tutte le informazioni per partecipare. Diciamo subito che esiste un limite di età e che il corso, qualora foste scelti per parteciparvi, richiederà un impegno non indifferente in termini di tempo soprattutto per i corsisti fuori Roma.

La richiesta di notevole materiale narrativo da parte degli organizzatori nei confronti degli aspiranti è una garanzia di scrematura tra coloro che coltivano solo vaghe e inerti ambizioni e quelli che invece si approcciano alla scrittura con reali volontà e assoluta determinazione. 

Il corso prevede tre tipi di frequentatori: i corsisti veri e propri che usciranno da una selezione dei materiali narrativi proposti; gli uditori e gli ospiti. Solo per i primi sarà possibile portare a termine tutto il corso in ogni sua fase e sviluppo. Per gli altri ci sarà comunque la possibilità di vivere un’interessantissima  esperienza.

Come già detto per ogni info e per comprendere bene il meccanismo di tutte le fasi il riferimento è www.audinoeditore.it

Ascirivicerci, alla prossima.

DIETRO I NOSTRI OCCHI di Luc Dardenne

Ottobre 23, 2009

I nostri maledetti 24 contattisti matti e disperatissimi sanno che di tanto in tanto segnaliamo dei libri che riteniamo necessari o quantomeno importanti. La casa editrice ISBN si sta segnalando per alcune uscite editoriali volte alla conoscenza del magic box degli autori, della loro scatola dei trucchi, insomma di tutto quel dietro le quinte creativo che sta dietro un opera cinematografica. In questo senso è molto interessante il libro di Kevin Conroy Scott – SCRIVERE CINEMA in cui l’autore intervista quattordici sceneggiatori tra i più importanti. Il risultato è un lungo viaggio attorno al mondo della parola scritta rivolta alle immagini ma anche a un sotterraneo pianeta di insospettabili paure, incertezze, dubbi, crisi autoriali e umane che i protagonisti a volte confessano apertamente altre lasciano intendere.

Il libro di cui però vi vogliamo parlare è DIETRO I NOSTRI OCCHI di Luc Dardenne (ISBN editore costo 16,50). Ci sono molti motivi per consigliare e suggerire la lettura di questo volume. Innanzitutto l’apparato documentale delle tre sceneggiature scelte che sono esattamente IL FIGLIO – L’ENFANT -  IL MATRIMONIO DI LORNA. La validità di questi testi viene dal fatto che non si tratta di riletture in moviola ma della sceneggiatura utilizzata in lavorazione. Già altre volte abbiamo parlato della pessima abitudine di pubblicare sceneggiature da rilettura moviolistica; si tratta di documenti privi di valore didattico e filologico. Sorvoliamo poi sull’assenza, in queste proposte editoriali, del soggetto o del trattamento, ovviamente originali anch’essi, a corredo della sceneggiatura. Del resto sul buco nero dell’editoria che si occupa di cinema riguardo al Testo del film abbiamo già abbondatemente parlato in altri post.

Le tre sceneggiature dei Fratelli Dardenne (il libro è firmato dal solo Luc ma la presenza in citazione e in sfondo di Jean Pierre è così determinante da comporre quasi una doppia firma di fatto) stupiscono per una secchezza, per un’asciuttezza della composizione, del dialogo, del plot. Va detto che quando un’autore lavora in regia a un suo testo può indubbiamente permettersi di eliminare tutto un apparato di scelte, risoluzioni, atmosfere, che evidentemente ha già ben chiare nel milieu creativo dal quale ha estratto il lavoro di scrittura.

Come diceva Flaiano nulla è più opinabile di una sceneggiatura ed evidentemente la quantità di materia da omettere, a cui rinunciare, è uno di quei dati difficili da offrire a un lettore altro, a uno insomma che non ha il sentimento della storia. Ciò detto va rilevata la pulizia, la godibilità, la scorrevolezza delle sceneggiature citate. E’ inoltre rilevante la costruzione dei dialoghi sempre in levare, volti a estrarre i sensi senza scoprire il meccanismo della sintesi. Dialoghi naturali e brevi. Necessari.

