PINO BORSELLI INTERVISTA

Maggio 19, 2009 di kinescrivere

Alla sala 3 del NUOVO CINEMA AQUILA, spazio ormai quasi istituzionalmente dedicato al cinema sommerso, abbiamo assistito alcuni giorni fa a  SOLITUDO opera prima di PINO BORSELLI. Con la solita faccia tosta che ci contraddistingue KS, ovvero il blog meno frequentato nella storia del web, è andato a rompere le scatole al regista per scambiare quattro chiacchiere sul film.

SOLITUDO è un’ opera girata  in un curatissimo digitale, in B/N, e si tratta di un lavoro composito e articolato per tentativi di linguaggio di espressività e visività. Certo un film non pensato commercialmente ma realizzato con l’intenzione di sviluppare il tema dell’immagine e dell’aspetto visivo. Completamente girato al Pigneto (quartiere romano estremamente vitale e contradditorio diventato attualmente una sorta di set a cielo aperto: guardare il post dedicato a QUESTIONI DI CUORE) SOLITUDO lavora anche all’interno del quadro fisso, dei campi, nei movimenti, cercando di rendere gli scorci e i luoghi del quartiere parti attive del contesto narrativo. La Storia vede uno strano e silenzioso personaggio attraversare una foresta umana di sofferenze metropolitane ascoltandone le confessioni, le amarezze, le violenze e le loro fragili umanità.

Regista di premiati corti, oramai romano adottivo, illustratore, fumettista, (ha lavorato anche con ANDREA PAZIENZA e in testate storiche come FRIGIDAIRE) BORSELLI per questo film si è avvalso di una factory collaborativa ormai collaudata negli anni cosa che, come sentiremo, gli ha consentito di ottimizzare costi e tempi.

Il film è anche cosparso di alcuni simbolismi e riferimenti abbastanza alti disposti comunque non in modo snobistico ma funzionale alla vicenda. Forse le critiche maggiori sono riferibili a una sceneggiatura incerta sul cosa voler dire, poco equilibrata con la ricerca visiva che è senz’altro il tentativo, la parte più nobile dell’intero progetto. BORSELLI è anche lo sceneggiatore e, probabilmente, il mix delle due espressioni, registica e di scrittura, non ha raggiunto un livello di compatibilità chiaramente definito.

Ciò detto si tratta di un film che merita di essere visto proprio per questa sua vocazione al valore dell’immagine in quanto tale, un cinema che vuole essere altro dall’omologazione ufficiale del fotogramma, del quadro, della sequenza attualmente propinato al pubblico cinematografico e televisivo.

KS – Grazie Pino per il tempo che ci concedi. Per cominciare dicci qualcosa (a noi e ai nostri 24 contattisti maledetti…) a proposito del film, della sua genesi-

BORSELLI – In realtà questo film era stato fatto per andare ai festival. Poi l’anno scorso, in occasione dell’apertura del Nuovo Cinema Aquila e di alcune iniziative legate al territorio del quartiere, ebbi modo di farlo vedere ai gestori e piacque molto. Dovevamo ancora ultimare delle questioni burocratiche per cui il film poi è stato proiettato in sala solo recentemente. Ma come ti ho detto in origine non era stato pensato per una immediata programmazione  ma per la partecipazione ai festival.

KS – LA “SOLITA VITA” DEI FILM INDIPENDENTI INSOMMA?

BORSELLI – Esatto. Solo che sinora questa “vita” ancora non c’è stata. Abbiamo collezionato un piccolo record negativo: su circa venti festival a cui l’abbiamo proposto abbiamo ricevuto molti complimenti ma anche venti rifiuti. E’ ovvio che per un creativo, per me e tutta la mia squadra, non riuscire a rendersi visibili dopo essersi fatti un mazzo non indifferente è cosa non gradevole. Ciò detto c’è anche un motivo di orgoglio perchè probabilmente il nostro lavoro era talmente fuori dall’ordinario e con qualche originalità tale da spiazzare i selezionatori! Abbiamo certamente realizzato un’opera non modaiola o di tendenza ma completamente dedita al cinema, a quel cinema che ci piace fare.

KS –   COME NASCE SOLITUDO?

BORSELLI – Io è da venti anni che cerco di fare un film! Ho girato diversi cortometraggi alcuni dei quali hanno raccolto premi e consensi. Ho “rischiato” di fare un lungo ma sul più bello sono stato “accannato”, come si dice qui a Roma . Poi abbiamo cercato di realizzare un film con i contributi ministeriali. Ora per spiegarti questo stranissimo mondo servirebbe non un’intervista ma un volume a parte, lasciamo perdere per carità di patria. Insomma i fondi non ci sono stati concessi e allora abbiamo deciso di girare comunque, non lo stesso film, quasi come reazione all’inaccessabilità creativa a cui vieni relegato dalle istituzioni ufficiali. Questo anche grazie alla piccola Crew che ho realizzato e con cui lavoro da tempo: dal direttore della fotografia all’executive producer, insomma una “squadra” affiatata e affamata di cinema. Volevamo fare qualcosa che rappresentasse il percorso che stavamo facendo. Anche per questo abbiamo fondato una piccolissima casa di produzione (Outsiders MOVIE)

KS –   La sensazione, guardando il tuo film è che, dall’ottica testuale, si tratti più di un lavoro di Storyboard che di Soggetto-trattamento-scaletta-sceneggiatura, insomma il lavoro classico di scrittura.

BORSELLI – Indubbiamente abbiamo puntato molto ad un ambito estetico visivo ma anche con una forte connotazione narrativa. E’ vero che in alcuni casi la parola, l’uso della parola, è stata un’aggiunta a un dato visivo che, per ragioni economiche, in taluni casi non siamo riusciti ad ottenere. Alcuni dialoghi hanno ricoperto questo compito. L’intenzione iniziale era quella di sviluppare un progetto quasi totalmente cinematografico ma abbiamo dovuto raggiungere un compromesso per quei motivi logistici di cui ti ho parlato. Ciò detto l’impianto della vicenda diviso in quattro “movimenti”   era assolutamente narrativo.   Il film è stato pensato anche come una mescolanza di linguaggi cinematografici anche se il plot di base era sostanzialmente molto semplice. Ho mescolato un po’ le carte perchè mi piaceva inserire tutto quello che era forma – linguaggio.

KS –   Una sceneggiatura aperta quindi, insomma pronta ad accogliere idee diverse.

BORSELLI – In questo senso sì, se però intendi con “aperta” quella di modificarsi in corso di riprese assolutamente no! In un film indipendente, piccolo come il nostro, ogni secondo ed ogni euro deve essere messo a bersaglio! La sceneggiatura era blindatissima! Il film è stato girato in diciassette giorni!

KS – Nel film mi hanno molto colpito i due monologhi: quello di Pulcinella e quello del clochard. Notevoli dal punto di vista della scrittura ed eccezionali per ciò che riguarda le interpretazioni!

BORSELLI – Sì, hai detto bene, sono state veramente grandi le interpretazioni. Ciro Damiano ha già avuto altre esperienze cinematografiche e a proposito del personaggio del clochard si tratta di uno tra i migliori attori di teatro in Italia. 

KS – Si tratta di due parti “parlate” molto classiche ma di grande intensità.

BORSELLI – Lì c’era un intenzione precisa. Come avrai visto ci sono quattro pezzi singoli. Il nano che apre il film, Ciro, Sebastiano il clochard e poi il tenore alla fine del film, ebbene, almeno nelle intenzioni, ognuno rappresentava un modello storico espressivo di recitazione: il primo è l’attore di strada; il secondo la commedia dell’arte; il terzo l’ambito attoriale espressivo classico e il quarto la cantata. Insomma, tra le righe, ho cercato anche queso tipo di rimandi e di citazioni. Tutto ciò sempre per riprendere il discorso sulla mescolanza degli stili. E’ una metodologia che cerco di adottare spesso nei lavori che eseguo, questo anche per avere uno sguardo diverso.

KS – Hai fatto benissimo a sottolinearlo. Ripensandoci ora questa diversa prospettiva di linguaggi si avvertiva nel totale del film e questi particolari confermano l’interessante  lavoro preparatorio. A proposito, quanto è costato SOLITUDO

BORSELLI – Diciassette giorni di riprese e circa seimila euro. Tutti hanno sposato il progetto in gratuità. Poi con l’Executive che lavora da sempre con me abbiamo fatto un calcolo e se avessimo dovuto pagare tutti, ovviamente al minimo, rispettare qualsiasi spesa canonica, il film sarebbe venuto a costare tra gli ottantamila e i novantamila euro. Ti dico questo a dimostrazione del fatto che c’è una generazione di tecnici e di autori che, pur non essendo assolutamente contemplati o sostenuti dalle istituzioni ufficiali,  sanno lavorare in modo straordinariamente efficace e che sono in grado di ottenere prodotti, indipendentemente dal valore intrinseco dei film, di notevole livello e professionalità. Persone che riescono a realizzare contenuti con importanti possibilità, anche commerciali se vuoi, contenendo costi, trovando soluzioni sul campo, impegnando energie atte a risolvere problemi tecnici quasi insormontabili, sviluppando linguaggi e cercando, nei limiti del possibile, innovazioni. Non sto parlando del mio film, Ti sto illustrando un panorama sommerso  e straordinariamente vitale di una generazioni di cineasti e tecnici che  stanno costruendo una “cultura”  tecnica ed espressiva nuova! Se tu pensi che un film “ministeriale” costa mediamente dal milione e mezzo ai tre milioni e si tratta di pellicole che spesso spariscono dalle sale dopo una settimana… Perchè non utilizzare parte di queste risorse per dare una reale scossa finanziando una quantità di proposte che potrebbero andare dallo sperimentale al film di genere. Proprio attingendo a questo patrimonio di competenze di cui ti ho fatto menzione.

KS – Sì, con noi di KS sfondi la classica porta aperta. Ormai il problema non è più produttivo in se stesso ma sta tutto nel circuito, nei canali della visibilità. Eppure le potenzialità di questo cinema, anche a livello puramente economico, potrebbero essere enormi.

