Sul numero 1 di questa mini inchiesta sul Soggetto cinematografico ci eravamo lasciati con il dubbio che la cosidetta “Sceneggiatura zoppicante o mancante o debole o incompiuta o qualunque cosa d’altro” è, in realtà, un testo che si porta dietro le falle del suo predecessore: proprio lui, il soggetto
Un testo scarno, scarso, convenzionale, povero, avrà inesorabili ricadute sulla scrittura di servizio per eccellenza qual’è la Sceneggiatura. Altresì avevamo teorizzato che un soggetto debole nasca da un Tema debole anch’esso o non correttamente valutato o maturato.
Il TEMA dunque. Il tema è il motore (a nostro avviso il tema più che il conflitto) di una narrazione. A questo proposito ci rifaremo a quel caposaldo di qualunque scrittore per immagini che rappresenta il testo, recentemente ristampato: DAL SOGGETTO ALLA SCENEGGIATURA – COME SI SCRIVE UN CAPOLAVORO: UMBERTO D. (Ed MUP Eu 15)
Spesso mi sono chiesto quale fosse il tema di UMBERTO D: forse la dignità? forse il “Dovere di vivere”?, forse la solitudine? Ecco, ripensandoci, ci rendiamo conto che non c’è un tema preciso ma un incontro di questi e che quindi IL TEMA non è un’intestazione anteriore a tutto il cascame di scrittura a venire ma il fondamento “sentimentale” del testo. Questa primissima fase di nettezza, di pulitura, di identificazione del dramma (inteso anche come azione) è un’ altro, per come la vediamo noi, punto dolens di molta cinescrittura nostrana. Invero è una fase embrionale sommamente controversa che tende a sfuggire e a rivelarsi, a mo’ di sberleffo, soprattutto dopo, quando non serve più, che prima, dove invece indicherebbe quantomeno tutto ciò da scartare che svia o devia da ciò che vorremmo dire. La vera sinossi, per chi scrive non per chi legge, è proprio nell’esatta identificazione del tema che vogliamo trattare. Spesso, poi, tra tema e argomento si produce una strana commistione di sensi e di ruoli. Se il Tema di Umberto D è la Dignità, L’Argomento è la quasi impossibile sussistenza economica di chi dopo una vita di lavoro va in pensione. Se uno ci riflette bene l’Argomento è quasi un tema, eppure la separazione di queste due istanze è, sempre a nostro modesto avviso di semplici appassionati e spettatori, una delle primissime operazioni chirurgiche che il Soggettista deve compiere
Il libro sopracitato è uno dei rari casi editoriali (nei prossimi post riporteremo titoli di raccolte di soggetti) in cui vengono riprodotti tutti i passaggi canonici dell’elaborato testuale di un film IDEA-SOGGETTO-TRATTAMENTO-SCALETTA-SCENEGGIATURA. Non ci lagneremo mai abbastanza della pochezza editoriale inerente il Soggetto Cinetelevisivo è l’assenza di uno specializzato studio e compendio dei soggetti realizzati, categoria letteraria totalmente ignorata e bistrattata in particolare e sembra assurdo dirlo, dagli specialisti del settore. Proprio per questa ragione un testo che consente, anche grazie ad altri documenti, una sorta di collazione progressiva dei passaggi testuali di un opera, è una sosta fondamentale per chi intraprende il viaggio della scrittura per immagini.
6 pagine (35 righepagina)per il Sogg – 23 per il trattamento – 27 punti di scaletta- 120 pagine sceneggiatura. Questi i freddi dati numerici di un capolavoro. Il SOGGETTO è di sei pagine ed inizia con l’antipoetico ma ormai famosissimo “Che cos’è un vecchio? I vecchi puzzano, disse una volta un ragazzo.”
Il soggetto è scritto in terza persona e questa era una tendenza comune nella stesura sino direi agli anni ottanta dove, invece, è iniziata a comparire con più frequenza la prima persona. Fatto questo che a nostro parere è avvenuto per una sorta di commistione tra il racconto e il soggetto, comunque, per tornare a UMBERTO D, la prima immagine è quella di un corteo, un corteo di protesta di anziani pensionati per un utopico aumento.
E’ l’immagine immediata resa in scrittura; quindi parte una lunga descrizione di Umberto, dei suoi ambienti, delle sue “circostanze”, dei suoi problemi individuali. E’ interessante questo passaggio poichè non c’è un movimento narrativo in avanti per via di azioni ma si precisano e si inquadrano drammaturgicamente in premessa e in divenire le motivazioni e le esigenze, materiali e morali del personaggio, il suo rapporto e conflitto etico con gli altri personaggi, lo sfondo sociale e urbano che guata alle spalle del protagonista sino a ricercare una sua forma autonoma di identità narrativa. Dopo questa descrizione “attiva” siamo pronti a ricevere “dramma”, azione, con un bagaglio di nozioni già profonde rispetto al personaggio centrale della vicenda e a molti altri di primo o secondo piano.