Ma non è solo in questo significativo aspetto di collazione che il libro di Luc Dardenne assume un importante valore. Prima delle tre sceneggaiture menzionate ci sono circa centotrenta pagine di diario. Sì, diario vero e proprio; estratti ordinati cronologicamente di eccezionale rilevanza sia per la comprensione della grande coppia registica ma anche per il valore, la ricerca, la continua e ininterrotta tensione ideale ed etica con il quale Luc Dardenne stila drammatici rendiconti o denuncia improvvisi smarrimenti.

 Sono riflessioni, stralci, spunti, confessioni, ammissioni di insufficienze, di paure, stimoli, appunti di storie viste, lette, udite, insomma un substrato in continuo fermento che è la vera ricchezza di un autore, forse la sua sola, vera, autonoma risorsa. Per i fratelli Dardenne insiste sempre un valore a monte di quello creativo, una necessità di produrre e rilevare un senso etico, “politico”, di estrarre e decantare da ogni dettaglio sparso questo rigore umanistico. L’atto creativo è una lunga maturazione di questa necessità. In tutto l’impianto diaristico che precede le tre sceneggiature viene fuori una specie di dagherrotipo di quel che dovrebbe essere un autore, a quali tensioni e a quali rischi e obblighi è volto.

Il diario di Luc Dardenne non può non far pensare ad alcune riflessioni di Pasolini riguardo il senso e la “violenza” dell’autore; quella subita, di violenza, ma anche quella che impone. E’ un bilanciamento tragico, un filo, un orlo sul quale chi cerca linguaggi, prospettive, interpretazioni, danza col rischio di cadere o di andare dall’altra parte del baratro solo per sapere che in fondo non è importato a nessuno. Che in fondo non fa alcuna differenza.

Chiudiamo con un estratto dal libro (brevissimo, l’editore ci perdonerà, siamo un blog piccolo piccolo senza una lira) che rappresenta un’ intestazione dei nostri tempi cinematografici, letterari, sociali. Leggetelo con attenzione.

 

12/09/1992

Ho l’impressione che molti film siano delle rese in immagine e musica di una meccanica drammatica sempre più triviale, piattamente evidente, senza ombra eccetto quella calcolata del funzionario-ideatore allo scopo di mantenere in allerta il consumatore. Nessuna ombra reale, nessun mistero, nessuna densità, nessuna contraddizione, nessuna domanda senza risposta e soprattutto non quella che tormenta ogni opera d’arte e che è ilnocciolo duro di ogni espressione artistica: chi rifiuta, chi resiste, lotta contro questa espressione?

Ascirivicerci, alla prossima!

 

NEWS: IL RIFF “APRE” AI SOGGETTI

Ottobre 12, 2009

News-news-News—

Il RIFF (Rome Independent Film Festival) per alcuni l’unico vero festival di cinema che si svolge a Roma, da sempre attivissimo su tutto quello che è cinema di fiction o di documentario o corto indipendente, apre ai Soggetti per lungo.

Vara come tutti gli anni un concorso per sceneggiature, ma questa è cosa nota. Per quest’anno www.riff.it la novità viene da un concorso dedicato a Soggetti cinematografici per lungometraggio. Il costo è assolutamente accessibile (10 euro) e il marchio affidabile, a nostro avviso. C’è un premio di mille euro per il vincitore consistente in una sorta di buono di scrittura. Il RIFF ha sempre tentato, con alterne fortune, di seguire i progetti scelti, in questo caso parliamo di sceneggiature, anche nel percorso produttivo. Comunque sul sito sopracitato c’è un area dedicata.

Ascirivicerci, alla prossima!