BORSELLI – Certo però allo stato sono tutte iniziative singole che se non trovano un qualche tipo di sponda istituzionale sono destinate all’anonimato, all’inconoscibilità. Pensa soltanto al fatto, ad esempio, che al Festival di Venezia, ovvero il nostro avvenimento cinematografico più importante dell’anno, non esiste una sezione dedicata al cinema indipendente. Oppure il Donatello: hai mai sentito di un premio alla miglior opera indipendente? Questo per ribadire il quasi totale deserto istituzionale rispetto a questo mondo creativo.

KS – Una colpa che però imputiamo agli autori è quella di isolarsi, di non cercare collaborazioni, scambi, confronti…

BORSELLI – E’ perchè sei costretto. Produttivamente parlando sei costretto. Sono d’accordo con te  invece sul fatto che non ci si incontra. Manca quasi totalmente quell’atmosfera di vita creativa che caratterizzava il cinema e la vita culturale in genere del nostro paese negli anni sessanta o settanta. Io faccio parte dei CENTOAUTORI giovani e debbo dirti che tra di noi si sta facendo sempre più largo questo concetto di “comunità creativa”, anche, tanto per dirne una, nei rapporti con il ministero ad esempio: un conto è andare da solo, un conto è proporre un gruppo di autori e di creativi in grado di proporre progetti con una prospettiva comune. 

KS – Per tornare al tuo film ci ha colpito l’idea del B/N

BORSELLI – Be’, su questo debbo dirti che siamo abbastanza orgogliosi. La resa del bianco e nero in digitale è sempre molto problematica, si rischia una pasta anonima e inespressiva. Con i miei collaboratori, la crew con cui lavoro da tempo di cui ti ho già parlato, abbiamo ingaggiato una vera e propria scommessa. Il risultato, a nostro modo di vedere, è stato buono e  frutto di molti esperimenti e tentativi.

KS – Forse la parte   che più si espone alla critiche, nel tuo film, è quella che riguarda la sceneggiatura…

BORSELLI – Vedi, io non sono uno scrittore. Lo faccio per necessità ma riconosco di non essere uno sceneggiatore con un solido mestiere e un reale talento per questo settore. Tant’è che attualmente per un prossimo progetto sto inserendo dei giovani sceneggiatori. Questa è la mia settima sceneggiatura. Devi poi sapere che, come ti ho già accennato, in alcuni casi la parola ha dovuto sostituire le immagini che non potevamo realizzare. Mi rendo conto comunque che questa tua obiezione ha un fondamento. Comunque su tutto: sceneggiatura, fotografia, regia ecc, abbiamo messo una passione feroce, la passione di chi vuole fare cinema cercando qualcosa da dire. Anche perchè io credo che Cinema Indipendente voglia dire cercare linguaggi e visioni e non scimmiottare le storie ad alto budget come invece, talvolta, purtroppo ho visto fare -

Grazie Pino e auguri per i tuoi prossimi lavori (c’è un progetto interessante ma non possiamo parlarne).  SOLITUDO non è certo un film privo di difetti o di incertezze ma è qui, da queste intenzioni e da queste realizzazioni, con tutti i dubbi e i passi falsi, che ci aspettiamo una nuova lettura dei nostri tempi. Sganciata, per quanto possibile, da quel cumulo di compromissioni e di opportunismi  che livellano i linguaggi e le narrazioni a una medietà inquietante.  

SOLITUDO – Regia: Pino Borseli; fotografia; Daniele Poli; montaggio: Gianluca Quarto; scenografia: Andrea Bianchi

INTERPRETI – Pino Borselli (Grande Capo), Linda Manganelli (Little Baby), Raffaele Castria, Alberto Caneva, Patrizio Cigliano, Mimmo La Rana, Bruno Conti, Giancarlo Martini, Ciro Damiano, Luca Battagello, Sebastiano Tringali. Prodotto da Daniela Di Castro- OUTSIDERS MOVIE-

Ascirivicerci!! Alla prossima (maledetti 24 contattisti …)                                                                                                          

QUESTIONI DI CUORE: CONSIDERAZIONI SU UN FILM SCRITTO BENE

Maggio 4, 2009 di kinescrivere

Anche se un po’ simile a UNO SU DUE (Sceneggiatura di Francesco Cenni, Michele Pellegrini nonchè della coppia Cappuccio, regista, e Gaudioso) il film di Francesca Archibugi è un esempio di film “piccolo” compatto, curato nella scrittura, con un soggetto forte alla base. La Archibugi si era specializzata nella narrazione di un certo cinema di atmosfere, di rapporti, di crescite, molto attento ai personaggi ai loro mezzi toni, ad un certo perpetuo essere al limite senza strepiti. Fummo invero molto delusi da LEZIONI DI VOLO, l’ultimo suo lavoro, pretenzioso, retorico come sempre  o quasi sempre è il nostro cinema quando se la vuole fare con l’India, l’Africa, terzimondismi afflitti da striscianti ipocrisie risolte con autoflagellazioni apocrife.

Qui torna all’ovile (più che mai visto che il film è ambientato addirittura al Pigneto, noto quartiere romano ricco di fermenti e contraddizioni) parlando di uomini e cose più conosciute che manovra tramite anche il bel romanzo di UMBERTO CONTARELLO (famoso sceneggiatore) da cui la pellicola prende importanti spunti. Non che manchino le arditezze, le volontà di inserire frame onirici o autoironici (i cinematografari che interpretano loro stessi: Verdone, Sorrentino, Virzì e altri in un piccolo cameo) forse di eccessi anche e soprattuto nel personaggio interpretato da Antonio Albanese, uno sceneggiatore in crisi, però è notevole la compatezza del testo nel raccogliere un assieme sociale e individuale fornendo un linguaggio svariato ma credibile.

E’ un film con il quale è facile aderire emozionalmente, in cui il conflitto dei personaggi è naturale e non forzato e il loro bisogno di comprendersi risulta verace, concreto, quasi necessario. Lo sfondo di un quartiere popolare come il Pigneto, notevolmente fotografato in una pasta caleidoscopica non eccesivamente satura, quasi virata in un costante crepuscolo rosato, non è un orpello intellettual- pasoliniano ma configura una quinta in cui i due personaggi principali (Albanese di cui abbiamo già parlato e Kim Rossi Stuart che interpreta un meccanico fatalista, entrambi uniti dalla malattia ma con destini diversi) trovano un senso più profondo.

Un film di dettagli popolari  come capitava al miglior cinema italiano. Sinora, in questo duemilanove, è la cosa migliore che abbiamo visto. Con ciò esponiamo anche delle perplessità. La principale riguarda la contaminazione che si propagano i due personaggi. Alla fine resta uno strano senso di “non sufficiente contagio”, la non capacità a livello di scritura di usare tutte le ottime premesse drammaturgiche in una soluzione morale (non moralistica o moraleggiante!) convincente. Permane un fastidioso senso di inerzia rispetto al potenziale di contrasto tra le due vicende.

Inoltre il rapporto tra i due viaggia in un clima di idillio semicostante. Non c’è insomma quella montagna russa di attese e disattese, di comprensioni e incomprensioni che avrebbero teso ancora di più le prospettive, le visioni, le condizioni profonde dei personaggi principali e il loro rapporto dialettico con le proprie realtà di appartenenza e su quelle prossime. C’è quel continuo, disturbante, fastidioso, clima di buonismo corretto e virtuoso che rappresenta uno dei mali endemici della nostra scrittura.

Ciò detto lo sguardo testuale e visivo ci restituisce un cinema importante versato alla scansione di un mondo urbano e privato in continuo movimento eppure uguale da sempre. Lo sguardo terribile di Kim Rossi Stuart che osserva la morte da un balconcino popolare affacciato su una piazza abitata  da adolescenti figli esatti dell’odierno è un momento di cinema e di espressività artistica importante. Un momento semplice, chiaro, inquadrato seccamente nel suo contesto complessivo.

Di questi tempi sarebbe già bastevole ma nel film c’è dell’altro, e molto buono anche. Infine vorremmo segnalare le interpretazioni, a nostro modestissimo avviso notevolissime, di Rossi Stuart e di Micaela Ramazzotti capaci di rendere il quotidiano d’ una semplice coppia di periferia alle prese con qualcosa di più grande di loro.

ascirivicerci alla prossima !!

PRESTO SU KS UN LUNGHISSIMO POST DEDICATO COMPLETAMENTE AL SOGGETTO!!

VINCENZONI E GASTALDI: DUE AUTOBIOGRAFIE STRAORDINARIE

Aprile 17, 2009 di kinescrivere

LUCIANO VINCENZONI ed ERNESTO GASTALDI sono due signori più o meno della stessa età (Vincenzoni è del 26) che hanno segnato l’immaginario collettivo del nostro paese dal dopoguerra sino a quasi i giorni attuali. Per un blog come il nostro che privilegia e scruta il mondo della scrittura per immagini si tratta di due icone imprescindibili. Non staremo qui ad elaborare esegesi sui copioni dei due. In rete (almeno lì) troverete filmografie a bizzeffe (nel caso di Gastaldi anche una corposa bibliografia in quanto il nostro è stato scrittore di fantascienza e gialli con vari pseudonimi americaneggianti come Julian Berry, ad esempio) qui vogliamo solo parlare brevemente di due opere indispensabili per chiunque voglia conoscere di più sulla storia del cinema e del costume italiano.