L’effettivo e successivo passaggio, movimento per meglio dire, inizia con il malore di UMBERTO D. Siamo alla terza pagina del Soggetto e l’episodio dell’ospedale è simile a quello iniziale: una disperazione privata che diventa una rivolta collettiva senza esito. Umberto esce dall’ospedale dove avrebbe voluto restare ancora per la mera sopravvivenza e qui appare un elemento fondamentale: il suo cane. Il cane che aveva dato in affidamento e che per caso vede rinchiuso dentro a un sacco destinato a una terribile fine. In realtà il cane è già stato presentato nella descrizione attiva di cui sopra ma l’episodio della sua tentata soppressione gli aggiunge materia drammatica nel rapporto contestuale con il resto degli eventi.
Da questo episodio Umberto prende forza (il soggetto prende forza) e il conflitto con la pensionante e il resto del mondo diventa frontale. Il cane assume quella potenza narrativa che si giustificherà meglio in seguito. Se mai esiste un sottoelemento che subisce, nel corso di un arco narrativo, un caricamento drammaturgico semplicemente perfetto questo è il cane Flaik nel soggetto di Zavattini! Questa è, nella narrazione in genere, una delle qualità segrete che fanno la differenza in un testo (sempre secondo la nostra modestissima opinione naturalmente). Un esempio straordinario, direi quasi “spettacolare” di questa disvelazione della stessa prospettiva etica, arriveremo a dire quasi escatologica, di ciò che si vuol narrare è in tutta la produzione di Flannery O’Connor.
Racconti come La Schiena di Parker esprimono con nettezza la necessaria capacità di nascondere e rivelare successivamente il vero protagonista del fatto, della cosa, il concreto obiettivo dell’esigenza testuale e, nel caso del nostro soggetto, tutta l’energia drammatica non verte su UMBERTO, ma sul cane! Di ciò ovviamente sapremo rendercene conto solo alla fine!
Il soggetto prosegue nel pedinamento di questa coppia umana alle prese con la necessità di sopravvivere, in tutti i sensi possibili, per giungere finalmente a vivere con la corsa finale nel parco tra il pensionato e Flaik. Corsa che, peraltro, è stata ed è tuttora interpretata in varia maniera.
Insomma nel soggetto di UMBERTO D si dispiega un’ampiezza e un equilibrio di scrittura dove tutto il materiale descrittivo collabora attivamente all’azione che può, quindi, materializzarsi con cadenze “elementari” e passaggi successivi chiaramente demarcati. Questa della Descrizione Attiva è una carattersitica dei soggetti migliori che abbiamo letto. La capacità di fondere l’ambiente con le azioni e di non dover ripassare sopra i personaggi per sostenerne la veridicità, la tridimensione dei stessi.
L’Effetto Michelin di cui, giustamente, Vincenzo Cerami parla nel suo Consigli a Un Giovane Scrittore, è proprio, secondo noi, questa assenza di “intonaco” di “base” che è espressa appunto dalla descrizione attiva degli ambienti, dei caratteri che lo abitano, dei codici e tipi umani che la compongono affinchè si raggiunga la dialettica necessaria tra il personaggio, le cose e le azioni, sempre in relazione al Tema che si è stabilito. Il Michelin sarebbe quel disquilibrio, quella disomogeneità, tra i vari corpi caldi del testo tanto da favorirne alcuni (personaggio, intreccio, descrittività ecc) a dispetto di altri. Generalmente quegli elementi dove l’autore si sente più forte o più ispirato.
Due, tre pagine iniziali di descrizione attiva, di inquadramento socio-ambientale-caratteriale rappresentano un investimento tecnico per tutta la narrazione a seguire. Certo, qui è messa al bando la sciattezza da opuscolo o la sintesi da spot. Va colta tutta la cifra di voci e dettagli e di assiemi che saranno funzionali allo sviluppo della vicenda e del conflitto.
Per ora ci fermiamo qui; nei prossimi post parleremo ancora molto di UMBERTO D soprattuto su ciò che riguarda il Trattamento del soggetto e quindi la sua dilatazione letteraria e d’immagini. Qualche studioso di lettere moderne indagherà sui nessi tra Zavattini e Flannery O’ connor. Tra il soggetto e il racconto. Alcuni, come la ZOETROPE – ALL STORY di F.F. COPPOLA pensano che il confine sia limitativo, sia inesistente a prescindere, e che la narrazione debba tentare tutte le vie per arrivare a qualcuna. Qui, da noi, in Italia, tra ristrettezze di un mercato asfittico, nepotismi e quant’altro che è inutile ripetere, sperimentazioni e possibilità sembrano precluse. Eppure la nostra gigantesca tradizione ci chiama, ci impone, a una autonomia creativa, a una identità culturale, a una costante ricerca. Dati che, purtroppo, almeno ad oggi, solo parzialmente vediamo esplorati e soltanto da pochi e coraggiosi incursori che non si rassegnano alla piattezza della visività e dell’immaginazione offertaci.
Nei venturi post dedicati al soggetto commenteremo anche alcuni tra i migliori lavori pubblicati da CinemaZero nella raccolta dedicata al Premio Sacher dei primi anni duemila.
Ascirivicerci! alla prossima!