ANCORA DA UMBERTO D. BREVI CONSIDERAZIONI SUL SOGGETTO

Ottobre 11, 2009

Nel leggere il Trattamento di UMBERTO D. si coglie un altro aspetto fondamentale che, nei migliori soggetti che abbiamo avuto modo di leggere, si evidenzia con quel tipo di chiarezza che fa apparire semplice ciò che invece costa una attenta disciplina. Debordare, divagare, gonfiare tratti della vicenda per lavorarne più sciattamente altri, perdere i nessi, le cause, gli effetti relativi, il bilanciamento tra la “scena” e la narrazione, cadere insomma vittime della storia che si vuol raccontare è un pericolo praticamente costante che corre dal primo all’ultimo rigo.

In Umberto D, nel Trattamento che risulta di circa ventitrè pagine, la scelta di realizzare una Terza Persona Partecipante include la volontà di inquadrare con un “occhio” umano e cinematografico allo stesso tempo ed è gia, di per sé, un limitatore del pericolo di smarrire l’obiettivo del testo che si vuole proporre. Non è una scelta casuale, non si tratta di una scelta formale, a nostro modestissimo modo di vedere ovviamente, è invece una precisa intenzione “registica” e con questo termine intendiamo che la sorgente scelta per suggerire l’evocazione è un Terzo che si pone all’altezza di uno spettatore, ma anche a quella di un soggetto che possiede, sia pure ad uno stato di inerzia, un codice metrico etico di relazione e di giudizio con il tessuto della storia stessa.  E’ un occhio scrivente insomma.

E’, in qualche maniera, una visività narrativa essenzialmente politica  ma che è tale, che è nobilmente tale, proprio perchè non muove mai un passo oltre la soglia consentita, non processa o giudica. E’ un CineOcchio severo nel taglio dei quadri e attivo sino a ciò che gli è dovuto nella complicità di spettatore.

Spesso questa scelta del “punto di osservazione” è un momento che viene risolto dal soggettista in maniera sentimentale, poco razionale, se non liquidata con “una cosa vale l’altra!” E’ evidente che la scelta del punto di vista è già narrazione, è già qualità narrrativa, è già precisa proposta di immagini ed è soprattutto, in una intenzione voluta e ragionata, una lente di precisione dentro la quale lo scrittore saprà indubbiamente collocare tutto il suo materiale testuale  in modo armonico e meno dispersivo. Definito già in origine.

 

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Tutto in Umberto D. è azione. E’ dramma. I suoi spostamenti in una Roma moralmente compromessa eppure umana sono simili a quelli di Ulisse. Le sue imprese sono le stesse, prive soltanto dell’entertenaiment fisico che affascina la platea. Il tentativo di chiedere l’elemosina sormontato da un irresistibile senso della dignità è un gesto di dramma, di azione simile a quello di Ulisse nel ribellarsi alla seduzione di Circe, al suo potere di sgretolamento che infligge agli uomini. Tutti gli atti di Umberto sono epici. Rappresentano il canto di un epopea solo che l’eroe tragico è un essere di umanissima statura colto nella sua gigantezza. Questo però attiene allo spessore spirituale di uno scrittore. Ciò che secondo noi, (cioè io, mi madre e Arnaldo er benzinaro di Torpigna appassionato di formalismo russo invero i fondatori di KS, cioè il blog di cinema meno visitato nella storia del web), è più interessante  notare e rappresenta un modello di mappatura delle storie, è il “riuso” dell’epopea, del mito, dei grandi simbolismi, sminuzzati e  ricomposti riciclati con il mestiere e, nel caso del Zav, con l’arte.

La comparazione di UMBERTO D. con L’ODISSEA potrebbe dar luogo a interessanti similitudini, a collazioni sorprendenti, a usi e riusi dell’arte di affascinare con la narrazione per tramite di un viaggiatore, di uno “scalatore” di difficoltà. E’ ovviamente una nostra miserrima opinione che il buon Zav si sia avvalso di mappe precaricate per condurre dal posto A al posto B la dignità e l’umanesimo di Umberto. Se lo ha fatto, se così è stato, se così fosse stato la nostra ammirazione di molluschi quali siamo sarebbe come minimo raddoppiata! Imitare, tradurre, trasporre, reiterare, copiare, rubare! è il vero, grande, “onesto” lavoro di chi vuole scrivere storie. Più che mai tutto questo se vuole scrivere storie per immagini!