PANE E CINEMA - Gremese Editore di Luciano Vincenzoni e VOGLIO ENTRARE NEL CINEMA!Storia di uno che ce l’ha fatta- di Ernesto Gastaldi - Mondadori, collana BUM- fuori catalogo, sono due autobiografie che attraversano con giocosità tragica da commedia dell’arte cinquant’anni di storia nazionale vista sotto la lente ipertrofica del mondo di celluloide. In comune i due hanno una leggerezza straordinaria di racconto, una infinità di dettagli che disegnano scenari intimi e sociali e la caratteristica di essere  “emigranti” (Vincenzoni di Treviso; Gastaldi di Belluno… se non ricordiamo male) arrivati nella tentacolare e mafiosissima Roma cinematografara dell’immediato dopoguerra o giù di lì da assoluti spiantati e non raccomandati. E’ un mondo picaresco e avventuroso quello che raccontano  dove però la determinazione dell’atto creativo, dell’interpretazione dei propri tempi attraverso la parola scritta, sono i capisaldi di riferimento. Vincenzoni è stato preminentemente un Soggettista, termine questo che il cinema e la televisione attuale hanno cancellato causando danni incalcolabili sul livello medio della narrazione offerta, un facitore cioè di racconti per immagini, un realizzatore di quel mattone basilare, essenziale, che sta alla base di ogni progetto filmico: la storia in sè esposta in forma narrativa. Gastaldi invece si formò alla palestra di quella editoria cosidetta d’evasione che lo ha condotto ad una scrittura più di genere forse ma di uguale impatto figurativo e  cura artigianale verso il meccanismo dell’intreccio.

Dalle due autobiografie traspare una nazione, un cinema e forse uno spirito sociale di comunità che non esiste più. Considerare però queste due notevoli opere (non foss’altro che per la grazia “popolare” di una prosa semplice, diretta, immediata ma non banale o rapida) come reperti di archeologia storica cinematografica sarebbe una svista colossale. Nei due libri ci sono in chiaro e opportunamente criptati, visioni, prefigurazioni, osservazioni sui nostri tempi e sul ruolo della scrittura e sulla determinazione che quest’ultima richiede per centrare temi e riscuotere attenzione.

Entrambi narrano di un mondo vitale, mobile, pieno di energie e di truffatori, di opportunità e di pataccari ma comunque caldo, vivo, generatore di eventi e forze.  Il confronto con lo stagno di gesso attuale è sconfortante. Nonostante la moltitudine (finta il più delle volte) di piattaforme, di soggetti attivi nel mondo del’audiovisivo. Forse anche l’atteggiamento degli autori, di coloro che hanno scritto cinema dal dopoguerra sino ai tremendi anni ottanta, constava di una deontologia magari non percepita come tale ma naturale nel concetto stesso di creatività.

Insomma sono due viaggi avventurosi e straordinari dentro noi stessi. All’interno di quei film che abbiamo amato e che speriamo amino anche le prossime generazioni. Verso quelle battute che sono entrate e tuttora restano nel parlato comune. Vincenzoni e Gastaldi ci portano indietro per indicarci un futuro possibile. Nell’oceano di aneddoti, di storie, di vicende, di incontri, di donne, di uomini, di film fatti e di altri (i più) sfumati, v’è sempre un pudico riferimento al potere della storia scritta, o da scrivere, alla sua miracolosa intenzione di riferire una sintesi rivelatrice.

Leggeteli (quello di Vincenzoni è uscito da un paio di anni ed è in catalogo ancora mentre reperire il titolo di Gastaldi è un po’ più difficile) come se fossero due sceneggiature. Perché è questo che sono: due straordinari film sull’Italia e sugli italiani, dietro e davanti lo schermo. Entrambi hanno finali malinconici, struggenti quasi, come a testiminiare di un mondo che non esiste più. Recuperarlo e reinventarlo sarebbe il compito di chi si accinge a riempire un A4 bianco. Tutto il resto è grande fratello.

Ascirivicerci, alla prossima.

MALA TEMPORA: BREVI CONSIDERAZIONI SUL CININD ITALIANO

Aprile 1, 2009 di kinescrivere

Abbiamo assistito al NuovoColosseo (spazio romano interessante di cui abbiamo già parlato) a MALATEMPORA di STEFANO AMADIO che, in alcuni post precedenti, avevamo intervistato non sul film ma sullo stato degli “Indipendentari” in Italia.

La pellicola è una operazione abbastanza coraggiosa che si dedica ad un periodo storico oscuro sfruttando scenari naturali come quelli abruzzesi inspiegabilmente trascurati dal cinema italiano. La storia vede, sintetizzandola in una estremissima sinossi, un monaco templare alla ricerca di un “graal” che si rivelerà simbolico.

L’idea coraggiosa, l’intuizione di usare i fantastici scenari abruzzesi, un certo sforzo di ricerca storica che ci pare di aver ravvisato purtroppo non nascondono profondi limiti narrativo-visivi e una totale mancanza di rischio nelle scelte registiche e di sceneggiatura. Purtroppo, anche questo film, si ascrive a quel CinemaParabrezza, quel cinema cioè bidimensionale, a una sola quota, che si muove piattamente, che si sposta da destra a sinistra come quei videogiochi preistorici… Anche nei dialoghi, nelle battute, l’intenzione non sfiora neppure una sufficiente, autonoma, capacità espressiva. Si ferma il tutto, insomma, ad uno stadio intermedio tra il dilettantismo e il personalismo.

Non facciamo queste considerazioni per stroncare un’opera prima girata con pochissimi soldi, con tanti sforzi, tra molte difficoltà. Sarebbe un modo di guardare alla creatività e a chi, comunque, rischia e prova, assolutamente vigliacco. I rilievi che muoviamo a questo lavoro non sono, o almeno sono soltanto in parte, imputabili agli autori. Questo perchè, in Italia, ora, le forze creative che vengono dal basso (in questo caso parliamo di cinematografia) sono, a nostro avviso, respinte, oppresse, represse, o soppresse. Ciò non per chissà quali piani mefistefolici di eminenze più o meno grigie ma per un sistema di fatto che non le ritiene utili, significative, necessarie per la cifra culturale di un paese.

Che questo sia una immensa dimostrazione di cecità lo possiamo avvertire dal senso di profonda stagnazione (di autori, produttori, attori, scrittori) in cui si muove il cinema italiano. I soliti nomi che si alternano, si ringraziano, si citano, si riciclano in una giostra autoreferenziale a circuito chiuso.

Sinora il cinema indipendente,  quindi quella forza creativa dal basso di cui abbiamo già fatto cenno, non solo non può minimamente pensare a concretizzarsi in sistema, sia pure minimo, di mercato, ma è anche totalmente abbandonata, affidata a slanci solitari, da un inesistente sostrato culturale e di settore.

Insomma se un film come MALATEMPORA è, purtroppo, un film quasi totalmente mancato (e come lui molti altri) ciò accade perchè sin dalle prime fasi, dall’ideazione, dalla scrittura e poi ancora nella produzione e postproduzione, insomma in tutto l’apparato realizzativo in quanto tale, l’autore ( o gli autori) è sostanzialmente relegato nel recinto di una “disperante solitudine” dove, al di là del proprio background e di quello dei suoi collaboratori, non usufruisce di nessun riferimento, di nessun sistema di comparazione, nell’esecuzione della sua opera.

Che esista un deserto istituzionale di settore (esclusi i supporti lodevoli ma più che altro logistici delle filmcommission) adeguati a sostenere un cinema che già dalle premesse, per sua naturale vocazione, nasce fragile, è cosa di una evidenza disarmante. L’autore, l’opera prima o seconda, chi si affaccia alla possibilità produttiva di una certa soglia minima professionale, dovrebbe poter appoggiarsi a qualcosa, anche se fosse soltanto un altro punto di vista, in grado di sostenerlo nelle scelte, nelle svolta prettamente artistiche. Insomma prima di fare sistema economico il CinInd deve fare sistema di merito, cioè realizzare una piattaforma sinergica di aiuto reciproco nelle fasi di pura creazione.

Questo è un punto, a nostro modestissimo avviso, irrinunciabile. Buone idee, sensibilità, innovazioni, stili, linguaggi, sperimentazioni, tutto si perde se resta dentro un baccello microcosmico e personale. Si altera, fallisce, e disperde anche la quantità di “buono” che aveva in chiaro o in prospettiva. Osservando il film di Amadio riflettevamo sul fatto che il cinema, che la macchina del cinema, ha bisogno non di geni o di artisti ma di tante solide professionalità in contatto ininterrotto e fertile. Altresì il rischio è questo senso di solitudine, di abbandono alle proprie intenzioni, ai propri dubbi, all’isolamento dialettico che distrugge talenti e creatività. Un’isolamento di cui hanno responsabilità tutti coloro che si occupano di cinema e che di fatto collude a un sistema bloccato e affidato a un nucleo di privilegiati.

Ascirivicerci!! alla prossima!!

GIULIA NON ESCE… IL CINEMA “FRANCESE” DI GIUSEPPE PICCIONI

Marzo 5, 2009 di kinescrivere

Esistono ormai sempre meno registi o autori riconoscibili nel cinema italiano. Registi o autori in grado di applicare un loro marchio alle opere che propongono. Stile, temi, approccio visivo, atmosfere, tutto il compendio che realizza l’identità di un narratore.  Un senso di “fossa comune” è quello che caratterizza il sentiment della maggior parte delle opere nostrane che passano sugli schermi.

Giuseppe Piccioni (Ascoli piceno, 1953)  rappresenta uno dei rari casi, nell’attuale panorama  italiano, in cui è possibile risalire a un autore per tramite del suo lavoro. Cineasta più originale di quanto venga considerato, Piccioni, persegue un suo cinema necessario; un cinema apparentemente classico, che parte da una idea forte di storia ma che poi si inoltra all’interno di un personale sentire composto da mezzi toni, da attese piane, da esitation che insistono in un rallentamento del divenire narrativo che per sottesa malinconia ricordano lontanamente alcune ellissi Scoliane o certi abbandoni alla Rhomer.

E’ un cinema lontano per stile narrativo e (pre)figurativo dalla corrente monolineare degli script realizzati in Italia, figli indiretti della destruente macchina televisiva, ad esempio in LUCE DEI MIEI OCCHI, film che fu stroncato proprio perchè la maggior parte della critica è incapace di decifrare uno schema di narrazione testuale visivo che si allontani dalla piattezza in corso, questo taglio prospettico di storie e tempi in apparente conflitto era spinto quasi al massimo tanto da farlo sembrare, a una disattenta esegesi, privo dei cardini canonici utili per lo scorrimento corretto di una sceneggiatura.

Anche in GIULIA… questo tema dei tempi interni che confliggono, delle storie che si insertano, dei personaggi che raggiungono un personale straniamento rappresenta la nota a margine del cinema di Piccioni. Pare che il fuoco della vicenda si spenga, o si sposti, o si immerga in una complessa foschia. In realtà ci pare che tra le cifre del suo stile, preminente, s’affermi quella di una ricerca complessiva di “smarrimento” di “storia aperta”. Non si tratta di sperimentalismo ovviamente ma di un “core” testuale a cui, che lo voglia o no, va a sbattere continuamente.

Il limite del suo cinema, e della sua narrazione, forse, è proprio in questa faglia, in questa cesura tra l’impianto classico e questo sbando personalissimo, questa attrazione per la sconfortante e fascinosa multidirezionalità possibile delle storie; come se l’audacia stilistica si arresti improvvisamente per paura di spingerla oltre e, in questo stare a metà del guado, i personaggi e le circostanze perdano energia, fiducia nella sconfinatezza alla quale incoscientemente aspirano e non assurgono mai a quel mondo altro restandone sulla soglia. E’ per questo che aleggia un costante senso di vagabondaggio, di improvviso confondersi, nei suoi lavori, nei personaggi che tratteggia, nelle scelte di sceneggiatura.

Spesso accompagnato da sceneggiatrici donne, ricordiamo Linda Ferri una delle grandi Lady italiane della scrittura per immagini, anche in questo caso Piccioni si è avvalso del contributo delle “quoterosa”: FEDERICA PONTREMOLI. Scoperta e lanciata, da Nanni Moretti, tipica scrittrice prettamente cinematografica, regista anch’essa di un film da lei scritto anni fa intitolato QUORE.

Sarebbe interessante sapere come hanno, gli autori, deciso di dividersi il lavoro o che tipo di gestione collaborativa hanno scelto. Il film resta un tipico film di Piccioni. Riconoscibilie è anche l’amministrzione di uno sfondo urbano che anch’esso resta sul limite d’un dato angoscioso e  la quinta scenica mai troppo blanda da essere considerata sfondo o troppo esorbitante da trasformarsi in luogo fondamentale per la narrazione.

Piccioni ci ricorda, per una sua ricerca di stile, per il bisogno di un’espressione necessaria, per la determinazione con la quale pedina il personaggio che lo più lo interessa (magari tralasciando gli altri…) un altro cineasta forse più intrinsecamente “politico” ma sulla stessa linea di tensione: Gianni Amelio.

Ora in GIULIA… vi sono molte perplessità, molti irrisolti quesiti (è per questo che sarebbe utile conoscere la collazione, per così dire, dei modi e toni tra i due sceneggiatori) alcune incertezze alternate a idee forti, che si reggono, quest’ultime, da sole e che sostengono anche i lati deboli della struttura.

E’ indiscutibile che il personaggio di Giulia (interpretata da una Valeria Golino intensa) sia l’architrave di tutto il progetto di narrazione. E’ nel personaggio dello scrittore (interpretato da un monocorde Mastandrea) che abbiamo ravvisato le falle più profonde. Il personaggio non cresce, non matura, non sfrutta la potenza del personaggio Giulia per virare la sua vicenda e la storia in generale. C’è un evidente squilibrio tra questi due motori narrativi. A volte fastidiosa c’è sembrata la linea-storia della figlia e del suo fidanzatino e poco sfruttata quella della moglie con la sua estraneità alla vita del marito, dello scrittore.

Sbilanciamenti insomma, disquilibri, difficoltà a congiungere gli elementi in un complessivo rapporto tra tema e metafora. Ma, ciò detto, resta una “inspiegabile” piacevolezza nell’assistere ad un film di Piccioni ed è, a nostro modestissimo avviso, cioè mio, de mì madre e de Arnaldo il benzinaro de Torpignattara appassionato di cinema, gli autori di questo blog (il meno visitato della storia del web), il piacere di condividere un autore. Di sapere che,  se a volte la direzione non sarà sempre precisa, il viaggio sarà sicuro perchè c’è una guida che, in un modo o nell’altro, sa arrivare alla meta.

Ogni autore ha un suo limite e una sua grandezza, ma se è tale, se è autore appunto, la sua riconoscibilità sarà sempre evidente. Noi in Piccioni vediamo questo, forse anche perchè in molti altri questa “identificazione” è sempre più rara o posticcia.

Ascirivicerci, alla prossima!

CLOSE UP – STORIE DELLA VISIONE

Febbraio 27, 2009 di kinescrivere

Riceviamo da parte dell’interessante rivista quadrimestrale fondata da Giovanni Spagnoletti una mail in cui si delinea la possibilità di una chiusura per motivi strettamente economici. CLOSE UP – STORIE DELLA VISIONE (edizioni Kaplan) è una pubblicazione che potremmo definire appartenente a quel filone di neocritica che per ragioni lunghe ora da discutere non è mai riuscita a innalzarsi a un livello tale da rappresentare una controparte, un riferimento di cui il cinema italiano dovesse tenere conto.

La rivista però è di qualità e per un blog come il nostro che privilegia il versante scrittura ne ricordiamo, ad esempio, il numero 20 “Il cinema che scrive. Nuove modalità dello sguardo cinematografico”.

Insomma  se dovesse sparire questa voce ci roderebbe un poquito il chiccherone (come notoriamente dicono a Bolzano) quindi KS (e siamo certi anche i nostri famigerati 24 contattisti bastardissimi) invita a consultare il sito Kaplan (linkato alla vostra destra) per saperne di più sulla rivista ed eventualmente sostenerla.

Come dice un proverbio tibetano famosissimo “Meno voci, meno opinioni, più EX e cinepanettoni!”.

Ascirivicerci, alla prossima!

EX: LA NEW COMEDY ITALIANA?

Febbraio 13, 2009 di kinescrivere

FAUSTO BRIZZI, MARCO MARTANI e MASSIMILIANO BRUNO sono (in) giustamente noti per i famosi cinepanettoni. Film che, che piaccia o no, incassano e sono realtà commerciali importanti in un settore che registra pochi “attivi” di bilancio tra le opere che escono ogni stagione.

Palestra molto meno semplice di quel, che alla resa, potrebbe sembrare, la “scuola” cinepanettonara è stata importante per questi (ancora per poco) giovani autori. Seppure il livello delle battute e delle situazioni fosse oggettivamente basso, da quei film, i tre e in particolare Brizzi, hanno certamente appreso e affinato quel Topos narrativo, nella commedia ma ultimamente riscoperto anche da una neodrammaturgia, che è il movimento dei personaggi: l’apparizione e la sparizione di storie che si incastrano e si slacciano seguendo equilibri e bilanciamenti utili per portare avanti la e le vicende.

Il Movimento a QUADRIGLIA dei protagonisti ,oltre che la bontà di fondo dell’idea secca (facile riconoscersi, immedesimarsi), rappresentano le cose migliori di EX (anche questo accreditato di sostegno MiBac) commedia dal cast ultranoto che sta realizzando incassi davvero notevoli.

Va detto a pregio di questo film che gli autori hanno cercato nello script l’introduzione di elementi drammatici contrapposti ai toni della commedia. Qui più che un debito alla commedia all’italiana ci è parso che i tre abbiano guardato a quelle perfette macchine da narrazione che sono rappresentate dai film di genere americani ma soprattutto inglesi dagli anni novanta in poi.

E’ nel congegno, nell’Orologio del racconto lo sforzo più evidente. Senza facili pregiudizi noi di KS (cioè sempre io, mi madre e Arnaldo il benzinaro di Torpignattara) abbiamo apprezzato questo e la determinazione di evitare volgarità o le soluzioni più semplici.

Certo, rispetto al genere “italiano” manca completamente tutto lo sfondo sociale; i protagonisti si muovono in un clima abbastanza estraneo di borghesia alta ,scevra da problemi economici, residente in loft, che lavora in case editrici o fa il pubblicitario, che si scandalizza freddamente, all’americana. Insomma non c’è il disgraziato, il famigerato “disgraziato” che dalla commedia dell’arte sino al bullo miserabile interpretato da Verdone è pane del nostro modo di ridere o di sorridere.

L’influenza anglosassone, di altissimo livello dalle fiction alle sit, per arrivare ai lungometraggi, è indubbiamente quella che ha contagiato i tre sceneggiatori. Ora noi non sappiamo dire se questo modo di fare commedia appartenga alle nostre tradizioni culturali, o se dobbiamo adeguarci a una leadership corrente imitando e studiando Quattro Matrimoni e un Funerale e via discorrendo. Certo questa generazione di scrittori per immagini è figlia di Friends non certo de I Soliti Ignoti.

Saremo arretrati, saremo obsoleti, eppure guardando EX, pur riconoscendo un grande lavoro di script, pur trovando il film sufficientemente godibile, ci è parso che fosse qualcosa che non appartenesse del tutto a noi, alla nostra storia, a ciò di cui, che piaccia o no, siamo figli. Ci è parso che fosse, in parte, roba d’altri. Solo una sensazione, niente di più. Più che prodotto italiano ci è sembrato un figlioccio un po’ rachitico dell’Albione (non perfida!) che tanta fascinazione crea ai neoautori sostenuta da uno stuolo di scuole e manualistica e dalla colonizzazione televisiva.

Se questa è la Nuova Commedia italiana consentiteci di esprimere qualche perplessità riguardo alla debolezza di una cultura “nostra”; all’estremo imbarazzo degli autori a reinventare e vivificare il linguaggio che più ci appartiene, alla difficoltà di leggere i tempi di questo paese così frammentato e con una identità praticamente distrutta.

Così come accadde con I Telefoni Bianchi quello che adesso esprimiamo è un subappalto di schemi e soggetti gradevoli, simpatici, anche riusciti, ma incapaci di afferrare la realtà per farne maschera.