Hammett o Chandler (sì vabbè mo’ Arnaldo nun se ricorda bene, comunque era uno forte…) diceva :”Leggere e imitare. Questo è tutto ciò che serve”.umbertodd

Ecco quindi che per il soggettista forse si rende necessario il possesso di quella valigia di “precaricamenti” che  è la conoscenza dei classici, della scalettatura e della struttura nonchè dei passaggi e degli equilibri formali e di contenuto. Estrarre da questa le impalcature per trattare l’odierno rimodulando linguaggi ed espressività.

Mbè mo’ mi madre ha cotto i tortellini alla panna indi per cui ce li si antiamo a pappà, però, benemeriti, disperatissimi, sesquipedali avventori di kinescrivere in numero sempre decrescente (come si fa a decrescere dallo zero? Bha…) vi diamo appuntamento a tra poco per l’analisi comparata della scaletta di UMBERTO e quella dell’ODISSEA (chiediamo perdono a quelli che studiano veramente ste cose…)

Ascirivicerci, alla Prossima!

THEAUTEURS.COM

Settembre 20, 2009

Sembra che alcune premonizioni da SF sociologica si stiano avverando. Soprattutto per ciò che riguarda i consumi e la loro ritualistica. Il cinema, probabilmente, sarà una delle prime realtà a inverare  tali precognizioni.  La Sala, questo luogo diventato un archetipo autoreferenziale, questo “non” luogo, verrebbe da dire, questo luogo altro da se’, fragile cartilagine tra il sogno e la realtà, tra lo spazio concreto e quello irreale, warmhole temporale, traslazione asincrona di corpi e dimensioni eppure provvista di una sua identità precisa, materiale, strutturale, ebbene, tutto questo, già sgretolato peraltro da una inflattiva torrenzialità di immagini e didascalie, sta tendendo alla sparizione.

Il cinema sarà, o già è, un consumo privato, clandestino(?), postale, appiattendo ancora di più la sua fascinazione, quel potere penetrante  e collettivo dell’immaginazione realizzata, così svalutata ora, mutilata dal suo senso e(ste)tico. Ciò potrebbe non essere un male; certo, la considerazione, quella cioè di un arte, il cinema perlappunto, che ha sclerotizzato la sua proposta più intima e rivoluzionaria a causa di una disturbante cultura e vellicazione dell’immagine alimentare, sessuale e mercantizia, riducendosi a icona come altra, a un enclave di devoti e fedeli tipo feticisti del piede o circolo degli scacchi, viene quantomai attuale accertata la sua sdoganazione da cattedrali che non merita più (la sala dunque) nè economicamente nè per capacità di adunare o sedurre.

Dunque i nuovi postriboli  del testo visivo sono nella reductio degli schermi, nella privatezza del consumo, possibile ovunque e a chiunque. www.theauteurs.com  rappresenta questo nuo953_ppvo tipo di cultura e di consumo. Non crediamo che sia un male, come abbiamo già detto, è soltanto un percorso obbligato. Niente di più in fondo.

theauteurs.com è un sito che offre in streaming miriadi di titoli. Il concetto del sito è più o meno quello di preservare e diffondere o quantomeno rendere disponibile una moltitudine di film che per varie ragioni sparirebbero fisicamente. Sostenuto da Martin Scorsese con la sua World Cinema Foundation sostenuto addiritura dal Programma MEDIA UE ,theauteurs è sostanzialmente una cineteca virtuale che privilegia, il dimenticato, il non visto, lo sconosciuto. Generalmente la visione di un film, previa iscrizione, costa sui 5 euro ma spesso, sia pure per periodi limitati, sono disponibili titoli in completa gratutità.  E’ notevole la qualità dello streaming e questo è indubbiamente uno dei punti di forza del sito.

La sterminata library mondiale di film esistenti assomiglia  oramai alla borgesiana biblioteca di babele e il sito coglie nel recupero di una memoria cinematografica, icononauta, sia pure frammentizia e desordre, il suo senso più nobile. Non è, come qualcuno, equivocando, ha scritto, un luogo per cineasti mancati, per cortometraggisti ramenghi, per indipendentari rancorosi transnazionali bensì si tratta di un deposito, di un magazzino d’oggetti sommersi la cui rinascita è affidata all’utenza, a coloro che cercano nel cinema quel bisogno di comprensione, di empatia, di prospettiva altra necessaria per intraprendere la contemporaneità.

Del resto, a ben guardare, un sito come questo non fa che interpretare la funzione dei cineclub, dei cineforum, ora come allora per scoprire una cinematografia sepolta ingiustamente, censurata (dal punto di vista del mercato intendiamo), invisibile. E’ quindi tutta la cinematografia mondiale, dalla turca alla giapponese, dall’indiana all’africana, a essere chiamata e resurrezione. Come se il cinema viaggiasse in un futuro retroattivo. Questo ritroso davanti a noi è il cuore pulsante di un’operazione simile ed è forse la stessa sfida ardua che gli autori debbono intraprendere.

La memoria dell’immagine e della parola, ma anche la sua riproiezione poichè queste due istanze non restano inerti: lontanamente, da luoghi e spazi e tempi sconnessi cercano una prossimità; immagini che si reiterano, parole e personaggi che compiono il loro ciclo per reincarnarsi. Tutta l’immagine e l’immaginazione sepolta che torna (a volte) per dirci che sono esistiti film turchi, filippini, cileni, uomini (e no) persone e personaggi ai quali non ci possiamo sottrarre né come autori né come spettatori.

Dunque la Sala, la Sala Cinematografica, non è un luogo destinato alla sparizione ma alla mutazione e, probabilmente, il quesito vero non sta nelle storie, nel sense of wonder, nell’immaginario collettivo, per il cinema, per la narrazione in generale, si tratta di ridiscutere gli spazi, gli spazi fisici, i confini cartacei e mentali insieme. Di ridiscutere l’indiscusso, l’indiscutibile forse. Niente paura però, nel difficile compito, ci sorreggeranno i morti, le storie inascoltate o che non ci hanno detto. Allora viva i dimenticati.

www.theauteurs.com

Ascirivicerci, alla prossima!

(NON CI SIAMO DIMENTICATI! PROSSIMI POST SUL SOGGETTO CINEMATOGRAFICO.  PROSEGUIREMO CON CONSIDERAZIONI E NOTE GIA’ AVVIATE NEI POST PRECEDENTI)

NEWS CONCORSI

Settembre 9, 2009

SACT_-_logo_2Salve! Le vacanza so’ finite (invero non sono mai cominciate…) I soldi so’ finiti (idem come parente precedente) a Venezia la Canalis si è fidanzata con Clooney… ci aspetta la H51n1, insomma quella roba lì, e per la crisi dice che passa il prossimo autunno…bha! Comunque, se qualche pazzoide volesse cercare uno spiraglio tra il nepotismo ceauceschiano imperante, segnaliamo qualche concorsino, hai visto mai!

La ZOETROPE ALL STORY, marchio del buon Coppola, indice un contest per racconti entro le 5000 parole. Dovete registrarvi al sito – invio via file- Quindici dollari per partecipare. Inviare entro il primo ottobre. Graditi invii dall’estero ma ovviamente in lingua inglese!  Per altre informazioni andate sul sito oppure inviate una mail a contests@all-story.com (i costi di traduzione sono alti, per cui sequestrate qualcuno che sappia l’inglese USA!)