Così, dopo questo film, dopo aver visto EX, tornati a casa, insopprimibile ci è venuta la voglia di caricare il VHS di A CAVALLO DELLA TIGRE (così, tanto per vederne uno) con tutta quella sana cattiveria e quella miseria urbana e quei personaggi nati sconfitti che erano un nostro modo di vincere.  Di fare Commedia. Di guardarci attorno.

IMAGO MORTIS: L’HORROR ITALIANO RINASCE GIA’ VECCHIO

Gennaio 31, 2009 di kinescrivere

Abbiamo assistito all’Adriano a IMAGO MORTIS, horror italo- spagnolo di STEFANO BESSONI, che ha goduto, in fase di produzione, degli ormai famigeratissimi “Contributi Ministeriali”.

Fregiato dalla presenza di alcuni rappresentanti della dinastia Chaplin (Oona: bellissima; Geraldine: inquietante e affascinante) il film narra delle maligne influenze di un macchinario prelumieristico in grado di fotografare l’istante preciso della morte. Da ciò, ovviamente, tutta una serie di visoni nefaste, di delittuose perversioni e quant’altro…

Ci interessiamo al film perchè il genere horror è uno di quei filoni ormai abbandonati dal cinema italiano cinepanettonaro. Infatti seppure sostenuto da contributi pubblici la pellicola è pesantemente influenzata dal neogotico spagnolo, dal rinascimento del genere che in terra iberica ha dato negli ultimi anni ottimi frutti sia dal punto di vista artistico che economico.

Nella tormentatissima sceneggiatura (si favoleggia di più di trenta nomi che in un modo o nell’altro vi hanno contribuito e di una quantità spropositata di stesure) c’è infatti il nome di LUIS ALEJANDRO BARDEJO “implicato” in REC, uno spagnahorror originalissimo e interessante.

Sempre nei crediti, in sede di script, leggiamo anche la collaborazione di RICHARD STANLEY autore di un paio d’opere di culto, agli inizi degli anni novanta, come HARDWARE e DEMONIACA (titolo italiano sufficentemente idiota come spesso accade). Oltre a loro ovviamente STEFANO BESSONI e, ancora in sede di collaborazione, GIULIA BLASI e MARCELLO PAOLILLO.

Ordunque nel leggere cotanta abbondanza quanti-qualitativa ci si sarebbe dovuti aspettare un lavoro che, quantomeno, ricercasse qualcosa, un minimo di originalità, un’intuizione, un’idea, qualcosa insomma. In realtà il film è di una noia mortis con soluzioni di script tristissime e risulte di logore masticature già ruminate da decenni!

Infastidiscono sopratutto gli escamotage che un supposto cahiers inderogabile  impone a chi scrive o si impegna in film di questo genere: quello del sobbalzo sonoro! Quello cioè di colpire scientificamente a livello sensoriale con la solita scena, per fare un esempio banale, del protagonista che si volta, vede uno spettro, e insieme ad esso, lo spettatore si becca pure un basso Dolby come una cannonata sott’acqua!

Escamotage, come dicevamo, di bassissima lega che nulla hanno a che fare con la capacità di scrivere una cosa che coinvolga narrativamente. Se rinascita spagnola c’è stata è stata soprattutto rinascita di lettura in primis (lettura dei generi, della società, dei tempi) e di scrittura, dopo, cercando di sviluppare segni e stilemi del genere per introdurli più compiutamente dentro le dinamiche della nostra società (basti citare il recente THE ORPHANAGE).

Quello di BESSONI è un film di una serie B non dichiarata, con ambizioni, costoso (si dice tre milioni d’euro all’incirca), che ha nell’elemento scenografico e in una certa atmosferà retrò, sospesa, seppure moderna, le uniche cose interessanti.

Sinchè qualcuno non si proverà di contaminare l’horror del reale con l’horror della fabula (e qui in Italia ci sarebbe da sbizzarrirsi) al posto di riproporre piccolo splatter correct o dame imbianchite o giovinetti amorosi come trottolini con sul capo pendule ascie o ghigliottine o lame di varia natura, insomma al posto di rimestare dentro un secchio di immagini ormai sature, non si uscirà mai dal solito riferimento argentiano che ormai ha rotto i c…

IMAGO MORTIS è un bluff che non porta avanti il genere, che lo rende vecchio già prima di (ri) nascere. Eppure ci sarebbero spazi a nostro avviso enormi, spazi di racconto intendiamo, ma, questi spazi, esigono un coraggio, richiedono la volontà di introdursi all’interno delle vere angoscie che subiamo quotidianamente. Attendono insomma la sfida, il confronto e lo scarto che esiste tra le istanze orribili del vivere odierno e la tradizione storica del genere. A tutto questo Imago Mortis si sottrae e sottrarsi a questa sfida significa relegarsi nella riserva di una rassicurante inutile piccolezza d’orizzonti.

SPAZI PER IL CINEMA INDIPENDENTE: INTERVISTA A STEFANO AMADIO

Gennaio 10, 2009 di kinescrivere

A Via Capo d’Africa, a Roma, zona Colosseo, da più di un mese, e sino a fine GEnnaio 09, il CineTeatro NUOVOCOLOSSEO ha concesso i suoi ristrutturati spazi a una lunga kermesse riservata a quelle produzioni generalmente indicate come “indipendenti”.

L’occasione per noi di KS (cioè io, mì madre e Arnaldo il benzinaro…) è stata la programmazione di un film interessante, fuori dai schemi, dotato di un originale senso visivo come PADIGLIONE 22 di LIVIO BORDONE. Ne parleremo in prossimi post.

Dopo il film abbiamo avuto modo di scambiare quattro chiacchiere con STEFANO AMADIO, regista, giornalista, curatore di questa rassegna che comprende una decina di titoli. Proprio MALATEMPORA (una storia mistica, narrativamente fuori dai schemi convenzionali, ambientata nell’Abruzzo medioevale) il film di Stefano, ha aperto qualche settimana fa la serie.

L’intervista con Amadio tratta solo marginalmente la sua opera che non abbiamo visto e sulla quale, quindi, non possiamo esprimere considerazioni. Ci siamo soffermati soprattutto sulla situazione del cin ind italiano; le possibilità di sviluppo creativo, produttivo e distributivo. I margini di un “mercato” possibile. Le prospettive di un movimento ancora acerbo.

                                                           *  *  *  *  *

 

KS – Innanzi tutto grazie Stefano per il tempo che ci concedi. Per  prima cosa vorremmo che ci parlassi di questa rassegna.

AMADIO - E’ partito tutto con l’idea di dare un p0′ di spazio ai film italiani. Come tu sai spesso non ne trovano. Con i gestori del NuovoCinema Colosseo si è pensato a questa opportunità.

KS – In particolare ai cosiddetti “indipendenti”?

AMADIO - O anche dipendenti! Il termine indipendente è sempre relativo. Da qualcuno o qualcosa sei sempre dipendente, a meno che non fai tutto da solo come ho fatto io. Se vuoi, rispetto a questa rassegna, posso considerarmi una sorta di Direttore artistico anche se, i criteri di scelta, non sono stati prettamente critici. Proprio per evitare un po’ il concetto di Festival. In fondo si è cercato qualcosa che fosse italiano,  con un profilo professionale dignitoso, e che avesse goduto  nelle sue uscite precedenti di pochissimi spazi di visibilità.

KS – Per “professionali” cosa intendi chiaramente?

AMADIO – A parte le tre caratteristiche di cui ho fatto menzione abbiamo privilegiato quei film che si sono avvalsi del contributo ministeriale. Forse potrà sembrare un po’ manicheo ma la sostanza del discorso è che se qualcuno ha concesso soldi e finanziamenti pubblici a queste opere allora vediamol! E’ un po’ provocatoria  come considerazione, se vuoi. Se gli sono stati dati vuol dire che si tratta di lavori di qualità. Se così non fosse allora qualcuno di quelli che “decide” vuol dire che ha sbagliato. Sì, lo ripeto, è un pochino provocatoria come scelta… Siccome spesso sento gente importante di cinema che si esprime più o meno così :”Diamo soldi a questi film che non escono mai e nessuno li vede…!” E allora non glieli dare, dico io! Quindi, dando per scontato che al ministero ci sono persone competenti, che i film che finanziano sono professionali, qui ne proponiamo alcuni così il pubblico potrà farsi un’idea e giudicare lui stesso.

KS – Stefano, confessiamo che il tuo film (MALATEMPORA) non siamo riusciti a vederlo, quindi non possiamo rivolgerti domande critiche inerenti al tuo lavoro specifico, dicci però quali difficoltà hai incontrato  per realizzare e proporre il tuo film.

AMADIO – Tanto per cominciare le difficoltà sono le stesse di chi vuole aprire una pizzeria: mille ostacoli burocratici! Poi ovviamente il denaro. il mio film è costato cinquantamila euro. In parte autofinanziato e in parte con un finanziamento indipendente. Gli attori hanno lavorato con un accordo di  pagamento legato agli eventuali utili futuri. Abbiamo goduto anche di una sorta di Product Placement legato non al denaro ma all’ospitalità.

KS – E con l’esercenza?

AMADIO – Vedi, il rischio è davvero quello di rimanere con la “pizza” in mano! Se tu vai ad affidare a qualcuno un lavoro dove non ci ha guadagnato e non ci ha rimesso alla fine ti danno quel tipo di appuntamenti alla Sordi “Ripassi tra sei mesi…” Ho conosciuto decine di autori, di registi, che hanno realizzato lavori anni fa e ancora lottano con assurdi appuntamenti, false garanzie d’interesse, improbabili incontri e personaggi… e intanto passano anni!

KS – Anche un blog minimo come il nostro si batte, nel suo piccolo, per una serie di spazi fissi in grado di ospitare questo cinema “di sotto”. E’ ormai una necessità imprescindibile. Almeno nelle grandi città come Roma, Milano e Napoli.