Sulla Zoetrope torneremo nei prossimi post a proposito del loro lavoro nella ricerca d’una faglia di confine tra la narrativa e la scrittura per immagini; tra la short story e il soggetto. Alcuni anni fa la Mondadori, nella collana Piccola Biblioteca, pubblicò il meglio della produzione di questa sorta di Factory dedicata alla scrittura: Zoetrope: All Story (il meglio della short story americana contemporanea) circa undici testi a cavallo tra il racconto e il soggetto con una stupenda e poetica introduzione del buon vecchio Francis! Ne riparleremo.

C’è poi il Premio Italo Calvino Edizione XXII almeno trenta cartelle -accettate anche raccolte di racconti- costo 60 euri (dico euri!) tema libero ma non dovete essere stati pubblicati da altre parti. www.premiocalvino.it

L’attivissimo Solinas ormai spazia tra tutti i generi dal documentario alla fiction! Infatti il concorso indetto dal PremioSolinas con la collaborazione della SACT verte proprio sulla fiction. Si cercano idee nuove per progetti originali. Sceneggiature puntata pilota per serie 50 min. Troverete anche il formato Master che dovrete usare per scriverla. www.premiosolinas.org  – www.pilotiperserie.tv  costo 120 euro – scade il 30 novembre 2009.

Questo spazio delle news sarà una delle novità di KS per questa nuova fantasmagorica stagione! KS: il sito di cinema meno visitato nella storia del web!!

Ascirivicerci, alla prossima!

 

 

 

 

2 -SUL SOGGETTO CINETELEVISIVO – A RITROSO: IL TEMA PRIMA DEL SOGGETTO

Agosto 8, 2009

Sul numero 1 di questa mini inchiesta sul Soggetto cinematografico ci eravamo lasciati con il dubbio che la cosidetta “Sceneggiatura zoppicante o mancante o debole o incompiuta o qualunque cosa d’altro” è, in realtà, un testo che si porta dietro le falle del suo predecessore: proprio lui, il soggetto

Un testo scarno, scarso, convenzionale, povero, avrà inesorabili ricadute sulla scrittura di servizio per eccellenza qual’è la Sceneggiatura. Altresì avevamo teorizzato che un soggetto debole nasca da un Tema debole anch’esso o non correttamente valutato o maturato.

Il TEMA dunque. Il tema è il motore (a nostro avviso il tema più che il conflitto) di una narrazione. A questo proposito ci rifaremo a quel caposaldo di qualunque scrittore per immagini che rappresenta il testo, recentemente ristampato: DAL SOGGETTO ALLA SCENEGGIATURA – COME SI SCRIVE UN CAPOLAVORO: UMBERTO D. (Ed MUP Eu 15)

Spesso mi sono chiesto quale fosse il tema di UMBERTO D: forse la dignità? forse il “Dovere di vivere”?, forse la solitudine? Ecco, ripensandoci, ci rendiamo conto che non c’è un tema preciso ma un incontro di questi e che quindi IL TEMA non è un’intestazione anteriore a tutto il cascame di scrittura a venire ma il fondamento “sentimentale” del testo. Questa primissima fase di nettezza, di pulitura, di identificazione del dramma (inteso anche come azione) è un’ altro, per come la vediamo noi, punto dolens di molta cinescrittura nostrana. Invero è una fase embrionale sommamente controversa che tende a sfuggire e a rivelarsi, a mo’ di sberleffo, soprattutto dopo, quando non serve più, che prima, dove invece indicherebbe quantomeno tutto ciò da scartare che svia o devia da ciò che vorremmo dire. La vera sinossi, per chi scrive non per chi legge, è proprio nell’esatta identificazione del tema che vogliamo trattare. Spesso, poi, tra tema e argomento si produce una strana commistione di sensi e di ruoli. Se il Tema  di Umberto D è la Dignità, L’Argomento è la quasi impossibile sussistenza economica di chi dopo una vita di lavoro va in pensione. Se uno ci riflette bene l’Argomento è quasi un tema, eppure la separazione di queste due istanze è, sempre a nostro modesto avviso di semplici appassionati e spettatori, una delle primissime operazioni chirurgiche che il Soggettista deve compiere

Il libro sopracitato è uno dei rari casi editoriali (nei prossimi post riporteremo titoli di raccolte di soggetti) in cui vengono riprodotti tutti i passaggi canonici dell’elaborato testuale di un film IDEA-SOGGETTO-TRATTAMENTO-SCALETTA-SCENEGGIATURA. Non ci lagneremo mai abbastanza della pochezza editoriale inerente il Soggetto Cinetelevisivo è l’assenza di uno specializzato studio e compendio dei soggetti realizzati, categoria letteraria totalmente ignorata e bistrattata in particolare e sembra assurdo dirlo, dagli specialisti del settore. Proprio per questa ragione un testo che consente, anche grazie ad altri documenti, una sorta di collazione progressiva dei passaggi testuali di un opera, è una sosta fondamentale per chi intraprende il viaggio della scrittura per immagini.

6 pagine  (35 righepagina)per il Sogg – 23 per il trattamento – 27 punti di scaletta- 120 pagine sceneggiatura. Questi i freddi dati numerici di un capolavoro. Il SOGGETTO è di sei pagine ed inizia con l’antipoetico ma ormai famosissimo “Che cos’è un vecchio? I vecchi puzzano, disse una volta un ragazzo.”

Il soggetto è scritto in terza persona e questa era una tendenza comune nella stesura sino direi agli anni ottanta dove, invece, è iniziata a comparire con più frequenza la prima persona. Fatto questo che a nostro parere è avvenuto per una sorta di commistione tra il racconto e il soggetto, comunque, per tornare a  UMBERTO D, la prima immagine è quella di un corteo, un corteo di protesta di anziani pensionati per un utopico aumento.

E’ l’immagine immediata resa in scrittura; quindi parte una lunga descrizione di Umberto, dei suoi ambienti, delle sue “circostanze”, dei suoi problemi individuali. E’ interessante questo passaggio poichè non c’è un movimento narrativo in avanti per via di azioni ma si precisano e si inquadrano drammaturgicamente in premessa e in divenire le motivazioni e le esigenze, materiali e morali del personaggio, il suo rapporto e conflitto etico con gli altri personaggi, lo sfondo sociale e urbano che guata alle spalle del protagonista sino a ricercare una sua forma autonoma di identità narrativa. Dopo questa descrizione “attiva” siamo pronti a ricevere “dramma”, azione, con un bagaglio di nozioni già profonde rispetto al personaggio centrale della vicenda e a molti altri di primo o secondo piano.

L’effettivo e successivo passaggio, movimento per meglio dire, inizia con il malore di UMBERTO D. Siamo alla terza pagina del Soggetto e l’episodio dell’ospedale è simile a quello iniziale: una disperazione privata che diventa una rivolta collettiva senza esito. Umberto esce dall’ospedale dove avrebbe voluto restare ancora per la mera sopravvivenza e qui appare un elemento fondamentale: il suo cane. Il cane che aveva dato in affidamento e che per caso vede rinchiuso dentro a un sacco destinato a una terribile fine. In realtà il cane è già stato presentato nella descrizione attiva di cui sopra ma l’episodio della sua tentata soppressione gli aggiunge materia drammatica nel rapporto contestuale con il resto degli eventi.

Da questo episodio Umberto prende forza (il soggetto prende forza) e il conflitto con la pensionante e il resto del mondo diventa frontale. Il cane assume quella potenza narrativa che si giustificherà meglio in seguito. Se mai esiste un sottoelemento che subisce, nel corso di un arco narrativo, un caricamento drammaturgico semplicemente perfetto questo è il cane Flaik nel soggetto di Zavattini! Questa è, nella narrazione in genere, una delle qualità segrete che fanno la differenza in un testo (sempre secondo la nostra modestissima opinione naturalmente). Un esempio straordinario, direi quasi “spettacolare” di questa disvelazione della stessa prospettiva etica, arriveremo a dire quasi escatologica, di ciò che si vuol narrare è in tutta la produzione di Flannery O’Connor.