AMADIO – Secondo me due cose sono necessarie: la prima è quella di creare un circuito essendo però consapevoli che non ci sono guadagni, almeno al momento, con la possibilità però di poterlo fare domani! E’ un piccolo investimento se vuoi. Il circuito può innestare un piccolo mercato e innestare così una movimentazione virtuosa. Anche un circuito d’essai andrebbe bene. Come tu sai sopra i cinquantamila euro annui di incasso bisogna per forza fare biglietteria automatica, comunque anche stando sotto si può fare biglietteria manuale. Quindi anche questi spazi potrebbero essere economicamente utili.

KS – Vorrei ritornare un momento al problema “della pizza in mano”

AMADIO – Se ti riferisci al mio film ti dico che è uscito soltanto qui, al NuovoColosseo, per ora. A Gennaio cercheremo soluzioni. Il film ad esempio ci è stato chiesto in Abruzzo ma vorrei organizzare un’ uscita più articolata. In generale, come tu saprai bene (NdK in realtà non lo sapevamo ma ringraziamo Stefano per l’apertura di credito…) ci sono accordi con alcune Tv, ad esempio Sky, se il film ha staccato ventimila biglietti è “costretta” a comprarlo. Quindi lì devi darti da fare organizzando matineé, portandolo dappertutto. Insomma quello di fare il film è solo il cinquanta per cento del lavoro! Devi spendere un po’ a livello di pubblicità, questo è un passaggio fondamentale.

KS – Stefano, che aria tira dentro questo cinema, che per convenzione continueremo a chiamare indipendente, voglio dire ci sembra di assistere a una stagione di grande creatività, magari slegata e senza una corrente unificatrice, però la sensazione di tanta energia è forte… Insomma tu come la vedi?

AMADIO - Sì, è vero: tanta energia, ma anche molta rassegnazione! Anche molto spostata in là con l’età, molti di noi cosiddetti indipendenti hanno quarant’anni! C’è gente che è vent’anni che sta in giro, magari non solo esclusivamente in questo ambito, e ancora stai a lottà con le famose pizze in mano. Ecco perché ti parlavo anche di rassegnazione…Nel mio caso, ad esempio, io ho fatto l’aiutoregia a teatro e nel cinema, poi mi sono occupato di giornalismo per molti anni, quindi ho realizzato corti e documentari lavorando anche un po’ per la TV, e ora eccomi qui… La mia storia artistica è simile a molti altri autori di questo cinema un po’ invisibile. Poi voglio dirti anche un’altra cosa rispetto al discorso degli autori, delle “energie” come le hai chiamate tu, ed è che a mio modo di vedere la cosa che non si riesce a trovare è la collaborazione…

KS – Che intendi?

AMADIO – Vedi, questa mancanza di industria, di soldi, tende a fare tutti autori. Ognuno alla fine fa per se. E’ tutto una sorta di fai da te dovuto al fatto che non hai occasioni di crescita: se non riesco a fare l’aiuto regista, se una mia sceneggiatura nessuno se la fila, se come attore non vedo una lira, allora me lo faccio io il film! Ecco cosa intendo per fai da te! E poi per la mia esperienza debbo dirti che mi aspettavo di più come contributo di entusiasmo, di passione, di creatività da parte degli attori ad esempio. Stanno sulla difensiva, sulla loro, c’è insomma sì tanta energia ma poca disponibilità a un reale confronto.

KS – E’ vero Stefano, anche noi, dal di fuori, e lo abbiamo pure scritto, avvertiamo questa sensazine di forti energie ma singole, incapaci di dialogare; spaventate, diffidenti le une verso le altre. Incapaci insomma di essere un vero movimento di idee, cultura e passioni.

AMADIO - Esatto, poi di tutto questo il prodotto finale ne risente. Io ad esempio ho scelto di fare un film in cui i protagonisti avevano dai cinquanta anni in su. Volevo evitare l’imperante stereotipo così in voga del ragazzetto, della ragazzetta e tutto il resto in fila… ho provato a fare un cosidetto film ”difficile” proprio perchè volevo perseguire una mia idea di cinema… ma se la tua domanda verteva sul fatto se esista o meno una sorta di fermento culturale, di dialogo, confronto, tra noi autori di questo tipo di cinema, la risposta è no! Almeno per ciò che riguarda la mia esperienza. Sono tutti più o meno terrorizzati. Certe volte mi capita di parlare con qualche produttore e quando gli chiedi qualcosa sui lavori che sta allestendo scatta l’evasività… come se ci fosse qualcosa da temere. Quindi direi che è proprio esattamente il contrario di quel clima creativo di cui tu facevi menzione. Dalla mia esperienza più che altro vedo diffidenza, quasi sospetto, se non paura come ti ho già detto prima. Ognuno sta chiuso fino a che riesce a ottenere qualche soldo poi, se va bene, parte, produce,  cerca il suo minuscolo spazio, e finisce lì. Ma è anche difficile condannare e giudicare tutto questo perchè è un mondo così ostico e costoso che quei pochi agganci, quei pioli di scala che faticosamente riesci a fare, non li puoi condividere con altri!

KS – Al momento quindi tu escludi che da questo marasma di creatività si possa organizzare un movimento, una factory, una corrente, una scuola.

AMADIO – La vedo un’operazione difficile. A parte che c’è pure da considerare che la televisione ammazza tutto!

KS – Delle cose che hai visto in questa rassegna quali ti hanno colpito di più?

AMADIO – Sono tutti prodotti interessanti. Qui presentiamo tre novità assolute come il mio Malatempora, poi c’è PADIGLIONE 22  di Bordone e BEKETT di Manuli che è stato presentato a Locarno. Gli altri quattro non sono novità ma hanno avuto passaggi fugaci in una al massimo due sale se è andata bene. Ti dico la verità L’Istituto Luce è stato molto collaborativo, anzi, è, molto collaborativo. Ci consente di avere i film a percentuale cosa che in genere non fa mai! Loro più di quindici film non riescono a distribuire e debbo dirti che la mancanza di spazi è un problema molto avvertito anche da una struttura importante come il LUCE. Ci stanno incoraggiando ad andare avanti con questo progetto.

KS – Ci sono in cantiere incontri, seminari?

AMADIO – Magari! sono tipi di iniziative verso le quali siamo aperti. Ad esempio per il film di Manuli, che sarà l’ultimo di questa serie, speriamo di avere gli autori.  Recentemente abbiamo proiettato un cortometraggio ed abbiamo avuto ospiti tra gli altri Franco Nero… Insomma le possibilità per fare qualcosa di interessante ci sono, a patto che siano comunque legate ai film.

KS – Per ultimo Stefano se avessi una bacchetta magica con un solo miracolo da spendere come lo useresti per aiutare questo movimento disorganizzato del cin ind italiano?

AMADIO – Nel modo che ti ho detto prima: creare una solida rete, un circuito produttivo distributivo realmente indipendente. Il problema per chi fa cinema adesso è anche quello di sperare, di pietire l’attenzione del direttore artistico di questo o quel festival. Invece io penso a una seconda visione: Voglio fare l’esercente di Isola liri!, tanto per dire, che proietta il film! Vengono sette persone? Non fa niente, domani ne verranno dieci. Ovvio che avrò poche spese, un regime di detassazione, qualcosa che mi aiuti… e anche questo tipo di esercente sarà uno che riduce i costi al minimo ma, insomma, quello che è importante è saltare la logica della larvata raccomandazione o segnalazione o amicizia  ed entrare in quella di un sistema  distributivo sano, minore certo, ma sano! —

Insomma, il NuovoColosseo è uno di quei spazi da tenere d’occhio. Certo, molto dipenderà dagli autori stessi: valorizzare, credere, proporsi, animare questi luoghi è un loro preciso dovere e anche un investimento. La sola proiezione, o la rassegna, o il microfestival, da soli restano tentativi incapaci di formare un polo, un “luogo” riconoscibile. I nostri autori indipendenti non ci paiono ancora sensibili riguardo la necessità di impegnarsi in questo versante, di impegnarsi verso la costruzione di un “altra” possibilità di cinema, quindi di spazi, di pubblico, di riferimenti. E’ l’espressione di una certa grettezza d’approccio culturale  che vede in queste produzioni solo l’eventuale rampa di decollo per un cinema “superiore”, quale poi, non sapremmo dire.

Ascirivicerci, alla prossima! (maledetti 24 contattisti del c….!)

INTERVISTA A STEFANO CALVAGNA: UN RACCOMANDATO AL CONTRARIO

Dicembre 29, 2008 di kinescrivere

C’è una bellissima e apparentemente lapallissiana frase che quel genio di Segar fece uscire  dalla bocca storta e simpatica di Popeye: “Io sono quel che sono e questo è tutto ciò che sono!”.  Per i cultori di BracciodiFerro questa è una dichiarazione di identità, misteriosa e ovvia; indecifrabile eppure indiscutibile.

Ebbene, questa affermazione di se’,  si potrebbe applicare alla perfezione al personaggio e al cinema di STEFANO CALVAGNA. Prendere o lasciare. Chi ci segue (cioè i soliti ventiquattro contattisti malefici!) sa che al cinema del cineasta romano già dedicammo un articolo (rintracciabile nell’Archivio- mese di Settembre: IL CINEMA NEOMETROPOLITANO  DI STEFANO CALVAGNA) ma, incuriositi dall’aura di omertà in cui l’establishment della critica arruolata ha relegato i lavori del di cui sopra,  siamo andati direttamente da Calvagna, negli uffici della sua  POKER FILM dentro i studios di Cinecittà, accolti con cordialità da un gruppo di giovanissimi ragazzi che rappresentano l’agguerrito staff del regista de IL LUPO.

Quella che  segue è una lunga intervista che talora tocca temi apparentemente lontani dal cinema. Che coinvolge sensazioni ed energie. Che afferma rabbiosamente una volontà di essere “altro”  nel contesto di una mascherata desertificazione dell’immagine e della narrazione. Di rivendicare un diritto “anarchico” nei confronti dell’espressione. Non condivisibile a volte; ingenuo in altre,  sicuramente perfettibile, senz’altro discutibile, ma dotato di Vita. Quella “Vita” che, per le naturali “compromissioni” di tanti paludati autori, è già una pastoia omogeneizzata, sin dalle prime cucine, da far sorbire più o meno televisivamente ad un pubblico a cui hanno cauterizzato il senso del gusto. Forse, chissà, anche quello della vista.

KS – STEFANO  INNANZITUTTO  QUAL’E’ STATO IL TUO CINEMA DI RIFERIMENTO, QUELLO CHE TI FACEVA SOGNARE DA RAGAZZO?

CALVAGNA – Direi che ero un grande appassionato dei film di Milian. Li vedevo tutti. A tal proposito mi ricordo che una volta, al vecchio cinema DIANA, mi impedirono l’ingresso… si trattava del film IL LUPO E L’AGNELLO sul quale c’era un divieto censura ai minori. Ero con mio padre e fummo costretti a tonarcene a casa. Mi ricordo quasi un senso di tragedia per me nel non aver potuto vederlo. Allora non c’erano tutti i supporti di adesso e perdere un film significava non rivederlo mai più! Ecco, insomma nasco da questo tipo di film, dai Poliziotteschi.

KS – CHE TIPO DI “RITO” CINEMATOGRAFICO CONSUMAVI?

CALVAGNA – Ho cominciato prestissimo a essere contagiato dal virus del cinema. Ovviamente da piccolissimo andavo con mio padre e mia madre, poi verso i dodici anni cominciai a essere un po’ più autonomo e insieme a un mio amico, prendendo diversi mezzi, raggiungevamo il NEW YORK, a Via delle Cave, sala che non esiste più… mi sembra che ora sia una sala giochi o una cosa del genere. Anche lì il cinema che prediligevamo era quello di azione o poliziottesco come ti ho detto. Era anche il momento in cui apparivano in televisione telefilm come Starski e Hutch, oppure Sulle Strade di San Francisco.  Riguardo a quei poliziotteschi di cui ti parlavo recentemente hanno provato qualche remake che non vale neppure la metà della metà di quelli originali, sicuramente un po’ trash ma autentici. La realtà, nel nostro cinema, viene sempre edulcorata. Non parliamo poi della televisione!

KS – PARTIAMO DALLA FINE: DICCI QUALCOSA RIGUARDO ALLA PRODUZIONE DEI TUOI FILM

CALVAGNA – Guarda io non ho mai ricevuto un euro dallo stato o dagli organi preposti ai finanziamenti né per il fondo di produzione né per quello di distribuzione. A me non mi ha mai aiutato nessuno.

KS – INFATTI, ANCHE GUARDANDO I TUOI LAVORI, LA SENSAZIONE E’ QUELLA DI QUALCUNO CHE STA DENTRO LA MACCHINACINEMA MA IN REALTA’ NE STA FUORI.

CALVAGNA – Esatto, è vero. Io non vengo da generazioni o da una famiglia di “cinematografari”. Sono uno che si è inventato con gli inseguimenti sulla tangenziale a centossesanta all’ora senza camera car! Quelli che stanno dentro, come dici tu, fanno volare i lucchetti da Ponte Milvio, io ci faccio volare le revolverate! Poi io rivendico il fatto di essere uno che cerca di dare sempre una morale nei film che fa.  Potrà essere opinabile, discutibile,  ma è un cinema sfrontato senza peli sulla lingua. Io non mi metto al tavolino con gli indicatori grafici dei gusti della gente o con le tracce dei sponsor, studiando cosa e chi funziona: funziona Scamarcio, Ok… Io a quello nun gne farei manco porta’ un caffè in un film mio!  Per dirti, mi avevano offerto regia di fiction televisive, ma erano cose a cui non credevo e ho detto no. Non mi sono omologato al sistema. Io ho una famiglia, un bambino e un mutuo trentennale, avrei potuto accettare e risolvere bei problemi economici ma ho anche sposato un certo modo di essere, di esprimermi, un cinema mio che se fosse altro non sarebbe più tale.  La POKERFILM è l’unica produzione in pianta stabile presente qui nei studios, grazie anche ad un gruppo di ragazzi e collaboratori eccezionali, e non sai che soddisfazione aver ottenuto tutto questo senza un soldo di finanziamento statale e ricordando pure quando da ragazzino ero uno di quelli fuori dal famoso cancello di Cinecittà a chiedere di entrare, anche per fare soltanto lo schiavo! Allora venivo cacciato, adesso dopo anni sto qui dentro con una mia produzione! E questo l’ho dovuto alla mia rabbia, alla mia volontà di arrivare. In un mondo di raccomandati io sono stato sempre un raccomandato al contrario.

KS – INFATTI SI AVVERTE QUESTO DATO DELLA RABBIA NEI TUOI LAVORI.

CALVAGNA – Sì è vero, però è anche vero che per questa mia sincerità di fondo sono apprezzato e stimato anche da persone che la pensano all’opposto di me. Io sono dichiaratamente di destra eppure ho dei rapporti di lavoro bellissimi con persone di tutt’altro pensiero. Io sono sempre andato al di là di queste cose! Lo stesso comportamento non l’ho avuto certo nei miei confronti:  mi hanno volutamente tranciato le gambe anche quando ero l’unico film selezionato per il festival di Cannes. Se ben ti ricordi ci fu un edizione del festival senza titoli italiani in concorso. IL LUPO in realtà fu selezionato proprio per parteciparvi! Ebbene fui “segato”, per dirla in gergo, da un importante uomo politico italiano! (NDK: Stefano fa il nome di questa persona e ci autorizza anche a dirne il nome. Noi siccome siamo un blog piccolo piccolo preferiamo evitarlo) Ecco, un altro caso di raccomandazione al contrario! Io sono figlio di un orologiaio che col tempo è riuscito ad aprirsi una piccola gioielleria di quartiere e, “grazie” a quelli che m’hanno sparato (NDK: come postammo nell’articolo sopramenzionato STEFANO CALVAGNA alcuni anni orsono, durante una rapina nella gioelleria di famiglia, fu raggiunto da un proiettile che lo colpì a pochi millimetri dall’arteria femorale) adesso posso dire di essere qui in questa vita in una specie di viaggio premio! Sì, hai visto bene, è proprio rabbia quella che vedi nei miei lavori! Poi mi capita di ricevere cose  come questa (Stefano mi porge la sceneggiatura originale autografata con dedica di SCHINDLER LIST di STEVEN ZAILLIAN , lo sceneggiatore anche di AMERICAN GANGSTER) e articoli con dichiarazioni di Steven dove definisce IL PESO DELL’ARIA, (uno degli ultimi film di Calvagna dedicato alla realtà dell’usura) come uno dei migliori film da lui visti in un festival a Los Angeles! Con Steven tra l’altro in futuro potrebbe esserci una collaborazione.

(NDK: oltre la sceneggiatura  citata Calvagna mi fa vedere con orgoglio una foto di Maurizio Merli autografata dal figlio)

KS - DI TE SI DICE AL MASSIMO: “CINEMA DI GENERE…”

CALVAGNA – Io ho trattato sempre di sociale! Ho fatto film sull’usura, sulla pedofilia, sulle angosce moderne come le crisi di panico, la delinquenza… non c’è un film che non tratti di temi di interesse collettivo eppure mi sono sempre stati rifiutati qualsiasi tipo di contributi… Perchè il ”punteggio” per le commissioni era basso! Allora io che cosa dovrei fare per “alzare il “punteggio?” Forse dovrei fare come tanti che denunciano in fase di progettazione la partecipazione di questo o quel grande nome e poi fare la Supercazzola! (testuale) e intanto se so’ beccati i soldi! Io non voglio essere uno così! Per lavorare ho preso i fidi in banca, mi sono indebitato, ho rischiato io, sulla mia pelle!

KS – EPPURE IO I TUOI FILM NON DANNO UN’IDEA DI POVERTA’.

CALVAGNA – E invece ti garantisco che parliamo di costi molto lontani da quelli che immagini. Uno potrebbe pensare anche a cifre di qualche milione. Non è così, io spendo molto molto meno, quasi una cifra che rasenta un buon videoclip… ridicole rispetto a quelle immaginate ma comunque pur sempre difficili per me e per la mia produzione! Io giro in venti giorni. IL LUPO l’ho girato in venti giorni esatti! In tre settimane ho girato IL PESO DELL’ARIA. E devo dirti, inoltre, per farti capire quale livello di vera indipendenza, non a chiacchiere, ha il mio cinema, che oltre a non avere mai avuto niente da nessuno mi sono andato a cercare personalmente anche le esercenze!

KS – OK, MA I TEMPI DI PREPARAZIONE?

CALVAGNA – Due settimane!

KS – E PER LO SCRIPT?

CALVAGNA – Quello del LUPO ad esempio è stato di trenta giorni. Trenta giorni per la sceneggiatura completa.

KS – ECCO PROPRIO SULLO SCRIPT VOLEVAMO SAPERE QUALCOSA DI PIU’:  COME, QUANTO, DOVE SCRIVI?

CALVAGNA – Io non seguo nessuna regola canonica del tipo Soggetto- Trattamento. Per me è solo una perdita di tempo e come ti ho spiegato, nel mio cinema, la questione tempo è fondamentale. Anche lo story board è una cosa che neppure considero. Dal momento che io ho maturato e ho in mente una storia buttò subito giù la sceneggiatura. Neppure una scaletta; parto subito con SCENA 1 e comincio a scrivere. Scrivo a penna, su un bloc notes, di notte. Questo perchè nel momento in cui io comincio a scriverlo in realtà il film è già tutto nella mia testa. Poi, talvolta, sul set, mi capita di cambiare se un’idea nuova mi colpisce particolarmente.

KS – COME TI PONI VERSO LA CRITICA. SPESSO IL TUO CINEMA E’ GIUDICATO A PRESCINDERE PER VIA DI PREGIUDIZIALI IDEOLOGICHE O POLITICHE, INSOMMA TI SENTI POCO CONSIDERATO?