Racconti come La Schiena di Parker esprimono con nettezza la necessaria capacità di nascondere e rivelare successivamente il vero protagonista del fatto, della cosa, il concreto obiettivo dell’esigenza testuale e, nel caso del nostro soggetto, tutta l’energia drammatica non verte su UMBERTO, ma sul cane! Di ciò ovviamente sapremo rendercene conto solo alla fine!

Il soggetto prosegue nel pedinamento di questa coppia umana alle prese con la necessità di sopravvivere, in tutti i sensi possibili, per giungere finalmente a vivere con la corsa finale nel parco tra il pensionato e Flaik. Corsa che, peraltro, è stata ed è tuttora interpretata in varia maniera.

Insomma nel soggetto di UMBERTO D si dispiega un’ampiezza e un equilibrio di scrittura  dove tutto il materiale descrittivo collabora attivamente all’azione che può, quindi, materializzarsi con cadenze “elementari” e passaggi successivi chiaramente demarcati. Questa della Descrizione Attiva è una carattersitica dei soggetti migliori che abbiamo letto. La capacità di fondere l’ambiente con le azioni e di non dover ripassare sopra i personaggi per sostenerne la veridicità, la tridimensione dei stessi. 

L’Effetto Michelin di cui, giustamente, Vincenzo Cerami parla nel suo Consigli a Un Giovane Scrittore, è proprio, secondo noi, questa assenza di “intonaco” di “base” che è espressa appunto dalla descrizione attiva degli ambienti, dei caratteri che lo abitano, dei codici e tipi umani che la compongono affinchè si raggiunga la dialettica necessaria tra il personaggio, le cose e le azioni, sempre in relazione al Tema che si è stabilito. Il Michelin sarebbe quel disquilibrio, quella disomogeneità, tra i vari corpi caldi del testo tanto da favorirne alcuni (personaggio, intreccio, descrittività ecc) a dispetto di altri. Generalmente quegli elementi dove l’autore si sente più forte o più ispirato.

Due, tre pagine iniziali di descrizione attiva, di inquadramento socio-ambientale-caratteriale rappresentano un investimento tecnico per tutta la narrazione a seguire. Certo, qui è messa al bando la sciattezza da opuscolo o la sintesi da spot. Va colta tutta la cifra  di voci e dettagli  e di assiemi che saranno funzionali allo sviluppo della vicenda  e del conflitto.

Per ora ci fermiamo qui; nei prossimi post parleremo ancora molto di UMBERTO D soprattuto su ciò che riguarda il Trattamento del soggetto e quindi la sua dilatazione letteraria e d’immagini. Qualche studioso di lettere moderne indagherà sui nessi tra Zavattini e Flannery O’ connor. Tra il soggetto e il racconto. Alcuni, come la ZOETROPE – ALL STORY di F.F. COPPOLA pensano che il confine sia limitativo, sia inesistente a prescindere, e che la narrazione debba tentare tutte le vie per arrivare a qualcuna. Qui, da noi, in Italia, tra ristrettezze di un mercato asfittico, nepotismi e quant’altro che è inutile ripetere, sperimentazioni e possibilità sembrano precluse. Eppure la nostra gigantesca tradizione ci chiama, ci impone, a una autonomia creativa, a una identità culturale, a una costante ricerca. Dati che, purtroppo, almeno ad oggi, solo parzialmente vediamo esplorati e soltanto da pochi e coraggiosi incursori che non si rassegnano alla piattezza della visività e dell’immaginazione offertaci. 

Nei venturi post dedicati al soggetto commenteremo anche alcuni tra i migliori lavori pubblicati da CinemaZero nella raccolta dedicata al Premio Sacher dei primi anni duemila.

Ascirivicerci! alla prossima!