CALVAGNA – Il mio pensiero verso la critica è che debba essere una specie di arte in grado di mettere in relazione il lavoro dell’autore con il suo tempo e con gli spettatori, con il pubblico insomma. Quando è pettegolezzo, piccolo rancore, diventa meschino. Ad esempio mi dispiace quando la vedo esercitare così da ragazzi aspiranti o sedicenti critici, in vari siti internet. Questi dovrebbero sostenere il mio cinema non foss’altro per il fatto che io rappresento il caso tangibile di uno che in qualche modo ce l’ha fatta senza “amici” o raccomandazioni. Io mi sono conquistato un pubblico particolare, costante nel tempo, sul mio sito ho quasi centottanta visite settimanali. Mi ritengo una persona sempre disponibile, parlo con tutti e sono assolutamente aperto. Mi dispiace quindi vedere e leggere cose assurde. Sull’uomo spezzato ho letto cose del tipo :” Calvagna che caricava le forze dell’ordine con i suoi amici camerati…” Cose  ridicole di questo livello. Per dirti una cosa banale io ascolto un cantautore come De Gregori che è lontano da me per idee politiche anni luce, perchè, come ti ho già detto prima, ho sempre cercato di saltare queste categorie. Purtroppo ragazzi che dovrebbero avere la mente aperta si fermano al dato più gretto e misero.

KS – NEL TUO CINEMA SPESSO AD ESSERE PROTAGONISTA E’ LA CITTA’

CALVAGNA – Si’, sono d’accordo. In tanto cinema italiano che vedo spesso è solo uno sfondo. Se inquadro un sanpietrino cercò di scrostarlo, di restituirlo nudo com’è allo spettatore. Almeno ci provo. Cerco di filmare quella Roma che a mio modo di vedere dai tempi di Zampa non è stata più ripresa. Ho tentato di rendere l’oscurità e il senso di desolazione di una Piazza della Repubblica, di notte, con una lampada e una macchina a mano, senza autorizzazioni, attraversando una Roma di barboni, senza casa, sbandati, vagabondi… La notte puoi riconoscere veramente le persone per quello che sono. Ecco, cerco di raccontare questa Roma, quella che sento e conosco sulla mia pelle. E’ di notte che incontrai Luciano Liboni mentre giravo L’Uomo Spezzato.

KS – VOLEVO PARLARTI UN MOMENTO DEL FILM CHE HAI FATTO SU CANTATORE (NDK: A Pugni Chiusi, A Cuore Aperto), SINCERAMENTE L’HO TROVATO DELUDENTE: NON AVEVA NIENTE CHE L’HO AVVICINASSE AL TUO STILE SEMBRAVA UN LUNGO E INUTILE VIDEOCLIP…

CALVAGNA – Sì, debbo spiegarti qualcosa rispetto a questo film. Si è trattato dell’unico lavoro che ho fatto su commissione. Non l’ho mai sentito davvero. Addirittura per le scene nella foresta, in Germania, mandai solo i miei operatori. Non sono mai riuscito ad entrare in sintonia col personaggio che tu hai citato nella domanda. E inoltre debbo dirti che attraversavo un momento personale delicato. Una persona che mi era carissima aveva assoluto bisogno del mio aiuto, così ho accettato questo lavoro, lo ammetto, per una necessità economica.

KS – TORNANDO ALLA CITTA’ COME PROTAGONISTA CHE NE PENSI DI ROMANZO CRIMINALE E DELLA SERIE OMONIMA IN ONDA SU SKY?

CALVAGNA – A parte FATTI DELLA BANDA DELLA MAGLIANA tutto quello che ho visto sull’argomento non mi convince. Per quanto riguarda la serie che tu hai nominato la trovo ridicola. E in aggiunta ti dico che c’è un messaggio pubblicitario di una diseducatività incredibile! Vedo per la città cartelloni con la foto di un personaggio e sotto la didascalia : Io ho ucciso; Io mi sono venduta; Io ho ammazzato. Con la chiosa che il crimine paga. Vorrei sapere un ragazzo di dodici anni come subisce una cosa del genere! Quando poi, a me, hanno vietato ai minori di quattordici anni un film come IL PESO DELL’ARIA (NDK: Cruda storia di rapporti tra usurai e vittime) e vuoi sapere per quale ragione? Per il messaggio di vendetta del protagonista nei confronti dell’usuraio! Quando poi su Sky, che praticamente è vista da tutti, passano tranquillamente cose di questo tipo!

KS – SI E’ SPESSO PARLATO DELLA TUA “SIMPATIA” PER I CATTIVI IN ALCUNI TUOI FILM.

CALVAGNA – Guarda, io me so’ rotto li cojoni de vedè i Marescialli Rocca che salvano i gattini sul cornicione! Io voglio parlare anche dei cattivi. Noi non li conosciamo: Questi mangiano, dormono, scopano, leggono! Hanno battute che sono migliori delle nostre. Nel mio cinema li voglio capire e li voglio raccontare i cattivi.

KS – QUALI REGISTI APPREZZI E STIMI IN PARTICOLARE? AD ESEMPIO CHE NE PENSI DI SORRENTINO?

CALVAGNA – Sono un cinefilo malato. La notte carico due, tre dvd se non sto scrivendo su qualcosa. Ho amato Sorrentino sino a Le Conseguenze dell’Amore. Poi Sorrentino per me è finito. IL DIVO è un film da Bagaglino! con un gigantesco Toni Servillo ridotto a livelli di macchietta. Se l’avessi fatto io Il Divo mi avrebbero messo davanti ad un plotone di esecuzione! Se vuoi sapere chi stimo moltissimo ti dico Callegari: Amore Tossico e L’Odore Della Notte sono due film grandissimi che raccontano una Roma che neppure i romani conoscono, raccontata e girata da uno del nord per giunta!

KS – STAI LAVORANDO A UN NUOVO FILM: L’ULTIMO ULTRAS, CE NE VUOI PARLARE?

CALVAGNA – Non è un film sul mondo del calcio ma sul mondo ultras. E’ un film che in molti mi avevano chiesto e alla fine mi sono deciso a farlo. Per me è stato un po’ tornare indietro in un passato di fatti e storie che conosco direttamente,  non come vedo fare a veline o giornalisti che non sanno un c… di quello di cui stanno parlando e sputano ricette e sentenze su una questione di cui sanno meno di zero. E’ una vicenda a cui ho dato un taglio sociale nel raconto di un dramma personale ed essenzialmente parla della violenza non degli stadi ma della società; della fame, del bisogno e del consumo della violenza che il personaggio principale, un ragazzo della media-alta borghesia, sente dentro se stesso come un demone che lo divora. La sceneggiatura è ancora aperta perchè sto valutando altre idee e pare che stavolta una grossa major sia interessatissima al progetto.

 

 

 

KS – ALL’ESTERO COME VANNO I TUOI FILM?

CALVAGNA – Io sono più apprezzato all’estero che in Italia. L’UOMO SPEZZATO (NDK Film che narra la drammatica storia di un professore ingiustamente accusato di molestie da una sua allieva) è stato venduto a Hongk Kong e in India ha partecipato a festival molto importanti riscuotendo ovunque apprezzamenti. In Australia ho vinto un Festival con SENZA PAURA (NDK storia di una banda di malviventi in stile tarantiniano) un opera d’esordio a bassissimo costo di neanche ottanta minuti dove porto ALESSIO BONI per la prima volta sul grande schermo con una parte da protagonista. Un film con duemila limiti! Girato in due settimane! Con un operatore che quando doveva fare uno “schiaffo” si ribaltava! Penalizzato da un doppiaggio totale dovuto al fatto che l’ultimo giorno di riprese per una partita a gavettoni tra il maestro d’armi e un altro del set tutto l’impianto fonico è saltato!  Comunque alla fine riuscimmo a fare un prodotto dignitoso tanto da ricevere i complimenti di G.L. RONDI che mi definì un Quentin Tarantino italiano. Magari esagerati anche perchè lo ritengo il mio lavoro senz’altro più artigianale. La presa diretta gli avrebbe conferito uno spessore diverso.

KS – IL TUO CINEMA, COME ALTRI, SOFFRE POI DI UNA CRONICA MANCANZA DI SPAZI.

CALVAGNA – Parlano tanto di aiutare il cinema giovane, i nuovi autori, poi quando vai a vedere i multiplex hanno sei sale con lo stesso film americano! Allora ridatemi il Diana, il New York, ridatemi le seconde visioni dove si riusciva a raccontare un cinema popolare e di genere!

 

“…Io parlo di mostri e di gente che combatte coi mostri, parlo del fatto che a furia di avere a che fare con i draghi impari a sputare fuoco perchè questa è stata un po’ la mia vita è questo è il cinema che so fare!”

Oltre l’impegno per L’ULTIMO ULTRAS, Calvagna assieme a Teresa Maliszewska sta producendo con la POKER FILM l’opera teatrale QUANDO PARLA IL SILENZIO di Elisa D’alterio per la regia di Flavio De Paola.  Si tratta di una sorta di noir teatrale ambientato nell’epoca del proibizionismo e della mafia italo americana. In scena al TEATRO SETTE, Via Benevento 23, dal 27 Dicembre 08  al 4 Gennaio 09.

Insomma, per come la pensiamo noi di KS, di passioni e rabbie alla Calvagna il nostro cinema avrebbe molto bisogno. Saltando il discorso sui generi, i punteggi, le critiche, gli autori… Qui si parla di energia, di voglia di raccontare un piccolo frammento di mondo, di entrare in contatto con quella parte di società che le immagini le subisce soltanto,  ponendosi alla loro altezza. Con tanti limiti, con molto entusiasmo, con la voglia di narrare senza mettersi in cattedra. Col proprio portafoglio le proprie idee e il mondo che si vuole rappresentare.

“Io sono quel che sono è questo è tutto ciò che sono!”. Lo Faceva dire Segar ad uno dei filosofi più grandi del novecento. Sembra poco, ma è così difficile.

by Massimo De Angelis – kinescrivere.wordpress.com